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La Puglia come laboratorio di governamentalità neoliberale
֎La domanda che emerge è semplice e radicale: che cosa significa sviluppo quando il prezzo è la perdita di sovranità territoriale, di biodiversità, di memoria, di relazioni multispecie? Che cosa significa competitività quando il paesaggio viene sacrificato, quando olivi secolari pienamente produttivi vengono eradicati in sfregio alla ricerca scientifica, quando le comunità vengono marginalizzate? Che cosa significa attrattività turistica quando il territorio viene consumato fino a diventare irriconoscibile?֎
La Puglia contemporanea è attraversata da una tensione profonda: da un lato la retorica dello sviluppo, della competitività, dell’attrattività turistica; dall’altro la fragilità crescente dei suoi territori, segnati da crisi ecologiche, incendi ricorrenti, desertificazione, perdita di biodiversità e trasformazioni economiche che erodono la continuità storica dei paesaggi agrari e costieri. In questo scenario, la Zes Unica (Zona economica speciale) si presenta come un dispositivo capace di accelerare processi già in atto, trasformando la regione in un laboratorio di governamentalità neoliberale dove il territorio diventa superficie di investimento e la semplificazione amministrativa si traduce in semplificazione ecologica (Foucault 2005).
La genealogia del Complesso del disseccamento rapido dell’olivo (CoDiRO) ha mostrato come la crisi dell’olivo non sia stata un evento naturale, ma un processo politico che ha reso il Salento un territorio disponibile alla modernizzazione forzata. La costruzione della «zona infetta», la rimozione delle tutele paesaggistiche, la cancellazione dei saperi locali e la riduzione della complessità ecologica a un’unica causa individuata frettolosamente e a dispetto della complessità biotica e abiotica delle cause hanno prodotto un paesaggio reso ulteriormente vulnerabile, pronto a essere ristrutturato secondo logiche estrattive (Tsing 2015; Kohn 2013; Ingold 2000; Descola 2005). La Zes Unica si innesta esattamente su questa vulnerabilità: ne eredita la semplificazione, la amplifica e la trasforma in opportunità per megaprogetti turistici e infrastrutturali (Harvey 2005; Massey 2005).
Territori come Ostuni, Fasano, Monopoli, Polignano, Castellana Grotte e Conversano si trovano oggi in una condizione paradossale. Sono aree dichiarate «zona infetta» (secondo la normativa regionale sulla Xylella fastidiosa, nella quale è possibile procedere alla eradicazione di olivi anche secolari senza la necessità di chiedere il permesso alle autorità regionali), ma che ospitano oliveti monumentali perfettamente sani, produttivi, mai toccati da alcuna forma di disseccamento. Sono paesaggi agricoli storici, riconosciuti per la loro continuità ecologica e culturale, e allo stesso tempo sono tra le aree più esposte alla pressione turistica, alla speculazione fondiaria e ai processi di turistificazione che trasformano il territorio in merce (Minca 2007; D’Eramo 2017).
In queste aree, la Zes Unica introduce una possibilità che fino a pochi anni fa sarebbe stata impensabile anche in virtù della L.R. 14/2007 sulla tutela dell’olivo secolare e monumentale e della Legge di rango costituzionale del 14 febbraio 1951, n. 144. Entrambe, di fatto esautorate dal provvedimento Zes con il pretesto di trovarsi (questi territori) in zona infetta, aprendo alla possibilità di eradicare «legalmente» migliaia di olivi secolari e monumentali per far posto ai progetti Zes: resort, campi da golf, piscine, parcheggi, infrastrutture energetiche, tendoni, serre. Le deroghe ai vincoli paesaggistici, le procedure accelerate, la sospensione delle tutele ambientali e la sovrapposizione con la normativa fitosanitaria emergenziale creano un regime di eccezione che consente interventi radicali anche dentro parchi naturali regionali, aree protette, oliveti monumentali iscritti negli elenchi regionali. La logica è chiara: semplificare il territorio per renderlo disponibile all’investimento (Schneider 1998; González Casanova 1965; Hechter 1975).
Le conseguenze sarebbero devastanti. L’eradicazione degli olivi secolari non è solo una perdita paesaggistica: è una ferita ecologica che compromette la stabilità dei suoli, la biodiversità vegetale e microfaunistica, le reti radicali (rizosfera) che regolano l’umidità e la fertilità dei suoli, gli equilibri ecosistemici costruiti in secoli di coevoluzione tra umani e non umani. È una perdita economica che colpisce le imprese olivicole, riduce la produzione olearia, indebolisce le filiere locali, lascia spazio alle logiche industriali ed estrattive mentre consumano suolo, erodono possibilità lavorative e i servizi ecosistemici. È una perdita culturale che cancella i saperi locali pratici custoditi dai maestri potatori, le tecniche di cura, la fisiologia dell’olivo tramandata attraverso generazioni. È una perdita sociale che sottrae alle comunità la loro sovranità territoriale, la loro memoria, la cura del territorio e la loro capacità di immaginare futuri diversi in linea con la tradizione (Ingold 2000; Tsing 2015).
