Mediterraneo, laboratorio del futuro ordine multipolare


Come afferma Karim Mezran, «chi controlla il Mediterraneo allargato non controlla più il mondo, ma può decidere chi lo controllerà»[1]. Questa intuizione sintetizza la natura profondamente strategica di un’area che non è più soltanto teatro di conflitti, ma laboratorio in cui si plasma il futuro ordine multipolare. Proprio gli sviluppi del biennio 2024–2025 hanno confermato in modo quasi paradigmatico la natura sistemica e intrecciata delle crisi che attraversano l’area. L’undicesimo e il dodicesimo numero della nuova serie del Focus Mediterraneo allargato, curato dall’ISPI per l’Osservatorio di politica internazionale di Parlamento e MAECI, descrivono un quadro definito come “mosaico di conflitti sospesi”, nel quale la cosiddetta “guerra dei dodici giorni” tra Iran e Israele, le transizioni incompiute in Siria e Libano, le tensioni nel Golfo e l’instabilità persistente in Nord Africa e nel Sahel producono un continuum di incertezze politiche, economiche e securitarie lungo l’intero arco del Mediterraneo allargato[2]. In particolare, l’intreccio tra conflitti a bassa intensità, autoritarismi resilienti e fragilità statuali genera una condizione di “instabilità strutturale”, che rende la regione simultaneamente indispensabile e inaffidabile per le strategie energetiche, commerciali e migratorie europee[3].

Il Mediterraneo non è più soltanto teatro di conflitti, ma laboratorio in cui si plasma il futuro ordine multipolare

In Nord Africa, i casi di Egitto, Tunisia, Algeria e Libia illustrano in modo chiaro tale instabilità. La letteratura recente sottolinea come la combinazione tra crisi fiscali, aumento del costo della vita, dipendenza dalle importazioni di grano e progressiva erosione del consenso sociale abbia accresciuto il rischio di shock politici improvvisi, con effetti immediati sui mercati energetici e sulle rotte migratorie[4]. In Libia, la competizione fra centri di potere politico-militare e l’interferenza di attori regionali (Turchia, Russia, Emirati, Egitto) impediscono il consolidamento di istituzioni legittime, mentre in Tunisia la compressione dello spazio democratico convive con una crescente dipendenza finanziaria esterna e con una forte esposizione agli shock dei prezzi alimentari[5]. La prospettiva di un partenariato paritario fra Unione europea e sponda sud appare, in questo contesto, fragile: i margini negoziali degli Stati mediterranei meridionali aumentano in termini tattici, ma si riducono in termini strategici, poiché la sopravvivenza dei regimi dipende da flussi di risorse e aiuti esterni sempre più condizionati.

Gli hub energetici mediterranei dall’Algeria all’Egitto, passando per Israele, Cipro e la stessa Italia, sono al centro di una competizione multipolare

L’Atlante geopolitico del Mediterraneo 2025offre, a questo riguardo, una lettura di insieme che conferma la centralità del nesso energia-infrastrutture-geopolitica[6]. La ricalibratura della presenza statunitense, la penetrazione cinese attraverso la Belt and Road Initiative e il rafforzamento della proiezione russa nel Levante e in Nord Africa si intrecciano con la ricerca europea di nuove rotte di approvvigionamento. Gli hub energetici mediterranei – dall’Algeria all’Egitto, passando per Israele, Cipro e la stessa Italia – sono al centro di una competizione multipolare che riguarda non solo il gas e il petrolio, ma anche le infrastrutture critiche: gasdotti, terminali GNL, porti strategici, cavi sottomarini, data center. La dipendenza europea non è più solo dalla molecola (gas russo), ma dalla struttura attraverso cui quella molecola – insieme a dati e merci – viene trasportata, stoccata e scambiata.

