La fine del welfare – Appunti


Al posto del welfare universalistico oggi c’è un’altra cosa: un sistema misto pubblico privato, in cui la parte privata cresce ogni giorno di più diventando una voce di spesa consistente per le famiglie e un vasto campo di affari e di interessi per gli operatori del settore, nazionali e internazionali, come dimostra la discesa in campo in Italia di diversi fondi di investimento di caratura mondiale; un sistema ibrido in cui chi ha mezzi è protetto; chi non ha mezzi si arrabatta

Roberto Seghetti

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Due iniziative interessanti sono state prese nel mese di agosto, una sulla sanità, l’altra sulle pensioni. Ciascuna delle due, presa da sola, è un’azione di buon senso, e come tali sono state presentate sulla stampa.

Se però lo sguardo si allarga, le due iniziative, in sé anche positive, diventano parti di un fenomeno più ampio.

Per dirla senza giri di parole, queste due iniziative certificano che il welfare pubblico universalistico (previdenza, assistenza, sanità, scuola…) finanziato dalla fiscalità generale è caduto sotto i colpi delle ristrettezze di bilancio, ma anche a causa dell’ideologia, molto cara al governo di Giorgia Meloni, secondo la quale la spesa pubblica per garantire gli stessi diritti a tutti, anche ai più sfortunati, è troppo generosa e non aiuta il dinamismo sociale.

Al posto del welfare universalistico oggi c’è un’altra cosa: un sistema misto pubblico privato, in cui la parte privata cresce ogni giorno di più diventando una voce di spesa consistente per le famiglie e un vasto campo di affari e di interessi per gli operatori del settore, nazionali e internazionali, come dimostra la discesa in campo in Italia di diversi fondi di investimento di caratura mondiale; un sistema ibrido in cui chi ha mezzi è protetto; chi non ha mezzi si arrabatta.

Lo avevamo ben capito, direte voi. Ma è importante prenderne atto oggi, alla vigilia di una campagna elettorale che già si preannuncia turbolenta, perché sarebbe bene che gli elettori chiedessero chiarezza assoluta negli intenti e nelle azioni di coloro che si propongono alla guida del paese.

Ma andiamo per ordine. In agosto, il ministero dell’Istruzione e del Merito ha confermato che un consorzio formato da Unisalute, Intesa e Poste si è aggiudicato un bando da 320 milioni di euro in quattro anni.

Obiettivo: assicurare dal 2026 al 2029 tutto il personale della scuola. È una polizza sanitaria, di fatto un pezzo aggiuntivo delle retribuzioni per insegnanti e altro personale impiegato nei diversi gradi di istruzione.

Non è certo la prima assicurazione sanitaria integrativa di categoria. Ne prevedono una anche diversi contratti di lavoro nel settore privato.

Vista dalla parte dei beneficiari, dei singoli cittadini interessati, è chiaro che una protezione in più, per quanto limitata, fa comodo: serve oggettivamente a dare una mano nel caso in cui si debbano realizzare interventi piccoli o grandi che il servizio sanitario pubblico non riesce più a coprire.

Ma attenzione: dal punto di vista collettivo iniziative come questa, soprattutto se pubbliche, certificano che ormai si considera inevitabile il progressivo spostamento da un servizio universale (ti copro sempre, che tu sia ricco o povero, con o senza una polizza, in attività o in pensione e senza lavoro) a un servizio sempre più legato a particolari condizioni di copertura assicurativa.

Tanto per dire, la polizza per gli insegnanti e il resto del personale scolastico cessa di funzionare nel momento in cui finisce il lavoro. Se dunque sei occupato hai una polizza di categoria che ti copre; se sei fuori, per esempio pensionato o disoccupato, hai solo ciò che resta del servizio pubblico.

Nei fatti stiamo tornando a un sistema che per diversi aspetti si avvicina a quello delle vecchie mutue, superato proprio per dare vita al Servizio sanitario nazionale.

L’Ufficio parlamentare di Bilancio nel suo focus sulla Sanità, pubblicato nei mesi scorsi, ha chiaramente indicato questa tendenza parlando di un sistema ibrido: “Nel 2023 – hanno scritto i tecnici dell’Upb – il pubblico copriva ormai solo il 73,1 per cento della spesa sanitaria complessiva, contro una media UE superiore all’80, mentre la spesa diretta delle famiglie raggiungeva il 23,6 per cento, superando di quasi 9 punti percentuali la media europea”.

