Il regime cinese abbandona la propaganda del “diventate ricchi”


Per quarant’anni il Partito Comunista Cinese ha imposto ai cittadini un patto implicito: lasciate il potere a noi, non fate domande e vi renderemo più ricchi di quanto i vostri genitori abbiano mai potuto immaginare. Effettivamente in Cina il tenore di vita è salito, ma non grazie alla pianificazione centrale, ma perché il Partito ha allentato la presa sull’economia.

È stata l’apertura al mondo a portare capitali, tecnologia e mercati occidentali, generando ricchezza per la popolazione, il regime se ne è solo attribuito tutto il merito.
Anche mentre i redditi crescevano, il regime ha continuato a incarcerare i dissidenti, soffocare l’opposizione e perseguitare intere comunità di normali cittadini che non volevano avere nulla a che fare con la politica. Per la maggioranza obbediente, il miglioramento delle condizioni di vita ha comprato il consenso.

Oggi quel consenso si sta incrinando. La crescita rallenta, i prezzi scendono, il lavoro per i giovani scarseggia e i ricchi, nascostamente, trasferiscono i risparmi all’estero. Il segretario del Partito comunista cinese Xi Jinping sta riscrivendo il patto: basta promesse di arricchimento, ma promesse di “pareggiare i conti” con gli Stati Uniti.
Tuttavia, osserva Sheng Xue, giornalista sino-canadese, autrice e collaboratrice di Radio Free Asia e Deutsche Welle, sostituire la promessa di prosperità con quella della grandezza nazionale rappresenta il più grave azzardo del comunismo cinese contemporaneo.

Sheng Xue, giornalista, poeta e attivista filodemocratica. Toronto, 11 maggio 2025. Gran parte di quello che in Cina sembra patriottismo non è orgoglio, ma paura, dice Sheng. Arek Rusek/The Epoch Times

Tra gli studiosi della Cina il vecchio patto veniva definito “legittimazione basata sui risultati”. Spiega Sheng Xue: «Per lungo tempo la legittimità del Pcc a governare si è fondata sulla performance, e la parte più importante era “vi ho permesso di mangiare a sazietà, vestirvi con dignità e vivere meglio”» e, in cambio, il Partito «ha convinto sempre più persone a rinunciare ai diritti politici di partecipazione e controllo che avrebbero dovuto rivendicare».
Ora che la crescita economica si è fermata e in alcuni settori è addirittura crollata, quell’effetto si sta esaurendo e i dati confermano la difficoltà. Secondo l’Ufficio nazionale di statistica cinese, i prezzi sono in calo da quasi tre anni, una spirale deflazionistica che Bloomberg Economics ha definito la più lunga dalla carestia seguita al Grande Balzo in Avanti di Mao Zedong all’inizio degli anni Sessanta. La deflazione si autoalimenta: le imprese tagliano salari e posti di lavoro, le famiglie rimandano gli acquisti aspettando prezzi ancora più bassi e il peso dei debiti aumenta. Secondo i dati di Barclays citati da Bloomberg, in gran parte ciò è dovuto al crollo immobiliare che ha cancellato una ricchezza familiare stimata in diciottomila miliardi di dollari, lasciando le famiglie più povere e riluttanti a spendere.

Ad aprile la disoccupazione giovanile – sedicenni e ventiquattrenni non studenti – era del 16,3 percento. Nel 2023 Pechino ha riferito intenzionalmente questo dato sottostimato, visto che il dato precedente era del 21,3 percento, vietando la pubblicazione dei dati per sei mesi. In quel periodo l’economista dell’Università di Pechino Zhang Dandan aveva attirato l’attenzione nazionale stimando che il tasso reale potesse raggiungere il 46,5 percento.

Anche la demografia è in contrazione: nel 2025 le nascite sono diminuite del 17 percento, scendendo a 7,92 milioni, il numero più basso da quando Pechino ha iniziato a registrarle nel 1949. I cinesi oltre i sessant’anni sono circa il 23 percento. Il demografo Yi Fuxian dell’Università del Wisconsin-Madison ha osservato che l’anno scorso la Cina ha registrato all’incirca lo stesso numero di nascite del 1738, quando la popolazione era di circa centocinquanta milioni di persone.
Molti cinesi comuni avvertono direttamente la stretta. «Il reddito è sceso, il valore degli immobili è crollato e il mio senso di sicurezza si è ridotto», ha raccontato alla nostra Testata una donna sulla cinquantina di Harbin, «la mancanza di sicurezza deriva dal deprezzamento dello yuan». Un uomo sulla cinquantina di Dalian è stato più esplicito: «In casa, essere senza debiti ti rende già importante».

