App IO e identità digitale, la PA entra in una nuova fase
L’Italia parte da risultati significativi nella digitalizzazione dei servizi pubblici, ma la prossima fase richiede un salto di qualità: passare dall’accesso digitale alle amministrazioni a servizi sempre più semplici, integrati e capaci di dialogare anche con gli agenti di intelligenza artificiale. È questa la direzione indicata da Mario Nobile, direttore generale dell’Agenzia per l’Italia digitale (AgID), che richiama il mandato politico del ministro per l’Innovazione tecnologica e la transizione digitale, Alessio Butti, per rafforzare l’ecosistema pubblico. E’ quanto emerge dal panel PA Digitale, l’Italia un modello in Europa in occasione della 4^ edizione di Digital Innovation Forum – la Cernobbio del Digitale – in corso a Villa Erba, sul lago di Como, dal 14 al 16 ottobresu iniziativa della Fondazione Innovazione Digitale ETS ed organizzata da NOW Italia e da Triumph Group.
“Butti ieri ha dato un mandato politico chiaro, di rafforzare l’ecosistema pubblico. Noi scriviamo le regole e il nostro ecosistema è vasto”, dice Nobile.
I numeri confermano la diffusione degli strumenti digitali. “Oggi sull’App IO più di 13 milioni di italiani hanno più di 22 milioni di documenti, dalla carta d’identità alla tessera sanitaria. Numeri che ci portano sul podio europeo”, sottolinea il direttore generale di AgID.
Interazioni con la PA
Se SPID e Carta d’identità elettronica hanno rappresentato un passaggio fondamentale per l’autenticazione, l’evoluzione dei servizi pubblici digitali punta ora a rendere più immediate le interazioni con la PA. “Oggi l’App IO manda delle notifiche, ci riconosce. Il prossimo salto è fare delle azioni semplici per le persone e leggibili per gli agenti”.
L’intelligenza artificiale apre così una nuova prospettiva: servizi progettati per essere utilizzati dalle persone, ma anche accessibili agli agenti digitali, in grado di svolgere attività sulla base di istruzioni e autorizzazioni. Nobile richiama, a questo proposito, uno studio del World Economic Forum che colloca l’Italia al terzo posto a livello mondiale per la readiness nell’utilizzo dell’AI, secondo gli indicatori citati nel suo intervento.
La prospettiva, tuttavia, pone interrogativi regolatori e organizzativi. “Come regolare un’infrastruttura pubblica che deve servire decine di milioni di esseri umani per servire decine di milioni di agenti?”, si chiede Nobile.
Il punto centrale è garantire che l’automazione non comprometta l’accessibilità dei servizi e che l’utilizzo degli agenti sia accompagnato da regole chiare. “Regolare, avere competenze è la prima cosa. Noi umani diamo le regole”, osserva.
Cloud e sovranità digitale, il controllo dei dati al centro
La trasformazione digitale della PA si intreccia inevitabilmente con il tema della sovranità tecnologica. Per Nobile, nessun Paese può oggi contare su un’autonomia assoluta in materia di intelligenza artificiale e data center. La questione, quindi, non è rinunciare alle tecnologie internazionali, ma individuare le soluzioni più adatte in base alla natura dei servizi e alla sensibilità delle informazioni trattate.
“Nessun Paese al mondo ha un’autarchia tecnologica sull’AI e sui data center”, sottolinea il direttore generale di AgID.
La scelta tra cloud pubblico e infrastrutture maggiormente isolate deve essere guidata dai rischi e dalle esigenze di sicurezza. “In questo momento la nostra prospettiva deve essere scegliere, a seconda del caso, dove collocarci: public cloud o sistema disconnesso, che ha una protezione alta e tratta dati e azioni molto delicate”.
Il Polo Strategico Nazionale
In questo quadro, il Polo Strategico Nazionale e il percorso di razionalizzazione delle infrastrutture pubbliche rappresentano strumenti per rafforzare la protezione dei dati e la continuità dei servizi. La sfida è costruire un modello di interdipendenza con gli alleati europei che non rinunci al controllo sulle informazioni dei cittadini.
“Dobbiamo strutturare con i nostri alleati questo tipo di interdipendenza. E questo tipo di controllo va azionato non come un interruttore, ma come protezione dei dati dei nostri cittadini, in ambito sanitario”, aggiunge Nobile.
Una visione condivisa anche da Fabio Ciolino, CEO di Dynamo e Head of Aruba Cloud, che individua nel controllo delle scelte tecnologiche un elemento essenziale per la PA. “Il controllo consiste sostanzialmente nel sapere dove stanno girando i miei dati, chi può accedere e che margini ho per rivedere le mie scelte. Per la PA questo assume ancora più valore, perché la continuità di erogazione dei servizi va garantita sempre”.
Non tutti i carichi di lavoro, sottolinea Ciolino, richiedono lo stesso livello di protezione: occorre differenziare le soluzioni sulla base della criticità dei dati e delle attività svolte. L’obiettivo non è sostituire una dipendenza tecnologica con un’altra, ma preservare la libertà di scelta nel tempo.
