Un rapporto europeo dettaglia il pessimo stato di salute del giornalismo italiano


L’Italia si conferma in una posizione critica per quanto riguarda la libertà di stampa e il pluralismo dell’informazione, con un punteggio di rischio medio-alto (51%) che la colloca al 15esimo posto su 27 Paesi europei, sopra la media UE del 49%. Ad attestarlo è il rapporto Media Pluralism Monitor 2026, realizzato dal Centre for Media Pluralism and Media Freedom, che svolge attività di ricerca, monitoraggio e analisi delle politiche pubbliche. Il report sottolinea come il nostro Paese sia considerato allo stesso livello di Repubblica Ceca, Polonia e Croazia, mentre le situazioni di Ungheria, Malta e Cipro risultano le peggiori, ritenute ad alto rischio. Le preoccupazioni sull’Italia riguardano in particolare la mancata applicazione della direttiva contro le querele temerarie, l’opacità nelle nomine della governance RAI e la mancata introduzione di una legge sul conflitto d’interessi.

L’ambito che desta le maggiori preoccupazioni è quello della pluralità del mercato. Secondo il rapporto, la concentrazione della proprietà dei media, la difficoltà di accedere alle informazioni sui titolari effettivi delle aziende editoriali e la crescente dipendenza dalle grandi piattaforme digitali rappresentano fattori che compromettono il pluralismo dell’informazione. Alla crisi strutturale della stampa tradizionale si affianca una progressiva erosione della sostenibilità economica del settore, mentre resta assai delicata la questione dell’indipendenza politica dell’informazione. Gli autori del rapporto rilevano che il sistema di governance della Rai non è stato adeguato ai principi previsti dall’European Media Freedom Act e che lo stallo sulla nomina del presidente dell’azienda e sul funzionamento della Commissione parlamentare di vigilanza si è protratto per tutto il 2025. Nell’ambito della protezione fondamentale (rischio 45%), il rapporto segnala il deterioramento della professione giornalistica, con un «clima intimidatorio che favorisce l’autocensura». Le cause sono da ricercare nella precarietà contrattuale, nelle basse retribuzioni per i freelance e nell’abuso di querele temerarie (SLAPP). L’inclusione sociale (rischio 43%) mostra gravi lacune nella parità di genere (rischio alto, 83%), con le donne fortemente sottorappresentate nei ruoli decisionali e apicali delle testate.

Altro nodo irrisolto riguarda il tema del conflitto di interessi. Secondo gli autori, la normativa vigente non è stata aggiornata e continua a risultare inadeguata nel prevenire efficacemente le sovrapposizioni tra potere politico e controllo dei mezzi di informazione. Il quadro legislativo, fermo a disposizioni ormai datate, non riesce infatti ad affrontare in modo soddisfacente i casi di controllo indiretto dei media né a limitare l’influenza esercitata da soggetti che, pur ricoprendo incarichi politici o mantenendo un ruolo nella vita pubblica, conservano interessi nel settore della comunicazione. Nel documento si citano casi emblematici che da anni caratterizzano il panorama italiano: il più noto è quello del gruppo Mediaset (oggi MFE), la cui proprietà e gestione sono nelle mani degli eredi di Silvio Berlusconi, i quali, pur non essendo formalmente attivi in politica, esercitano un ruolo informale ma determinante in Forza Italia; un altro caso segnalato è quello del gruppo Tosinvest, che controlla diversi quotidiani nazionali come Libero, Il Tempo e Il Giornale, ed è a sua volta controllato da Antonio Angelucci, deputato della coalizione di centro-destra dal 2008. Il problema si estende anche al livello locale, come nel caso di Michl Ebner, membro della Südtiroler Volkspartei, che è allo stesso tempo editore del gruppo Athesia, che controlla i principali giornali del Trentino-Alto Adige.

Il rapporto si chiude con una lista di raccomandazioni al governo italiano, cui si chiede di «approvare una riforma complessiva della diffamazione e un quadro normativo per contrastare le querele temerarie», «potenziare la tutela dei whistleblower e delle fonti giornalistiche, vietando esplicitamente l’uso di tecnologie di sorveglianza intrusiva (spyware)» e «riformare i regimi di sostegno pubblico per favorire il giornalismo indipendente e garantire accordi trasparenti e inclusivi per l’uso dei contenuti protetti da copyright da parte delle piattaforme digitali». L’Agcom «deve garantire l’accesso pubblico ai dati sui titolari effettivi dei media e aggiornare il sistema anti-concentrazione includendo criteri che tutelino l’indipendenza editoriale». Sul fronte del conflitto di interessi, si raccomanda «una riforma della normativa che affronti i casi di controllo indiretto e riguardi anche gli attori politici e non solo di governo». Per il sostegno pubblico, «i criteri di distribuzione dei contributi diretti devono essere migliorati con obblighi di rendicontazione, mentre i sostegni indiretti devono essere pianificati a lungo termine per garantire stabilità».

Proprio il tema dei finanziamenti pubblici diretti all’editoria è ritornato centrale negli ultimi mesi, con l’associazione Schierarsi che a fine aprile ha lanciato una campagna di raccolta firme per promuovere un referendum abrogativo mirato a cancellarli. Nel 2024 la quota dei finanziamenti diretti ha raggiunto i 104,8 milioni di euro (rispetto ai 95,6 del 2023), a favore di 153 testate che figurano come cooperative di giornalisti, enti senza fini di lucro e Fondazioni. I giornali che ricevono i finanziamenti più ingenti sono il quotidiano in lingua tedesca Dolomiten (6,1 milioni), Famiglia Cristiana (6 milioni) e Avvenire (5,5 milioni). Anche testate nazionali come Libero (5,4 milioni), ItaliaOggi (4 milioni) e Il Foglio (2 milioni) beneficiano di somme rilevanti. L’obiettivo è raccogliere entro il 26 luglio le 500mila sottoscrizioni necessarie per portare gli italiani alle urne. Ad oggi sono state raccolte oltre 260mila firme.

Stefano Baudino

Laureato in Mass Media e Politica, autore di dieci saggi su criminalità mafiosa e terrorismo. Interviene come esperto esterno in scuole e università con un modulo didattico sulla storia di Cosa nostra. Per L’Indipendente scrive di attualità, politica e mafia.




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