Una piazza di Guangzhou, Cina, 15 aprile 2026. REUTERS/Go Nakamura/Foto d’archivio

Considerata la difficoltà di garantire prosperità, il regime ha ripiegato sull’orgoglio nazionale e sulla spettacolarità. «La Cina userà astronavi e portaerei per risollevare il morale pubblico», ha dichiarato Shen Ming-Shih, ricercatore dell’Istituto taiwanese per la ricerca sulla difesa nazionale e la sicurezza. L’orgoglio che queste esibizioni cercano di alimentare è «una cosa piuttosto vuota e illusoria», ha aggiunto, che dura solo finché le persone «non vedono anche il resto del mondo».

Il Mercator Institute for China Studies di Berlino lo descrive come un cambio strategico di prospettive: dalle promesse di miglioramento del tenore di vita come base della legittimità del Partito, Xi Jinping ora punta a patriottismo, nazionalismo e preparazione militare, con forti toni anti-occidentali. Temi che risalgono al 1991, due anni dopo la sanguinosa repressione di piazza Tienanmen. L’ex Presidente Jiang Zemin lanciò allora una «campagna di educazione patriottica» che, come documentato dallo studioso Zheng Wang, ha riscritto i programmi scolastici relativi al «secolo dell’umiliazione» subito dalla Cina per mano delle potenze straniere, presentando il Partito come salvatore della nazione.
Sheng Xue va oltre e sostiene che gran parte di quanto appare come patriottismo non sia orgoglio, bensì paura. «Non credo che sotto il regime comunista i cinesi abbiano, in senso lato, un più autentico orgoglio nazionale», ha affermato, definendo le manifestazioni pubbliche una «copertura del rischio collettivo» ossia una folla che recita lealtà in modo che nessuno possa farsi notare. «I grandi sentimenti difficilmente riempiono uno stomaco vuoto» e la messinscena «riuscirà a mantenere stabile il potere del regime» solo per un tempo limitato.

La “strategia” risulta chiaramente dai consumi. Secondo un’indagine di Bain & Company e Worldpanel, nel 2024 i marchi nazionali coprivano il 76 percento del mercato al consumo cinese, rispetto al 66 del 2012: un cambiamento dato dalla politica di promozione dei “campioni nazionali” di produzione locale.

Nike, un tempo simbolo di affermazione sociale, per sei trimestri consecutivi ha registrato un calo, sostituito dai marchi Anta e Li-Ning, esaltati dal regime  come guochao (onda nazionale). Alcuni miglioramenti di qualità sono reali, ma acquistare prodotti stranieri è diventato politicamente rischioso. Negli ultimi anni, boicottaggi nazionalisti hanno colpito H&M, Nike e Dolce & Gabbana; come spiega Sheng, la scelta di sicurezza per non “distinguersi” – rendendosi riconoscibili agli onnipresenti controlli del regime – è comprare prodotti nazionali.

Non tutti gli intervistati si sono mostrati disillusi. Un uomo sulla trentina, lavoratore autonomo nella provincia dello Shandong, ha dato una visione più ottimista, in linea con quella ufficiale: i prodotti cinesi sono ormai «tutt’altro che inferiori ai marchi esteri». Gli Stati Uniti, dice, sono afflitti da «divisione sociale, deindustrializzazione e unilateralismo all’estero», e si sente «più sicuro riguardo al futuro». Ma Sheng Xue fa osservare che risposte di questo genere sono difficili da interpretare dall’esterno: in un sistema in cui gli economisti che «parlano male della Cina» possono perdere il lavoro e la visibilità, la risposta prudente e quella sincera non sempre coincidono.

L’orgoglio viene spesso contraddetto da ciò che le stesse persone fanno col denaro e i figli. Sheng Xue ha definito questa contraddizione «un classico esempio di dissonanza cognitiva e interesse personale raffinato», persone che in pubblico sostengono la «resistenza all’egemonia occidentale», mentre in privato considerano università, tribunali e tutele patrimoniali occidentali «la cassaforte insostituibile per l’élite cinese e per i funzionari all’interno del sistema».