“Deve esserci un controllo strategico, non per eliminare la dipendenza da tecnologie non europee, ma per non crearne altre che diventano poi irreversibili”, dice.
Il Polo Strategico Nazionale come modello per le amministrazioni europee
L’esperienza italiana sul cloud pubblico sta suscitando interesse anche oltre i confini nazionali. Andrea Sinopoli, Country Manager di Oracle Italia, richiama il percorso del Polo Strategico Nazionale come esempio concreto di collaborazione tra istituzioni e operatori tecnologici. “Con il Polo Strategico Nazionale abbiamo dimostrato che si può fare. Il vero interesse che sta suscitando nell’UE è che sia stato una risposta concreta all’esigenza delle nostre PA. Questa cosa è stata realizzata”.
Il modello, dice Sinopoli, combina la definizione delle regole da parte del Governo, la capacità operativa degli operatori e la disponibilità di tecnologie cloud avanzate. “Il Governo decide quali sono le regole e le linee guida. L’attività fatta con TIM è importante, con un operatore sovrano in grado di esercire i servizi e poi la flessibilità di mettere le tecnologie hyperscaler a disposizione”.
Il passaggio successivo riguarda l’interoperabilità: le tecnologie sono disponibili, ma devono essere organizzate secondo standard comuni per semplificare l’utilizzo dei servizi e favorire la collaborazione tra amministrazioni.
“Il tema dell’interoperabilità è importante. Le tecnologie non mancano, ma dobbiamo usarle per renderle più facili e usabili non soltanto in Italia, ma anche fuori, standardizzando”, conclude Sinopoli.
Dall’identità digitale alle deleghe: semplificare la vita dei cittadini
La trasformazione digitale passa anche dall’integrazione tra piattaforme e servizi. Michele Sciscioli, amministratore delegato dell’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, sottolinea come l’integrazione delle attività e il percorso di acquisizione di PagoPA da parte di Poste Italiane possano contribuire a costruire un sistema più unitario.
“Quello che dobbiamo cercare di fare è semplificare la vita dei cittadini attraverso un’unica identità digitale, anche con gli altri Paesi, per accedere a tutti i servizi digitali perché diventino interoperabili”.
L’obiettivo
L’obiettivo è superare la frammentazione delle procedure e consentire alle persone di utilizzare strumenti di identificazione sempre più semplici e riconosciuti. In questa direzione si inserisce il progetto del Wallet digitale, che punta a rendere disponibili in formato digitale documenti e attestazioni oggi utilizzati anche in forma fisica.
Sciscioli richiama inoltre i progetti sviluppati insieme al Dipartimento per la trasformazione digitale e ad AgID, a partire dalle deleghe digitali. Un’innovazione che può incidere direttamente sul rapporto tra cittadini e amministrazione, soprattutto per chi deve gestire pratiche per conto di familiari o altre persone.
“Oggi, per poter gestire una pratica INPS a distanza, i passaggi burocratici rendono la vita più complessa. Adesso con le deleghe digitali sarà tutto molto più facile“. Dal 15 ottobre 2026 i cittadini potranno delegare l’accesso ai servizi online della Pubblica Amministrazione a una persona di fiducia dotata di identità digitale.
L’interoperabilità assume anche una dimensione europea, in un contesto geopolitico che rende ancora più importante la cooperazione tra Paesi. “Dobbiamo fare capire agli altri partner europei che si deve avere ovunque in Europa accesso agli stessi servizi in sicurezza”, osserva Sciscioli.
L’intelligenza artificiale entra nel welfare: il caso INPS
Un altro fronte di sviluppo è quello dell’intelligenza artificiale applicata ai servizi previdenziali e assistenziali. L’INPS sta lavorando per superare i sistemi basati sulla semplice interazione tramite prompt e sviluppare strumenti capaci di comprendere le esigenze degli utenti facendo leva sulla conoscenza specialistica dell’Istituto.
Massimiliano D’Angelo, direttore centrale della Direzione centrale tecnologia, informatica e innovazione dell’INPS, illustra il percorso di Arianna 2.0, che punta a rendere più efficace l’accesso alle informazioni e ai servizi.
“Per ritrovare la situazione pensionistica serve una base informativa strutturata. Serve una super conoscenza. Serve un modello più piccolo che parli il linguaggio del welfare sui nostri modelli, uno standard per avere un canale comunicativo dalla sede e che ci consenta di portare all’interno del nostro modello la conoscenza dei nostri tecnici”.
La strategia
La strategia non consiste nel competere direttamente con i grandi modelli generalisti, ma nell’adattare modelli disponibili alle esigenze specifiche dell’amministrazione, valorizzando il patrimonio informativo e le competenze interne.
“Noi non possiamo competere con i foundation model, ma abbiamo reso disponibili dei modelli europei aperti e li stiamo addestrando per fare quello che serve a noi. Le nostre informazioni sono un patrimonio interno nostro”, afferma D’Angelo.