Questa fragilità è aggravata da un fenomeno che negli ultimi anni ha assunto una dimensione drammatica: gli incendi ricorrenti che devastano la Puglia. Come ricostruito nell’articolo Roghi e governo del territorio nella razionalità neoliberale (Il Barbuto, 9 agosto 2026), i roghi che negli ultimi anni hanno colpito Ostuni, Fasano, Monopoli, Polignano e gran parte del Salento non sono semplici eventi naturali, ma parte di una dinamica di fragilizzazione ecologica che si intreccia con la crisi climatica e con pratiche dolose spesso attribuite a ignoti. Il fuoco diventa strumento di semplificazione del paesaggio, cancellazione di usi agricoli, apertura di nuove superfici alla speculazione (Nixon 2011; Mbembe 2019). In un’estate segnata da temperature eccezionali e da decine di incendi, la vulnerabilità del territorio è apparsa evidente: ecosistemi già stressati vengono ulteriormente indeboliti da roghi che distruggono macchia mediterranea, pascoli, uliveti, aree rurali.
In questo contesto, la Zes Unica non interviene per proteggere il territorio, ma per renderlo disponibile a speculazioni e sfruttamento del paesaggio e dei residenti attraverso il ricatto lavorativo. La combinazione tra incendi, crisi climatica e deroghe Zes produce una condizione di eccezione territoriale che consente la trasformazione radicale dei paesaggi agricoli storici. La turistificazione (Gainsforth 2020), lungi dall’essere un fenomeno spontaneo, diventa una forma di estrazione: consuma Lavoro e lavoratori, spazio, acqua, biodiversità, memoria, relazioni. È un’industria che richiede territori semplificati, spopolati, resi economicamente appetibili. La Zes fornisce esattamente questo: un quadro normativo che permette di accelerare la trasformazione del territorio in superficie di investimento (Harvey 2006; Minca 2007).
La domanda che emerge è semplice e radicale: che cosa significa sviluppo quando il prezzo è la perdita di sovranità territoriale, di biodiversità, di memoria, di relazioni multispecie? Che cosa significa competitività quando il paesaggio viene sacrificato, quando olivi secolari pienamente produttivi vengono eradicati in sfregio alla ricerca scientifica, quando le comunità vengono marginalizzate? Che cosa significa attrattività turistica quando il territorio viene consumato fino a diventare irriconoscibile?
La Puglia si trova oggi davanti a un bivio. Può accettare la logica della predazione territoriale, della semplificazione ecologica, della turistificazione come industria estrattiva. Oppure può immaginare forme di rigenerazione che restituiscano complessità al paesaggio, che riconoscano la co‑agency degli attori non umani, che valorizzino i saperi locali, che proteggano gli olivi secolari come infrastrutture ecologiche e culturali. La scelta non è tecnica: è politica. Ed è urgente.
Bibliografia di riferimento citata
Descola, Philippe. 2005. Oltre natura e cultura. Milano: Raffaello Cortina.
D’Eramo, Marco. 2017. Il selfie del mondo. Indagine sulla turisticizzazione della società. Milano: Feltrinelli.
Foucault, Michel. 2015. Nascita della biopolitica. Corso al Collège de France (1978‑1979). Milano: Feltrinelli.
Gainsforth, S. 2020. Oltre il turismo. Esiste un territorio sostenibile? Eris, Torino.
González Casanova, Pablo. 1965. Internal Colonialism and National Development. Studies in Comparative International Development 1(4): 27–37.
Harvey, David. 2005. A Brief History of Neoliberalism. Oxford: Oxford University Press.
Harvey, David. 2006. Spaces of Global Capitalism: Towards a Theory of Uneven Geographical Development. London: Verso.
Hechter, Michael. 1975. Internal Colonialism: The Celtic Fringe in British National Development. London: Routledge.
Ingold, Tim. 2000. The Perception of the Environment: Essays on Livelihood, Dwelling and Skill. London: Routledge.
Kohn, Eduardo. 2021. Come pensano le foreste. Per un’antropologia oltre l’umano. Nottetempo, Milano.
Massey, Doreen. 2005. For Space. London: Sage.
Mbembe, Achille. 2016. Necropolitica. Durham: Ombre Corte, Bologna.
Minca, Claudio. 2007. The Tourist Landscape. In The Wiley‑Blackwell Companion to Tourism, edited by John Tribe, 21–33. Oxford: Wiley‑Blackwell.
Nixon, Rob. 2013. Slow Violence and the Environmentalism of the Poor. Cambridge: Harvard University Press.
Schneider, Jane. 1998. Italy’s «Southern Question»: Orientalism in One Country. Oxford: Berg.
Tsing A. L. (2021). Il fungo alla fine del mondo. La possibilità di vivere nelle rovine del capitalismo. Keller, Tn.
Giuseppe Vinci, Antropologo, ricercatore
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