Chen Pokong, per gentile concessione di Chen Pokong

Chen Pokong – che ha trascorso anni nelle prigioni cinesi per aver preso parte al movimento democratico del 1989 – commentatore politico e autore ora residente negli Stati Uniti, lo ha descritto in modo più eloquente: «Con la bocca gridano slogan patriottici, ma poi votano con i piedi» parlando di code inesistenti davanti alle ambasciate di Russia e Corea del Nord, e di folle davanti a quelle di Stati Uniti, Giappone e Australia, e di funzionari che denunciano l’Occidente mentre trasferiscono famiglie e fortune proprio lì.
Le interviste lo hanno confermato: la maggior parte dei cittadini vorrebbe emigrare o mandare i figli all’estero. Un neolaureato, ora negli Stati Uniti, ha detto che farà «tutto il possibile per rimanere» e ha definito le scuole superiori cinesi «come campi di concentramento, senza alcuna libertà di parola nella società». Una donna di Harbin ha dichiarato di volere l’Europa per sé e per il figlio. Un uomo di Dalian ha osservato che l’esempio viene dall’alto: «Chi ha soldi e potere vuole andare nei Paesi sviluppati, tutti, anche i loro figli». E ha aggiunto: «la polizia di internet è ovunque, quindi nessuno osa parlare liberamente. Il novantanove percento dei comuni cittadini cinesi si è rassegnato: sotto un macigno di quelle dimensioni, come potrebbe un uovo restare intero?».

Anche gli investitori stranieri hanno «votato» con il capitale. Secondo dati del Ministero degli Esteri americano, l’investimento diretto estero netto della Cina, dal picco di 344 miliardi di dollari nel 2021, è sceso a circa 4,5 miliardi nel 2024, il livello più basso dal 1991, dopo l’estensione della legge anti-spionaggio, i raid contro società di consulenza straniere e il divieto per alcuni dirigenti di lasciare il Paese.
La Banca Mondiale ha riferito che nel 2025 i capitali in uscita dalla Cina hanno superato persino un surplus commerciale record. Il 73 percento delle imprese europee intervistate dalle Camere di commercio nel 2025 ha dichiarato che operare in Cina è diventato più difficile rispetto all’anno precedente.

Di fronte a questo esodo, osserva Sheng Xue, l’insistenza di Pechino sul fatto che la Cina sia ormai alla pari degli Stati Uniti appare più una smaccata necessità interna che una politica estera. L’esempio lampante si è avuto a maggio, col viaggio del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump – primo capo di Stato americano in carica a visitare Pechino dopo quasi un decennio – e la sua visita al Tempio del Cielo. Trump ha dato a Pechino l’immagine desiderata, dichiarando a Fox News che Cina e Stati Uniti sono «i due grandi Paesi. Io li chiamo il G2».

Donald Trump e Xi Jinping all’interno di Zhongnanhai a Pechino, il 15 maggio 2026. REUTERS/Evan Vucci/Pool

Per Xi Jinping il valore di quell’immagine è soprattutto interno, ha spiegato Sheng. Un dittatore alle prese con un’economia in difficoltà e impegnato a epurare proprio gli ufficiali che un tempo aveva promosso, ha bisogno che la potenza più forte del mondo lo consideri alla pari: una prova visibile, per la propaganda interna, che il suo governo ha avuto successo e che il suo potere è saldo. Il regime «ha bisogno dell’elogio e della sottomissione del mondo esterno per dimostrare al pubblico interno il successo della sua governance».

Quanto più grandiosa è stata l’accoglienza organizzata da Pechino, tanto maggiore è evidente la debolezza che cerca di mascherare. Shen Ming-Shih rileva che la richiesta di essere trattati da pari in realtà tradisce un senso di inferiorità: «È l’espressione del complesso di inferiorità che i cinesi portano con sé dalla guerra dell’oppio». Ha distinto però il Paese dai suoi governanti: «La millenaria civiltà cinese in realtà è in antitesi con il Partito comunista». L’atteggiamento del dittatore cinese cela una profonda ironia, perché la crescita che oggi tanto celebra è stata costruita in larga parte con l’aiuto dell’Occidente. Washington ha appoggiato l’ingresso della Cina nell’Organizzazione mondiale del commercio nel 2001, nella speranza che potesse aprire il Paese. Nel 2018 il Rappresentante per il Commercio americano ha giudicato quella scommessa fallita, ammettendo che «gli Stati Uniti hanno commesso un errore favorendo l’ingresso della Cina nella Wto».

