Con l’intelligenza artificiale nelle scuole il vero rischio è il finto apprendimento


L’attuale dibattito sui bambini e l’intelligenza artificiale ruota troppo spesso intorno alla questione del “barare” o del copiare, soprattutto a scuola. La preoccupazione è legittima, ma non è il vero problema. Il rischio più grave riguarda la formazione della mente umana.

Nel 1984, alla lezione di inglese di terza media, avevo un’insegnante, la signora Garman, che univa una grande attenzione umana a un esigente rigore. Ogni venerdì dovevamo consegnare un tema di due pagine scritto a mano in corsivo, esclusivamente con inchiostro blu.
A quel tempo lo temevo. Le pagine bianche mi mettevano in difficoltà. La mano mi doleva per la stretta sulla penna Bic. Odiavo cercare di trasformare un pensiero ancora confuso in una frase che avesse senso. Non esistevano scorciatoie, né vie più semplici, né tasti da premere. C’erano solo il tavolo della cucina, l’inchiostro blu e il paziente lavoro di mettere una frase dopo l’altra sulla pagina.

Allora credevo che quell’esercizio servisse a migliorare calligrafia, grammatica e voti. Oggi, dopo anni alla direzione di una scuola, lo vedo in modo diverso. Quel tema settimanale non mi insegnava soltanto a scrivere: mi insegnava a pensare, mi costringeva a confrontarmi con la confusione, a mettere ordine nei pensieri, a scegliere le parole appropriate e a insistere finché qualcosa dentro di me diventava più chiaro. Il vero scopo non era consegnare il tema, ma il processo necessario per scriverlo, ed era quello che la signora Garman esigeva.

Quel ricordo oggi è più importante ora che mai.

Quando un bambino si affida all’intelligenza artificiale per avere delle risposte senza aver usato il ragionamento, non si tratta semplicemente di “potenziare” il suo sapere futuro, ma di favorire l’emergere di una falsa intelligenza: un’apparente competenza priva di una reale capacità.
È già visibile nella vita scolastica: uno studente che prima faticava a formulare un concetto oggi è in grado di consegnare un lavoro ordinato e ben argomentato. L’insegnante forse intuisce che non sia interamente frutto del suo lavoro, ma non sempre riesce a dimostrarlo. Il genitore vede un voto positivo e ne è soddisfatto, il ragazzo vede il risultato e potrebbe trarne conclusioni errate: posso evitare la fatica e comunque apparire bravo.

Il problema non è la presenza dell’intelligenza artificiale, né il fatto che i bambini la usino. Lo faranno. Il punto è se continueranno a esercitarsi nella fatica richiesta dalla vera intelligenza – quella umana – quando c’è un mezzo che può eliminare tale fatica in pochi secondi. Da sempre gli esseri umani usano strumenti per rendere la vita più semplice e sicura. È la civiltà. Abbiamo ridotto pericoli fisici, assicurato acqua pulita, protetto le abitazioni, migliorato la medicina, ampliato l’accesso alle informazioni e risolto problemi che un tempo richiedevano enormi energie umane. Cose in gran parte positive.
Oggi, tuttavia, ci stiamo avviando a un radicale cambio di cultura, basato sulla  “facilitazione”. La facilità non elimina più soltanto le difficoltà superflue: sempre più spesso rimuove proprio quella “fatica” necessaria allo sviluppo degli adulti futuri.

Non diamo ai bambini della scuola dell’infanzia una calcolatrice prima che abbiano compreso il significato dei numeri. Vogliamo che colleghino due mele al simbolo 2, che vedano, tocchino, contino e manipolino le quantità prima che sia uno strumento a dare la risposta. Il risultato conta, ma il processo per arrivarci conta di più.
Lo stesso vale per la scrittura. Si deve imparare a scrivere prima di chiedere a una macchina di fornirci un bel testo. Gli studenti devono confrontarsi con un problema prima che l’intelligenza artificiale dia immediatamente una soluzione.

Memoria, attenzione, giudizio, pazienza, revisione e responsabilità hanno bisogno di esercizio prima che la facile comodità diventi la regola.

Non si tratta di rifiutare l’intelligenza artificiale. Usata con (autentica) intelligenza, può diventare utile, un mezzo di controllo, un traduttore e un sistema per confrontare le idee. Può aiutare uno studente in difficoltà a comprendere un concetto, sostenere un bambino con disabilità e permettere all’insegnante di personalizzare il percorso per chi ha esigenze diverse.
Lo strumento in sé non è il nemico: il rischio nasce quando il risultato arriva prima che il bambino abbia svolto il lavoro che dà un senso a quel risultato.

Se uno studente non ha mai affrontato la pagina bianca, non ha mai affrontato la fatica del ragionare su un argomento, non ha mai studiato la struttura dei paragrafi, non si è mai abituato a correggere una frase poco chiara e non ha mai scoperto che la confusione può trasformarsi in chiarezza attraverso lo sforzo, significa aver trascurato qualcosa di importante, di essenziale.
Il compito potrà anche essere portato a termine, persino meritare un voto eccellente, ma è mancato lo sviluppo della mente umana.
I bambini hanno bisogno sia di aiuto che di confronto con se stessi, proprio questo voleva da noi la signora Garman. Non ci abbandonava ai temi del venerdì: incoraggiava, correggeva, pretendeva, dava il sostegno giusto per proseguire e le difficoltà necessarie per crescere. Il giusto ambiente – a casa come a scuola – nel quale unire premure e prospettiva a lungo termine.

Se insegnasse oggi, immagino che il suo consiglio sarebbe semplice: «Prima, pensa. Poi, l’intelligenza artificiale. Infine, rifletti». Prima di ricorrere all’intelligenza artificiale, lo studente dovrebbe chiedersi: «Cosa so già? Cosa ho provato? Qual è il mio miglior primo tentativo?».

Il primo passo spetta al bambino, e solo dopo, l’intelligenza artificiale può intervenire: guidare, chiarire, interrogare, organizzare o suggerire, non deve sostituirlo. Dopo aver interrogato l’Ia, è imprescindibile la riflessione: «Cosa ho imparato? Potrei riprodurre questo risultato senza il suo aiuto? Questo mi ha reso più forte, o soltanto più rapido?».

I bambini di oggi cresceranno in un mondo plasmato dall’intelligenza artificiale. Devono imparare a usarla senza confondere il suo impiego col diventare persone capaci. Il vero obiettivo è far sì che l’intelligenza artificiale li aiuti, se può, a emergere più pienamente umani, non ad apparire semplicemente più competenti di quanto non siano.




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 Jonathan P. Strecker per ET USA

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