Dal 1° gennaio 2027 cambieranno i coefficienti di trasformazione utilizzati per calcolare una parte della pensione. I nuovi valori saranno più bassi rispetto a quelli in vigore nel biennio 2025-2026 e potranno incidere sull’importo dell’assegno per chi andrà in pensione a partire dalla stessa data. Il quadro, però, è più articolato e comprende anche un elemento positivo: la rivalutazione del montante contributivo, fissata per il 2026 al 6,3359%. Per capire quale sarà l’effetto sulla pensione bisogna quindi considerare entrambi i fattori. Da una parte, i nuovi coefficienti riducono la percentuale utilizzata per trasformare i contributi accumulati in una rendita; dall’altra, la rivalutazione aumenta il valore dei contributi versati negli anni precedenti.
Il risultato finale dipende dalla situazione previdenziale di ciascun lavoratore, dagli anni di contribuzione e dall’età in cui decide di lasciare il lavoro. Non è quindi corretto concludere che i nuovi coefficienti porteranno automaticamente a pensioni più basse per tutti. La modifica riguarda le pensioni con decorrenza dal 2027 e interessa la quota calcolata con il sistema contributivo. Gli assegni già in pagamento, invece, non vengono ricalcolati in base ai nuovi parametri.
Come funzionano i coefficienti di trasformazione
Per comprendere le novità è necessario chiarire come viene calcolata la pensione con il sistema contributivo. In questo sistema, i contributi versati durante la vita lavorativa vengono accumulati e rivalutati nel tempo. La somma che si forma prende il nome di montante contributivo e rappresenta la base per calcolare la pensione. Al momento dell’uscita dal lavoro, il montante viene moltiplicato per un coefficiente di trasformazione, cioè una percentuale che permette di convertire il capitale accumulato in un assegno annuo. Il valore del coefficiente cambia in base all’età del pensionamento: in generale, più si va in pensione tardi, più alta è la percentuale applicata.
Questo perché il sistema tiene conto anche della durata attesa del periodo in cui verrà pagata la pensione. Con i nuovi parametri previsti dal 2027, il coefficiente per chi va in pensione a 64 anni scenderà dal 5,088% al 5,009%. Per chi lascia il lavoro a 67 anni, passerà invece dal 5,608% al 5,514%. La diminuzione riguarda anche le altre età comprese tra 57 e 71 anni. In pratica, a parità di montante contributivo, i nuovi coefficienti portano a un assegno inferiore rispetto a quello calcolato con i valori precedenti. Questo elemento, tuttavia, non basta da solo a stabilire quanto prenderà un futuro pensionato. Per conoscere l’importo effettivo bisogna considerare anche la rivalutazione del montante e tutti gli altri elementi della posizione contributiva.
La rivalutazione del 6,3%
Accanto ai nuovi coefficienti c’è la rivalutazione dei contributi accumulati. Per il 2026 il tasso di rivalutazione del montante contributivo è stato fissato al 6,3359%. Questo significa che il capitale previdenziale maturato fino al 31 dicembre 2025 viene aumentato di tale percentuale, prima di essere utilizzato per calcolare la pensione. Per esempio, un montante di 100.000 euro sale a 106.335,90 euro dopo la rivalutazione. L’aumento serve a riconoscere al capitale contributivo una crescita legata all’andamento del prodotto interno lordo nominale, secondo le regole previste dalla normativa previdenziale. È importante non confondere questo meccanismo con la rivalutazione delle pensioni già in pagamento. In quel caso, gli assegni vengono adeguati principalmente in base all’inflazione, per cercare di mantenere il potere d’acquisto.