Non solo: “In parallelo si registra una crescita delle forme di sanità integrativa, con un aumento degli iscritti ai fondi sanitari da 5,8 milioni nel 2013 a 16,3 nel 2023”.

Beninteso, questo fenomeno non è nato oggi: ha avuto inizio negli anni Novanta del secolo scorso, spinto appunto dall’idea liberista che la spesa pubblica sia una palla al piede e che invece le risorse sia meglio impiegarle per abbassare le imposte ai primi della classe per far correre l’economia con un conseguente beneficio generale.

La falsità di questa promessa la si può verificare oggi: in tutto il mondo, Italia compresa, i più ricchi pagano poco o nulla e chi lavora si accolla, tramite le tasse, larga parte del peso della spesa statale, ma non ci sono più servizi pubblici come quelli precedenti e le famiglie devono mettere mano al portafoglio, se possono farlo.

Non tutto può dunque essere messo sulle spalle del governo guidato da Giorgia Meloni. Ma non v’è dubbio che l’esecutivo sostenuto dai partiti di destra ha dato nei quattro anni di pieno potere il colpo decisivo.

Gli ultimi dati della fondazione Gimbe certificano non a caso che la spesa sanitaria pubblica nel 2025 è calata in termini reali, scendendo dal 6,3 al 6,2 per cento del Pil (nel 2022, anno di insediamento del governo di centrodestra, la spesa sanitaria rispetto al Pil era al 6,8 per cento).

Nessun governo aveva mai tagliato in modo così deciso l’investimento in salute pubblica.

Il sottofinanziamento pubblico è “una criticità strutturale che ha indebolito il servizio sanitario nazionale e compromesso l’esigibilità di un diritto fondamentale”, ha commentato il presidente della fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta. Il risultato è “l’impoverimento e indebitamento delle famiglie, fino alla rinuncia a esami diagnostici e visite specialistiche: un fenomeno che nel 2024 ha riguardato 5,8 milioni di persone”.

La diffusione di polizze legate ai rinnovi contrattuali di categoria è una copertura sicuramente interessante per coloro ai quali si rivolge, ma svela un atteggiamento di fondo, in primis del governo: si ritiene che le risorse pubbliche debbano andare a soddisfare molti altri fini e dunque il Servizio sanitario nazionale debba essere sì mantenuto, ma non possa (o non debba) tornare ad essere, come era stato pensato, welfare universalistico, perché questo implicherebbe l’impiego di una quantità troppo alta di spesa pubblica.

La seconda iniziativa interessante riguarda la previdenza. In agosto, il governo ha lasciato trapelare l’idea di un nuovo strumento previdenziale: il fondo pensione dalla nascita.

Oltre al pilastro dell’Ago, l’assicurazione generale obbligatoria (i normali contributi ai diversi fondi Inps o alle casse professionali) e al secondo pilastro privato dei fondi integrativi privati, di categoria o aperti, si sta pensando cioè a introdurre un terzo strumento, privato e generalizzato, che prevede contributi previdenziali fin dal momento della nascita.

In una manciata di giorni, a fine mese, la ministra del Lavoro, Marina Calderone, si è detta assolutamente favorevole. Il presidente dell’Inps, Gabriele Fava, si è affrettato a dire che l’Inps sarebbe pronto a realizzare questa nuova creatura.

Mario Pepe, presidente della Covip, la Commissione di controllo sui fondi pensioni, si è detto d’accordo. E il presidente dell’Ania, l’associazione di categoria delle assicurazioni, Giovanni Liverani, di fronte alla prospettiva di un meccanismo di accumulazione di diversi decenni, ha subito dichiarato che le compagnie sono pronte a mettere a disposizione la propria esperienza, purché si lasci libera scelta tra canale pubblico e canale privato.

Per ora è solo un’idea rimbalzata sui quotidiani, anche con una sua ragion d’essere. La popolazione invecchia. Gli stipendi dei giovani non crescono a sufficienza. E il sistema di calcolo legato ai contributi di tutta la vita lavorativa non è generoso come quello riservato a coloro che sono andati in pensione con il vecchio sistema retributivo (la pensione stabilita in base agli stipendi, di solito più alti, degli ultimi anni).

