Nel lungo colloquio a tutto campo con il direttore Claudio Cerasa, la premier traccia una linea netta su politica estera, economia e alleanze, senza risparmiare affondi alle opposizioni e puntualizzazioni sui grandi temi europei.
A quattro anni dal suo insediamento a Palazzo Chigi, Giorgia Meloni sceglie le pagine de Il Foglio per tracciare un bilancio della sua esperienza di governo. In un’ampia intervista di apertura – curata e condotta direttamente dal direttore del quotidiano, Claudio Cerasa – la presidente del Consiglio si spoglia delle rituali tattiche di coalizione per misurarsi con i temi di fondo del suo mandato: l’identità del centrodestra, le sfide economiche, la tenuta atlantica e il futuro dell’integrazione europea. Il quotidiano propone un dialogo esente dai soliti pettegolezzi da retroscena politica, portando la premier a confrontarsi sui successi rivendicati, sui limiti incontrati e sulla complessa quadratura tra retorica identitaria e vincoli di governo.
Il bilancio dei 4 anni
Ceresa ha chiesto qual è il più grande rimpianto di questi 1.420 giorni di governo e se la premier ritiene di aver deluso o sorpreso le aspettative.
Giorgia Meloni: «Rimpianti veri e propri non ne ho. Mi pento forse di aver ritenuto sufficiente fare le cose, anche quando non riuscivo a raccontare tutto il lavoro. Sono convinta da sempre che i fatti siano molto più forti di qualsiasi narrazione. Oggi, però, mi rendo conto che sarebbe stato importante far conoscere meglio tutto il nostro lavoro. Perché ha ragione Sabino Cassese quando dice che questo governo ha sfornato provvedimenti ogni settimana, e quei provvedimenti hanno dei contenuti e degli obiettivi. Se ci si pensa è un lavoro enorme, e mi sarebbe piaciuto riuscire ad aggiornare meglio gli italiani sul complesso di questo impegno. Sul referendum sulla giustizia, poi, non ho particolari rimpianti. Avevamo preso l’impegno di presentare una riforma della giustizia, e lo abbiamo fatto. E anche se gli italiani hanno deciso di non confermarla, noi abbiamo fatto il nostro dovere».
Esteri
Il direttore ha domandato in che modo la crisi ucraina abbia influito sulla ridefinizione dell’identità della premier e sul concetto di patriottismo, e se le spese militari non vadano a scapito del welfare.
Giorgia Meloni: «Il tentativo russo di conquistare Kyiv ha risvegliato l’Europa da un lungo torpore e dalla illusione che fosse al riparo dai grandi rischi del passato. […] È vero che l’incredibile resistenza ucraina ha fatto riscoprire a molti europei il senso dell’identità e del patriottismo. Concetti che in tanti consideravano superati, ma certo non chi appartiene alla mia comunità politica […]. Per me in questi anni sarebbe stato elettoralmente più vantaggioso non sostenere l’Ucraina, piuttosto che farlo. Solo che io non ho sostenuto l’Ucraina per Kyiv, io ho sostenuto l’Ucraina per Roma. Perché, come ho detto molte volte, l’Italia avrebbe tutto da perdere in un contesto internazionale in cui vengono meno le regole della pacifica convivenza tra le nazioni e torna a prevalere la legge del più forte. Per una nazione le spese militari somigliano alle spese che una famiglia sostiene per la sicurezza della propria casa. Piacerebbe a tutti noi poter fare a meno di una porta blindata, delle inferriate o di un’assicurazione in caso di imprevisti. Purtroppo, però, la vita e il mondo sono assai più crudeli di quanto vorremmo e soprattutto di come li dipingono le tante anime belle del pacifismo ideologico. […] Certo che è impopolare dire che bisogna spendere anche in difesa. Ma purtroppo è necessario. E vado fiera del fatto che, su questo punto, Fratelli d’Italia non ha mai fatto demagogia».
L’Europa
Cerasa ha incalzato la premier sulle prospettive europee, chiedendo se l’Italia sia pronta a rinunciare al diritto di veto sul modello federale auspicato da Mario Draghi.
