Cosa ha lasciato il Pnrr all’industria italiana? Di certo, secondo i numeri registrati dai settori Anie, ha funzionato come motore di crescita per i mercati abilitati dalle tecnologie elettrotecniche ed elettroniche. Dunque, energia, edilizia, industria, infrastrutture e trasporti. Ma la sua prossima conclusione lascia diversi interrogativi: su cosa investire, con quali risorse, e attraverso quale modello di governance. Domande a cui il Paese deve rispondere con urgenza.
A questa urgenza si rivolge il documento “Eredità del PNRR: impatti e prospettive per i settori Anie”, elaborato da Teha Group su incarico di Federazione Anie, presentato in occasione dell’Assemblea annuale 2026. Un’analisi strutturata che integra elaborazioni macroeconomiche e risultati di una survey condotta su circa 200 aziende associate, rappresentative del 35% del fatturato tecnologico dell’ecosistema Anie.
Impatto del Pnrr sull’industria italiana: sostegno e metodo
Con circa 194 miliardi di euro assegnati, l’Italia è stata il primo Paese beneficiario del Next Generation EU. Un primato che porta con sé una grande responsabilità e che ha prodotto effetti macroeconomici rilevanti. In un contesto internazionale segnato da crescente instabilità, il Piano ha rappresentato il maggiore sostegno agli investimenti pubblici nazionali dal secondo dopoguerra, riportando la spesa per infrastrutture e trasformazione produttiva su livelli prossimi alla media europea.
Secondo l’analisi controfattuale di Teha Group, senza il contributo del Pnrr l’Italia sarebbe entrata in recessione già nel 2024. A questo si aggiunge un secondo effetto, spesso trascurato nel dibattito pubblico: l’approccio basato su target e milestone ha disciplinato più efficacemente l’esecuzione dei progetti. Un miglioramento metodologico che, se consolidato, rappresenta una delle eredità più preziose per il sistema italiano.
I settori Anie valgono 895 miliardi di euro
Le tecnologie elettrotecniche ed elettroniche non sono una nicchia produttiva, bensì un abilitatore trasversale. Guardando ai valori generali dei settori abilitati, energia, edilizia, industria, infrastrutture e trasporti, parliamo di 930 miliardi di euro di fatturato e 297 miliardi di valore aggiunto diretto. Attraverso 1,2 milioni di imprese attive e 42,1 miliardi di euro di investimenti. Considerando gli effetti diretti, indiretti e indotti, l’impatto complessivo dei mercati abilitati da Anie raggiunge 895 miliardi di euro, pari a circa il 44% del Pil nazionale. Inoltre, a partire da 3,2 milioni di occupati diretti, i quattro mercati sostengono 12,1 milioni di posti di lavoro nell’economia nazionale, circa il 46% dell’occupazione totale.
Moltiplicatore economico
Il moltiplicatore economico del Sistema Anie si attesta a 3,01: ogni euro di valore aggiunto generato direttamente attiva altri tre euro nell’economia allargata. Indubbio, dunque, il peso sistemico delle tecnologie elettrotecniche ed elettroniche per la competitività del Paese. Se è vero che il Pnrr ha toccato l’intera economia italiana, lo è anche che i settori Anie ne hanno beneficiato in modo particolare e non casuale. Il Piano si è concentrato proprio sui comparti abilitati da queste tecnologie. Infatti, i quattro settori Anie rappresentano il 22% dei progetti finanziati dal Pnrr e assorbono il 63% del valore complessivo delle risorse.
Valore aggiunto a tripla velocità
Nel periodo di attuazione del Piano, i settori Anie hanno registrato una crescita del valore aggiunto di 3,4 volte superiore al resto dell’economia. L’accelerazione osservata a partire dal 2021 evidenzia come gli investimenti del Pnrr abbiano coinciso con una fase di particolare espansione dei mercati legati alle tecnologie elettrotecniche ed elettroniche, con effetti soprattutto nelle infrastrutture, nei trasporti e nell’edilizia.
Le imprese hanno risposto alla chiamata
Oltre i numeri, ci sono i protagonisti della filiera: le imprese. Il dato più immediato della survey dedicata agli associati Anie riguarda il livello di partecipazione: circa l’80% ha preso parte a progetti o gare collegati al Pnrr. Di questi, il 60% ha partecipato a più di cinque iniziative. Segnale, secondo gli analisti, di una struttura produttiva orientata a intercettare i flussi di investimento pubblico. Quanto all’impatto economico di tale partecipazione, per circa la metà degli interpellati i progetti Pnrr hanno generato oltre il 10% del fatturato 2024-2025. Nel 32% dei casi siamo oltre il 20%.