Il progetto pone anche il tema della condivisione delle conoscenze tra amministrazioni. L’interoperabilità, infatti, non riguarda soltanto i dati e le piattaforme, ma anche le norme, i processi e il linguaggio utilizzato dalle istituzioni.
“Il tema dell’interoperabilità riguarda i dati, ma anche la normativa a livello europeo. Lo sforzo è tecnologico, ma anche culturale. È questo che abbiamo costruito nel nostro welfare language model: se ogni struttura europea avesse un modello da mettere a fattor comune, avremmo fatto tanta strada”.
Connettività, la sfida è raggiungere tutti
Perché i servizi digitali siano davvero accessibili, occorre però garantire le infrastrutture necessarie anche nelle aree meno servite. Stefano Acanfora, amministratore delegato di Infratel Italia, fa il punto sui risultati raggiunti attraverso gli investimenti del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) e sui prossimi obiettivi.
“È stato usato tanto PNRR. Noi ci siamo occupati delle isole minori, ben oltre il target di 18 isole; abbiamo messo su rete sicura 9.254 sedi sanitarie e, con Italia 1 Giga, abbiamo 2,5 milioni di civici collegabili. Siamo andati oltre i target di connettività”.
La sfida
Il completamento delle infrastrutture, tuttavia, non coincide automaticamente con il loro utilizzo. La sfida consiste nel fare in modo che cittadini, imprese e strutture pubbliche possano beneficiare concretamente della connettività disponibile.
“La frontiera da raggiungere è rendere tutti i servizi accessibili a tutti”, sottolinea Acanfora, evidenziando al tempo stesso il problema del basso tasso di adozione dei servizi nelle aree raggiunte dalle infrastrutture.
Per affrontare le situazioni più difficili si stanno valutando soluzioni alternative nelle cosiddette aree bianchissime, dove la copertura e la domanda di connettività restano particolarmente problematiche. A questo si aggiunge l’avvio del Fondo connettività, che interessa circa 700mila civici, mentre prosegue il lavoro per individuare il fabbisogno ancora da soddisfare.
Sanità digitale, dalla migrazione dei dati alla governance europea
Il governo delle infrastrutture è particolarmente delicato in ambito sanitario, dove la protezione delle informazioni e la continuità operativa rappresentano requisiti essenziali. Lorenzo Gubian, direttore generale di ARIA, la società della Regione Lombardia che si occupa di innovazione e acquisti per il sistema pubblico regionale, richiama l’esperienza lombarda nella costruzione di un ambiente cloud articolato.
“Nel 2018 è stata fatta una gara e aggiudicata nel 2020, in era pre-Covid. Una gara multicloud, con una parte on-premise per gestire i dati dei cittadini e delle aziende sanitarie. Sono arrivati 56 milioni di euro del PNRR per portare a bordo tutti i data center del sistema sanitario regionale”.
La migrazione
La migrazione, tuttavia, non può essere affrontata come un semplice trasferimento tecnologico. Occorre valutare dove collocare i dati, quali applicazioni spostare e quali requisiti debbano essere garantiti per ciascun caso d’uso.
“Gli eventi e la sovranità nazionale ti pongono delle domande”, osserva Gubian, che individua nella governance il vero elemento determinante per il successo dei progetti.
“La maggior parte dei nostri sforzi li mettiamo sulla governance di questi progetti. Il tema del governo è ricorrente, non è un tema di tecnologie”.
La trasformazione digitale della sanità richiede infatti un coordinamento su più livelli, dalla dimensione regionale a quella nazionale ed europea. Un esempio concreto è la condivisione delle ricette farmaceutiche digitali tra Paesi europei, un processo che implica l’allineamento di sistemi informativi, regole e responsabilità.
“Stiamo per mettere a terra la condivisione delle ricette farmaceutiche digitali in tutta Europa, il che sarà un salto a livello di governance multilivello in Europa”, conclude Gubian.
Una strategia europea tra cooperazione e autonomia
Dalle identità digitali all’intelligenza artificiale, dalla connettività al cloud, il percorso della PA digitale mostra come la trasformazione tecnologica non possa essere ridotta alla semplice adozione di nuove piattaforme. Servono infrastrutture adeguate, competenze, regole condivise e capacità di coordinamento tra amministrazioni e operatori.
L’esperienza italiana, dal Polo Strategico Nazionale all’App IO, fino ai progetti di AI applicata al welfare, offre elementi di confronto per gli altri Paesi europei. Il passaggio decisivo sarà trasformare le singole iniziative in un ecosistema interoperabile, capace di garantire servizi accessibili, protezione dei dati e continuità operativa.
La sovranità digitale, in questa prospettiva, non significa isolamento tecnologico, ma capacità di scegliere, governare e, quando necessario, modificare le soluzioni adottate. Una sfida che riguarda tanto la sicurezza delle infrastrutture quanto il diritto dei cittadini ad accedere a servizi pubblici semplici, affidabili e disponibili in tutta Europa.
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