La rivalutazione del montante, invece, riguarda i contributi di chi deve ancora andare in pensione e segue criteri differenti. Bisogna inoltre distinguere i contributi già accumulati da quelli versati nel corso del 2026. Il tasso del 6,3359% si applica al montante maturato fino alla fine del 2025, mentre i contributi del 2026 vengono aggiunti separatamente. Questo aumento del capitale può compensare, in tutto o in parte, la riduzione dei coefficienti di trasformazione. Non è però possibile stabilire in anticipo che il risultato sarà uguale per tutti. L’effetto dipende dalla quantità di contributi accumulati, dal momento in cui sono stati versati e dall’età in cui si accederà alla pensione. Per questo motivo, il tasso di rivalutazione rappresenta un dato importante, ma non permette da solo di prevedere l’importo finale dell’assegno.
Come cambia il calcolo della pensione
Un esempio aiuta a capire meglio il rapporto tra rivalutazione e coefficienti. Immaginiamo un lavoratore che abbia accumulato 300.000 euro di montante contributivo al 31 dicembre 2025. Con la rivalutazione del 6,3359%, il capitale sale a 319.007,70 euro. Ipotizziamo ora che il lavoratore vada in pensione a 67 anni nel 2027 e che non ci siano altri contributi da aggiungere al montante. Applicando il nuovo coefficiente del 5,514%, si ottiene una pensione annua lorda di circa 17.589 euro, pari a poco meno di 1.353 euro lordi al mese considerando tredici mensilità. Si tratta di un esempio semplificato, che serve a illustrare il meccanismo e non rappresenta una previsione valida per tutti. L’importo reale può essere diverso in base alla storia contributiva, alle eventuali quote calcolate con altri sistemi e ai contributi versati negli ultimi anni di lavoro.
L’esempio mostra comunque un punto fondamentale: il calo del coefficiente non deve essere valutato separatamente dall’aumento del montante. Se si considera soltanto la riduzione della percentuale, si rischia di avere una visione incompleta del risultato. Allo stesso tempo, non bisogna pensare che la rivalutazione garantisca sempre un aumento sufficiente a compensare i nuovi parametri. Ogni posizione previdenziale presenta caratteristiche diverse e richiede un calcolo specifico. Anche l’età scelta per il pensionamento conta: a parità di capitale, un coefficiente più alto permette di ottenere un assegno annuo maggiore. Per questo, chi sta programmando l’uscita dal lavoro dovrebbe valutare insieme il montante accumulato, i nuovi coefficienti e il momento in cui maturerà il diritto alla pensione.
La platea interessata e cosa conviene fare
I nuovi coefficienti entreranno in vigore dal 1° gennaio 2027 e saranno applicati alle pensioni con decorrenza da quella data, per la parte calcolata con il sistema contributivo. Non riguardano soltanto chi ha iniziato a lavorare dopo il 1995: anche chi ha una pensione calcolata con il sistema misto può avere una quota contributiva interessata dai nuovi parametri. Il loro effetto, quindi, varia in base alla posizione individuale. Per chi è già in pensione non è previsto un nuovo calcolo dell’assegno a causa di questa revisione. Per chi si avvicina al pensionamento, invece, è importante verificare con attenzione i contributi registrati e le diverse componenti della futura pensione. Una carriera lavorativa lunga e continuativa può portare a un montante diverso rispetto a quello di chi ha avuto periodi senza versamenti o ha lavorato per molti anni con redditi più bassi.
Anche pochi anni di differenza nell’età di pensionamento possono modificare l’importo, perché i coefficienti crescono con l’età. La rivalutazione del 6,3359% offre un sostegno al valore dei contributi accumulati fino alla fine del 2025, ma non consente di prevedere da sola quanto sarà l’assegno. Prima di decidere quando lasciare il lavoro, è quindi consigliabile controllare l’estratto conto contributivo e richiedere una simulazione basata sulla propria situazione. Il punto centrale è che dal 2027 entreranno in gioco due cambiamenti di segno opposto: coefficienti di trasformazione più bassi e un montante contributivo rivalutato. Per capire se e quanto cambierà la pensione, bisogna considerare entrambi, senza fermarsi a una singola percentuale.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link