Investimenti, sostenibilità e capitale umano
Il 20% dei rispondenti ha ricevuto fondi Pnrr direttamente per investimenti. Tra questi, il 74% ha incrementato investimenti già previsti, o ne ha avviati di nuovi, e il 69% ha destinato le risorse a sostenibilità ed efficienza energetica. Sul fronte del capitale umano, il 53% delle aziende ha aumentato il personale grazie agli effetti del Piano. Oltre la metà dei beneficiari degli investimenti diretti ha anche sviluppato nuove competenze. Questo patrimonio immateriale, se opportunamente consolidato, può diventare un’altra eredità vitale per l’industria italiana.

8 aziende su 10 temono il post Pnrr
I dati rassicurano, ma il futuro preoccupa. Al termine del Pnrr la principale sfida per il sistema produttivo è garantire la continuità degli investimenti in assenza del sostegno straordinario. La consapevolezza c’è: il 79% del campione, di cui il 24% molto preoccupato e il 55% abbastanza preoccupato, ritiene essenziale garantire la prosecuzione delle politiche che hanno sostenuto la trasformazione del Paese negli ultimi anni. I timori non restano sulla carta, perché nel terzo trimestre 2026 la fiducia degli imprenditori italiani nei confronti del proprio business ha rallentato rispetto ai trimestri precedenti. Per scongiurare il rischio di una brusca discontinuità, dopo anni di innovazione e crescita, la politica italiana è chiamata a intervenire con proposte strutturate.
Digitale, energia e mobilità: quali fronti restano aperti?
Il Pnrr ha prodotto miglioramenti misurabili nelle infrastrutture digitali, nella transizione energetica e nei trasporti:
- +32% di diffusione della fibra,
- +66% di energia primaria risparmiata,
- +25% km di rete ferroviaria ad alta velocità.
Tuttavia, rimangono dei gap da colmare rispetto ai target europei.
La sfida trasversale di produttività e competenze
Altre due criticità strutturali attraversano l’economia italiana. La prima riguarda la produttività: quella italiana è cresciuta solamente del 6% dal 1990, contro il +36% della media UE 27. Divario che nessun piano di investimento può colmare senza interventi profondi su organizzazione del lavoro, digitalizzazione e formazione continua. La seconda è il personale qualificato: gli adulti con competenze digitali in Italia sono intorno al 54% del totale, rispetto a un target del Digital Compass Goal dell’80%. Poi, la quota di laureati Stem nella forza lavoro è la più bassa in Europa: si ferma al 6% rispetto a una media dell’11%. Questi deficit non sono problemi del futuro ma vincoli già impattanti sulla capacità dell’industria italiana di assorbire e valorizzare gli investimenti tecnologici.
Quattro priorità per rassicurare l’industria italiana
L’orizzonte post Pnrr impone un cambio di paradigma. Secondo le stime della BCE, in Europa il 78% delle risorse necessarie per la transizione verde e digitale nei prossimi anni dovrà provenire dal settore privato. Non perché il pubblico sia irrilevante, ma perché i volumi in gioco, decine di miliardi annui, eccedono strutturalmente la capacità di spesa pubblica. Inoltre, l’eccesso di burocrazia ha rappresentato il principale elemento di complessità nell’approccio al Pnrr. Seguito dalla carenza di personale qualificato e dai tempi di autorizzazione.

Emergono dunque quattro indirizzi operativi di riferimento:
- programmazione pluriennale della domanda e delle risorse,
- centralità delle infrastrutture tecnologiche, energetiche e digitali,
- semplificazione amministrativa e accelerazione dell’attuazione degli interventi,
- valorizzazione di investimenti, innovazione e capitale umano.
Il Pnrr ha dimostrato che l’Italia è capace di investire in modo efficace quando ci sono le condizioni: obiettivi chiari, risorse certe, pressione sui risultati. Ora che la finestra si chiude, oltre agli aspetti economici si teme la dispersione di un metodo efficace collettivamente acquisito. I settori Anie si confermano pronti a continuare l’impegno per la transizione digitale ed energetica, perché, secondo il presidente di Federazione Anie, Vincenzo de Martino, “il dopo non può essere un ritorno al prima”.
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