Una parte rilevante delle dorsali di cavi sottomarini che connettono Europa, Africa e Asia transita ormai attraverso il Mediterraneo e il Mar Rosso

La dimensione digitale dell’interdipendenza è particolarmente significativa. Una parte rilevante delle dorsali di cavi sottomarini che connettono Europa, Africa e Asia transita ormai attraverso il Mediterraneo e il Mar Rosso, mentre porti come Pireo, Tanger Med e Port Said sono stati integrati, grazie a massicci investimenti infrastrutturali, nella Maritime Silk Road cinese[7]. I saggi raccolti nell’Atlante sottolineano come la proiezione tecnologica di Pechino – fondata su infrastrutture portuali, logistica integrata, reti digitali e capacità finanziaria – stia progressivamente ridisegnando le geografie della connettività mediterranea, spesso in assenza di una strategia coordinata da parte europea[8]. Se l’interdipendenza energetica tradizionale produceva vulnerabilità legate a volumi, prezzi e fornitori, l’interdipendenza digitale aggiunge un ulteriore livello di rischio: quello legato al controllo delle infrastrutture informazionali, dei flussi di dati e della sicurezza cibernetica.

L’Unione europea appare come un attore che alterna fasi di attivismo a fasi di stallo operativo

Anche sul piano politico-diplomatico, i rapporti ISPI e l’Atlante convergono nel descrivere un Mediterraneo attraversato da conflitti congelati e processi di pace incompiuti, in cui la diplomazia formale fatica a produrre risultati duraturi. La documentazione emersa in occasione dei MED Dialogues 2025 insiste sul fatto che, “dopo due anni di guerra in Medio Oriente, il Mediterraneo resta un mosaico di conflitti sospesi”, in cui ogni cessate il fuoco temporaneo nasconde la potenzialità di una riaccensione del confronto armato[9]. In questo quadro, l’Unione europea appare come un attore che alterna fasi di attivismo – conferenze, piani, comunicazioni strategiche – a fasi di stallo operativo, nelle quali l’eterogeneità degli interessi nazionali e i vincoli di bilancio impediscono la trasformazione delle dichiarazioni in politiche effettive.

Ue, la tensione tra ambizione strategica e limitatezza degli strumenti disponibili emerge in modo evidente nelle politiche migratorie

La tensione tra ambizione strategica e limitatezza degli strumenti disponibili emerge in modo evidente nelle politiche migratorie. I dossier dell’Osservatorio di politica internazionale e gli approfondimenti prodotti in vista dei MED Dialogues mostrano come la governance europea delle migrazioni nel Mediterraneo resti dominata da una logica emergenziale e securitaria, centrata sul controllo delle frontiere e sull’esternalizzazione delle funzioni di sorveglianza verso paesi terzi[10]. L’adozione del Patto su migrazione e asilo e la proliferazione di accordi bilaterali con paesi di transito e di origine – Tunisia, Libia, Egitto, Mauritania – enfatizzano la dimensione di contenimento e deterrenza, mentre le vie legali di ingresso e i meccanismi di redistribuzione intra-europei rimangono frammentari e quantitativamente insufficienti rispetto alla domanda demografica ed economica dei paesi membri[11]. La conseguenza è una ulteriore asimmetria: i paesi della sponda sud diventano depositari di una funzione di “barriera” rispetto ai flussi verso l’Europa, ma senza benefici proporzionati in termini di sviluppo, investimenti e accesso regolato ai mercati europei del lavoro. In questo contesto, il concetto di Mediterraneo come “cintura di contenimento” rischia di prevalere su quello di “piattaforma di co-sviluppo”. La stessa narrativa del Patto per il Mediterraneo – pur includendo riferimenti a capitale umano, imprenditorialità giovanile, partenariati universitari e transizione verde – continua a attribuire un peso preponderante al pilastro della sicurezza, come evidenziato in recenti analisi critiche[12]. La coerenza tra discorso sul co-sviluppo e pratiche di esternalizzazione del controllo migratorio appare, dunque, problematica: la politica economica e di cooperazione rimane subordinata alle esigenze di gestione delle frontiere, mentre le migrazioni sono trattate soprattutto come variabile da ridurre o deviare, più che come dimensione strutturale da governare in chiave di lungo periodo.