Giorgia Meloni: «Il meccanismo di funzionamento dell’Unione europea si è dimostrato inadeguato ad affrontare le grandi sfide della nostra epoca. […] Non credo però che la soluzione sia cercare ancora più integrazione europea o il superamento dell’unanimità o l’Europa federale che supera gli stati nazionali, e quindi non sono d’accordo con Mario Draghi. Insieme alla famiglia dei conservatori europei, ho sempre ritenuto che serva l’esatto opposto, ovvero un modello di Europa confederale, nel quale gli stati membri mantengano ampia sovranità ma interagiscano in modo più efficace sulle materie di rilevanza strategica».
Economia
Il direttore ha elencato i punti critici della situazione economica italiana – bassa crescita, produttività debole, costi energetici elevati – chiedendo quale di questi rappresenti un reale elemento di debolezza del governo.
Giorgia Meloni: «I risultati in campo occupazionale sono senz’altro straordinari. Abbiamo più di un milione di nuovi posti di lavoro con una tendenza molto importante: diminuisce il precariato e aumenta il lavoro stabile […]. Per quanto riguarda i problemi che lei ha elencato si tratta, purtroppo, di debolezze strutturali che la nostra Nazione si trascina da molti anni e per le quali non esistono soluzioni facili. […] Lo stesso vale per il costo dell’energia. La forte dipendenza dall’estero è un fattore strutturale sul quale siamo intervenuti e stiamo intervenendo su più fronti: dalla diversificazione delle fonti di approvvigionamento […] alla riapertura al nucleare, in particolare il nucleare di nuova generazione […]. Detto ciò, mi pesa molto non aver potuto fare di più per famiglie e imprese proprio rispetto al caro energia».
Atlantismo
Il giornalista ha chiesto un giudizio sia sull’ascesa dell’AfD in Germania e sui relativi “cordoni sanitari”, sia sul rapporto con gli Stati Uniti guidati da Donald Trump.
Giorgia Meloni: «Nei confronti di questi movimenti, molto spesso la reazione dell’establishment è stata quella di provare a creare dei cordoni sanitari, non invece di affrontare nel merito le questioni. Come si vede, è una strategia che non funziona. Funziona, invece, ascoltare quelle istanze e rispondere. È quello che sta facendo il centrodestra in Italia […]. Questa seconda presidenza Trump ha generato inizialmente alcune reazioni scomposte dovute ad avversità ideologica, ancora prima che iniziassero le divergenze. […] Dobbiamo continuare a credere nella nostra alleanza transatlantica, che custodisce i valori della nostra civiltà occidentale, e che ha un valore a prescindere da chi siede alla Casa Bianca. E dobbiamo rafforzare il pilastro europeo di questa alleanza».
Antisemitismo
Ceresa ha domandato se sul contrasto all’antisemitismo vi sia un’unità d’intenti con le opposizioni e se vi siano margini per riforme condivise.
Giorgia Meloni: «Contrastare ogni forma di antisemitismo dovrebbe essere un obiettivo condiviso da tutte le forze culturali, sociali e politiche della Nazione. […] La verità è che un pezzo importante del loro elettorato ha difficoltà a condannare senza ambiguità tutte le forme di antisemitismo, reputando che ci possa essere una forma di antisemitismo moralmente accettabile. [Sulle leggi condivise] Beh, mi pare di capire che ci siano i margini per approvare insieme l’estensione dello strumento della Zes unica del Mezzogiorno, a partire dalla parte semplificativa, a tutto il territorio nazionale. Ho sentito dire a Elly Schlein che l’estensione ora è una proposta del campo largo, e lo considero un enorme passo avanti […]. Certo, se l’unica proposta comune che hanno nel campo largo è un provvedimento fatto da noi, direi che sul programma sono un po’ indietro».
L’intervista traccia così la parabola di una leadership che rivendica la propria continuità d’azione. Meloni restituisce l’immagine di un esecutivo solido, che rifiuta scorciatoie tattiche per rivendicare l’ambizione di un pragmatismo di governo ancorato ai propri principi cardine.
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