Due le conseguenze: da un lato, si pone un problema di finanza pubblica, perché l’afflusso di contributi pagati ogni mese dagli occupati dovrà confrontarsi con un alto costo delle numerose pensioni in essere; dall’altro lato, le pensioni future saranno meno generose di quelle passate, tanto più che non sempre oggi l’occupazione è continuativa e al meglio della retribuzione.

Di fronte a queste difficoltà, il governo ha approvato già alcune iniziative volte a irrobustire i futuri trattamenti.

Dal 1 luglio 2026, per esempio, il Tfr dei nuovi assunti nel settore privato viene automaticamente destinato ai fondi di previdenza integrativa, a meno che il lavoratore non si opponga.

Ora, poi, ha lasciato trapelare (è un modo per verificare come verrebbe accolta una proposta) che sta studiando la possibilità di introdurre la previdenza dalla nascita.

Come funzionerebbe? L’idea di base è relativamente semplice: alla nascita di ogni bambino verrebbe aperto un fondo di previdenza complementare individuale. Lo Stato effettuerebbe un primo, piccolo versamento.

Successivamente, il fondo dovrebbe essere alimentato volontariamente dai genitori fino ad una certa età e poi dallo stesso beneficiario o confluire in un fondo integrativo.

Il denaro verrebbe investito sui mercati finanziari e rimarrebbe investito per un periodo potenzialmente lunghissimo che potrebbe arrivare fino a 60 o più anni, generando un ammontare importante pur in presenza di versamenti minimi, considerato l’accumulo degli interessi sugli interessi in un periodo così lungo.

In Germania hanno già pensato a un sistema del genere, ma con un contributo pubblico costante.

Proprio in agosto il governo tedesco ha messo a punto un disegno di legge di Frühstart-Rente, un progetto in base al quale i bambini dai 6 ai 18 anni riceveranno un contributo pubblico di 10 euro al mese da destinare a un conto previdenziale individuale, al quale poi possono partecipare anche i genitori con propri versamenti.

Se la legge otterrà l’approvazione definitiva del Parlamento, la misura prenderà il via nel 2027 con un’efficacia retroattiva a inizio 2026 per la coorte di nati nel 2020.

Iniziativa utile anche in Italia? Potrebbe certamente esserlo (dipende dalla realizzazione concreta).

Ma anche in questo caso resta il punto di fondo: tutto il welfare state, sanità, scuola, assistenza, previdenza, è ad un punto critico.

Dunque, sarebbe bene che gli elettori pretendessero su questi temi molto concreti risposte chiare dalle forze politiche durante la campagna elettorale, nella consapevolezza che la dislocazione delle risorse disponibili è la scelta politica più importante dei governi a venire.

Si ritiene che ormai sia irreversibile la strada di un sistema di welfare sempre più ibrido? Si pensa, cioè, che quella di contenere l’adeguamento della spesa pubblica dedicata al welfare sia la scelta migliore anche per non togliere spazio ad altri impieghi delle risorse?

Si crede, per esempio, come ha fatto il governo Meloni, che sia più produttivo impiegare le risorse pubbliche condonando a ripetizione i debiti degli evasori o estendendo la flat tax al solo 15 per cento alle partite Iva con fatturato annuo fino a 85 mila euro?

È una scelta legittima. Decidere dove mettere i soldi disponibili è il cuore della politica. Però non si nasconda, poi, che le famiglie devono mettere le mani sempre di più nelle proprie tasche per ottenere un servizio pubblico.

Si pensa invece, come fanno le forze di centro sinistra, che il welfare universalistico resti una scelta di civiltà e dunque che bisogna fare di tutto per rimetterlo in carreggiata, o comunque su un percorso capace di garantire trattamenti dignitosi e le stesse possibilità a tutti i cittadini? Una scelta altrettanto legittima.

Però gli elettori anche in questo caso devono pretendere che si dica con chiarezza con quali risorse si può fare, dove si andranno a reperire i denari in più che servono (con quali risparmi di spesa o con quale efficientamento della raccolta fiscale), con quali azioni concrete si intende raggiungere questo risultato, in quanto tempo.

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