L’Italia ambisce a posizionarsi come hub energetico e logistico del Mediterraneo, ma la sua autonomia è limitata dalla necessità di operare entro cornici europee

Per l’Italia, tutto ciò implica un doppio vincolo. Da un lato, il paese ambisce a posizionarsi come hub energetico e logistico del Mediterraneo, sfruttando la propria collocazione geografica, la rete di gasdotti, la capacità portuale e la tradizione diplomatica. Dall’altro, la sua capacità di azione autonoma è limitata dalla necessità di operare entro cornici europee spesso incomplete, e da vincoli interni di natura economica, politica e amministrativa. L’Atlante e i rapporti ISPI indicano chiaramente come l’Italia disponga di un vantaggio comparato nel diventare “ponte” fra Europa e Mediterraneo allargato, ma sottolineano al contempo l’assenza di una dottrina mediterranea coerente, capace di integrare dimensioni energetiche, industriali, migratorie e di sicurezza in un unico quadro strategico[13]. Le iniziative lanciate negli ultimi anni – dai piani per l’Africa al rilancio dei rapporti con l’Algeria e gli altri partner nordafricani – rimangono spesso frammentate, e faticano a tradursi in politiche di lungo periodo dotate di strumenti finanziari adeguati.

La frammentazione degli strumenti Ue potrebbero consolidare un Mediterraneo allargato come “zona di competizione” piuttosto che di cooperazione ordinata

La prospettiva di medio termine, ricostruibile incrociando i dati dell’Atlante con le traiettorie delineate nei Focus Mediterraneo allargato, suggerisce almeno tre rischi sistemici. Il primo è il rischio di shock concatenati: un’interruzione significativa delle forniture energetiche da parte di un grande fornitore mediterraneo, combinata con una crisi alimentare in una regione già fragile – come il Sahel o alcuni segmenti del Nord Africa – potrebbe innescare nuove ondate migratorie, tensioni valutarie, destabilizzazione politica e reazioni securitarie da parte europea, in un circolo vizioso di breve periodo[14]. Il secondo rischio è quello di una “dipendenza strutturale a bassa intensità”, in cui l’Europa riduce la visibilità delle proprie vulnerabilità (non essendo più legata a un unico fornitore dominante), ma mantiene un grado elevato di esposizione verso un sistema di fornitori e infrastrutture localizzato in aree ad alto rischio geopolitico. Il terzo rischio riguarda la governance: la debolezza delle istituzioni multilaterali regionali, la frammentazione degli strumenti Ue e il ritorno di logiche strettamente intergovernative potrebbero consolidare un Mediterraneo allargato come “zona di competizione” piuttosto che come spazio di cooperazione ordinata[15].

La “geoeconomia delle interdipendenze” mediterranee è una chiave per comprendere come le scelte politiche (o le loro omissioni) incidano sulle traiettorie di sviluppo

Da un punto di vista economico, tali rischi si traducono in costi misurabili: aumento della volatilità dei prezzi energetici e alimentari, incertezza per gli investimenti infrastrutturali, premi di rischio più elevati per progetti in aree mediterranee, maggiori spese per la gestione delle crisi umanitarie e dei flussi migratori, nonché costi opportunità legati alla mancata valorizzazione di potenziali complementarità produttive tra le due sponde. La “geoeconomia delle interdipendenze” mediterranee non è, quindi, un mero esercizio concettuale, ma una chiave per comprendere come le scelte politiche (o le loro omissioni) incidano sulle traiettorie di sviluppo, sulla distribuzione dei redditi e sulla resilienza delle catene del valore dell’Unione europea[16]. Le prospettive di riforma, discusse nei MED Dialogues 2025 e in vari contributi dell’Atlante, convergono sull’idea che “nessuna pace può reggere senza cooperazione, sviluppo e inclusione[17]. Trasposta sul piano economico, questa affermazione implica che l’obiettivo di stabilità nel Mediterraneo allargato non possa essere perseguito unicamente tramite strumenti di difesa, controllo e repressione, ma debba poggiare su politiche industriali condivise, investimenti in infrastrutture fisiche e digitali, programmi di co-sviluppo agricolo e di sicurezza alimentare, meccanismi di mobilità regolata del lavoro, percorsi di integrazione finanziaria e regolamentare. In assenza di tali politiche, l’interdipendenza continuerà a essere “armata” dai diversi attori – Stati, imprese, potenze globali – per massimizzare vantaggi unilaterali, con il rischio di produrre nuovi shock sistemici.