Sheng paragona la svolta di Pechino verso l’Occidente a «prendere la ciotola per mangiare e poi posarla per rompere la pentola»: attribuendo la crisi economica interna alla politica di «contenimento e alla repressione» americana, il regime si è creato un capro espiatorio per i fallimenti di cui è responsabile.

Bandiera di Taiwan sventola a Keelung, Taiwan, 30 dicembre 2025. REUTERS/Ann Wang

Ma c’è un altro aspetto di questo patto, più pericoloso, ed è l’impegno su Taiwan. Xi Jinping si è spinto oltre i suoi predecessori, mettendo l’isola direttamente al centro della propria “missione”: la rinascita nazionale. In un discorso del 2019 ha detto infatti che la «riunificazione» è un requisito della rinascita, e che la questione non doveva essere «lasciata in eredità alle generazioni future» definendo l’unificazione inevitabile. E in una telefonata con Trump a novembre Xi avrebbe addirittura affermato, secondo Pechino, che «il ritorno di Taiwan alla Cina» fa parte dell’ordine internazionale postbellico. Che possa effettivamente appropriarsi dell’isola – e che Xi possa essere consapevole di non riuscire a farlo – dipende dallo stesso apparato che produce la propaganda. Quella macchina, dice Sheng, non trasmette più ai vertici le notizie sgradite: «Quando il sistema non tollera più il dissenso, quello che arriva ai dirigenti sono inevitabilmente rapporti di successi filtrati strato dopo strato» e le decisioni basate su di essi «porteranno inevitabilmente a errori strategici».

Il rischio maggiore, secondo Chen Pokong, sta proprio nella forza di cui Xi avrebbe bisogno per qualsiasi azione su Taiwan: un esercito decapitato da anni di purghe. Secondo il Center for Strategic and International Studies, dal 2022 oltre cento tra i più alti ufficiali dell’Esercito popolare di liberazione sono sono scomparsi, la maggior parte dei quali promossi dallo stesso Xi. Dei sei generali nominati dal dittatore nella Commissione Militare Centrale nel 2022, ne resta uno solo, gli ultimi a cadere, a gennaio, sono stati il vicepresidente Zhang Youxia e il capo di stato maggiore congiunto Liu Zhenli. Epurazioni che non hanno certo rafforzato ma solo spaventato, secondo Chen, e racconta che all’interno dello stesso esercito i generali rivali, mentre cadevano, si lanciavano a vicenda l’insulto «capacità di combattimento fasulla». Ha citato le esercitazioni dell’Esercito popolare di liberazione intorno a Taiwan, dove i missili avrebbero mancato i bersagli, e il silenzio seguito all’epurazione di gennaio: «Nessuna forza armata, nessun comando di teatro ha espresso sostegno», e la campagna contro gli ufficiali caduti «si è fermata dopo soli tre giorni».

Shen Ming-Shih dubita che l’esercito obbedirebbe a un ordine di morire per la causa. La caduta di Zhang Youxia, ha detto, «ha permesso alle forze armate di vedere il vero volto di Xi Jinping». La sua conclusione è netta: «Senza una giusta causa per combattere nello stretto di Taiwan, l’Epl potrebbe non obbedire agli ordini di Xi Jinping e marciare verso la morte, soprattutto di fronte alla superiorità militare americana».

Il tempo gioca contro Pechino. La Cina, dice Chen Pokong, «invecchia prima di arricchirsi» e scivola verso il destino del Venezuela o dello Zimbabwe a una velocità che «ha colto il mondo esterno completamente impreparato». Questo declino, avverte Sheng Xue, potrebbe rendere Pechino più pericolosa, non meno: un regime che sente la propria forza raggiungere il massimo «è spesso più aggressivo di uno in costante ascesa», e individua il momento di massimo pericolo tra il 2027 e i primi anni Trenta, quando il potenziamento militare toccherà il culmine, proprio mentre il crollo economico e demografico inizierà a manifestarsi.

Un dittatore messo alle strette da un’economia in declino e da una promessa nazionalista su cui ha puntato il proprio potere è il tipo più imprevedibile e, conclude Sheng: «Xi Jinping si trova con le spalle al muro, quindi esiste ancora la possibilità che compia una mossa azzardata».


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 Redazione ETI/Sean Tseng

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