L’Italia, per storia, ha un interesse diretto a che il Mediterraneo non degeneri in zona di instabilità permanente

Per la ricerca economica e per il dibattito di policy, il Mediterraneo allargato si propone dunque come un laboratorio cruciale. La sfida è elaborare modelli analitici e proposte operative capaci di tenere insieme la dimensione energetica, alimentare, migratoria e digitale dell’interdipendenza, senza ridurla a un unico asse di lettura. L’Italia, per storia, ha un interesse diretto a che questo laboratorio non degeneri in zona di instabilità permanente, ma si traduca in uno spazio di sperimentazione avanzata di nuove forme di cooperazione economica, istituzionale e sociale. La capacità di trasformare il Mediterraneo da periferia problematica a piattaforma di co-sviluppo sarà, con ogni probabilità, una delle principali misure della maturità strategica dell’Unione europea nei prossimi decenni.

[1] K. Mezran, intervento ISPI, 2023.

[2] V. Talbot (a cura di), Focus Mediterraneo allargato. Nuova serie, n. 11, ISPI–Osservatorio di politica internazionale di Parlamento e MAECI, Roma, 2025.

[3] Focus Mediterraneo allargato. Nuova serie, n. 12, ISPI–Osservatorio di politica internazionale di Parlamento e MAECI, Roma, 2025.

[4] E. Baldaro, “Nord Africa e Sahel: allineamenti e rivalità”, in Focus Mediterraneo allargato. Nuova serie, n. 11, cit.

[5] Ibidem; si veda anche Focus Mediterraneo allargato. Nuova serie, n. 10, ISPI–Osservatorio di politica internazionale, Roma, 2025.

[6] F. Anghelone, A. Ungari (a cura di), Atlante geopolitico del Mediterraneo 2025, Bordeaux, Roma, 2025.

[7] World Bank, Belt and Road Economics: Opportunities and Risks of Transport Corridors, Washington D.C., 2023.

[8] S. Pelaggi, “La proiezione cinese nel Mediterraneo”, in F. Anghelone, A. Ungari (a cura di), Atlante geopolitico del Mediterraneo 2025, cit.

[9] A. De Luca, “MED 2025: un futuro comune per un Mediterraneo resiliente”, ISPI, Daily Focus, 15 ottobre 2025.

[10] S. Lavenex, “Boundary Politics of Externalization: The EU Migration Regime”, Journal of Ethnic and Migration Studies, 2018.

[11] Consiglio dell’Unione europea, Patto su migrazione e asilo: elementi principali, Bruxelles, 2024.

[12] Comunicazione della Commissione europea, Verso un Patto per il Mediterraneo, Bruxelles, 2025.

[13] Cfr. i contributi in F. Anghelone, A. Ungari (a cura di), Atlante geopolitico del Mediterraneo 2025, cit., in particolare G. Alegi, “Gli Stati Uniti e il Mediterraneo”, e K. Mezran, “L’Italia nel Mediterraneo allargato”.

[14] FAO, The State of Food Security and Nutrition in the World, Roma, 2024; Focus Mediterraneo allargato. Nuova serie, n. 12, cit.

[15] A. De Luca, “MED 2025: il ‘Mediterraneo globale’ oltre le crisi”, ISPI, 17 ottobre 2025.

[16] D. Rodrik, J.A. Ocampo, “The Geoeconomics of Interdependence”, in Global Policy, 2024.

[17] A. De Luca, “MED 2025: un futuro comune per un Mediterraneo resiliente”, cit.


#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
 Redazione

Source link

Di