«Come si fa a credere ancora ad Hamas?»


«Non credo ad Hamas, sono tutte bugie». Lapidario, una doccia gelata sul barlume di ottimismo acceso dall’annuncio, da parte dell’organizzazione terroristica, dello scioglimento del “governo” della Striscia di Gaza. «Hamas, Hamas… cosa bisogna fare con Hamas? Quante volte lo hanno detto? Come si fa a crederci ancora? E credi davvero che Israele accetterà di ritirarsi senza un disarmo di Hamas? Per fare posto a chi? Dov’è la forza multinazionale di sicurezza? La polizia araba che dicono dovrebbe controllare la Striscia? Lì a Gaza comandano in una parte gli israeliani con quello che resta delle milizie – io le chiamo bande – di Yasser Abu Shabab, ucciso lo scorso anno, che si atteggiano a oppositori dei fondamentalisti; nell’altra parte dominano ancora Hamas e le tribù della zona. Tra loro vivono, nelle tendopoli, centinaia di migliaia di poveracci che non possono uscire da questa gabbia e sopravvivono, in che modo lo sapete».

Chi parla a Tempi è una personalità molto vicina al presidente della Autorità nazionale palestinese, che ben conosce le dinamiche contorte dei “signori” della Cisgiordania e di Gaza. Non possiamo fare il suo nome, ne va della sua vita. Ma il suo pensiero riflette quello di molti fra i palestinesi e degli arabi israeliani, se non di tutti. E fotografa quello del governo e di molti nella società civile ebrea, su cui pesa indelebile la memoria del massacro del 7 ottobre 2023, quando Hamas ha ucciso 1.200 israeliani e ne ha rapiti 250, una memoria che da mille giorni brucia e che non è stata scalfita dai mille giorni di guerra e dalle settantamila vittime tra i gazawi (terroristi ma anche civili, donne, anziani e tanti bambini).

La “non pace” e il futuro di Gaza

La “non pace” di Gaza, il dramma di un milione e mezzo di sfollati si alimenta di questi numeri che sono una barriera reale e psicologica: si parla non di pace, non di tregua ma di un cessate il fuoco, sempre precario, sempre interrotto. La prospettiva del Board of Peace, confusa e inapplicata, sembra ancora al palo. Almeno finora. È questo il contesto in cui arriva l’annuncio di Hamas, in cui va letto il futuro della Striscia e anche la possibile sorte degli assetti di potere tra le varie e mutevoli leadership palestinesi.

Le trattative che si sono svolte al Cairo tra emissari di Hamas, delle fazioni palestinesi ad essa legate, e i rappresentanti dell’Autorità palestinese legata all’Olp e soprattutto a Fatah, lo storico partito di Arafat, hanno delineato il quadro che cerca di comporre l’Egitto, legandolo al piano degli Usa e dei paesi arabi che vorrebbe portare a una uova governance.


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In sintesi il primo passo: Hamas ha annunciato le dimissioni del cosiddetto “Comitato di emergenza”, l’amministrazione con la quale governa la Striscia (una “emergenza” che dura dal 2007) in vista del trasferimento dei poteri al “Comitato nazionale tecnocratico per l’amministrazione di Gaza”, l’organismo che dovrebbe attuare le direttive del Board of Peace voluto da Donald Trump, che presto si incontrerà con il premier israeliano Benjamin Netanyahu.

Attenzione. Nel suo annuncio Hamas afferma che «tutti i dipendenti pubblici continueranno a erogare i servizi come di consueto», definendoli «funzionari pubblici pronti a lavorare sotto la responsabilità del Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza (Ncag)». E dichiara di aver completato tutti i passaggi amministrativi necessari per il trasferimento dell’autorità.

Un gesto «senza significato»

Da parte israeliana subito il primo commento che riflette gli umori del governo: «Si tratta di una mossa in gran parte simbolica, con scarse ripercussioni pratiche», dice a Tempi un dirigente del ministero degli Esteri. «L’iniziativa appare volta a dimostrare la disponibilità del gruppo terroristico a cedere l’amministrazione della Striscia di Gaza al Comitato nazionale, in linea con il piano in 20 punti per Gaza proposto dal presidente statunitense Donald Trump. Ma in realtà è una sfida al premier Netanyahu. Hamas gli manda a dire: vediamo ora cosa sei disposto tu a concedere a Trump».

Il comunicato di Hamas è tutto da leggere sopra e sotto le righe: «Il capo del comitato di emergenza del governo, Mohammed al-Farra, ha ufficialmente presentato le sue dimissioni. Ha anche deciso di sciogliere il comitato per facilitare la transizione amministrativa e governativa al Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza (Ncag) guidato dal funzionario palestinese Ali Shaat», ha spiegato Ismail al-Thawabta, capo ufficio stampa del governo di Hamas. «L’apparente dimissione del governo di Hamas, in cui tutti i membri rimangono nel loro ruolo, è uno spin mediatico privo di significato», ha risposto una fonte governativa israeliana citata da Channel 11. «Hamas teme di essere bollato come chi sta violando l’accordo e sta continuando a prendere tempo».

Due questioni pesano irrisolte: chi sarà il futuro leader il cui profilo è tratteggiato in toni opachi da Hamas e se, come e quando avverrà il disarmo dei fondamentalisti. La questione della governance di Gaza nel dopoguerra è sempre stato uno dei principali punti critici nei negoziati sull’attuazione della seconda fase del piano di tregua. Israele respinge qualsiasi ritorno al potere di Hamas, ma finora ha sempre rifiutato anche una presa di potere diretta da parte dell’Autorità palestinese con sede a Ramallah.

Hamas verso la separazione?

Il movimento islamista ha governato la Striscia per circa vent’anni. Ha vinto le elezioni legislative nel gennaio 2006 e ha poi preso il controllo della Striscia dal 2007 dopo un violento scontro con la fazione rivale di Al-Fatah, inaugurando un lungo periodo di ferrea amministrazione autonoma. Hamas ora afferma di auspicare l’avvio dei «meccanismi di attuazione necessari per consentire al Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza di assumere la piena autorità di governo», sottolineando che ciò richiederà «il consolidamento di tutte le armi sotto il controllo del Ncag, come previsto dal Piano globale di pace per Gaza e dalla Risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite». Sembra la apertura alla consegna delle armi. Tra le righe si adombra la trasformazione di una parte di Hamas in un vero partito politico che vorrebbe aver parte al governo.

È questo il nodo che si intravede nel mare di parole. Hamas potrebbe scindersi in un due ali, separate, forse (fintamente) ostili fra loro: l’ala militare, che in sostanza potrebbe confluire nella Jihad islamica, la fazione che da sempre dice di non voler fare politica ma solo combattere l’«entità sionista», e l’ala politica che dialoga con gli altri partiti palestinesi, a cominciare da Fatah. Da qui l’accenno nel comunicato a un governo affidato a una «personalità accettata da tutta la nazione». Chi può essere questa figura? «Chi può fare quello che non è riuscito a fare Yasser Arafat?», dice Khaled Abu Toameh, autorevole commentatore arabo del Jerusalem Post, editorialista di diversi media internazionali, l’osservatore che conosce forse meglio di tutti le dinamiche interne al mondo palestinese che segue da trent’anni, in Cisgiordania come a Gaza.

Palestinesi tra quel che resta del loro accampamento distrutto da bombardamenti israeliani a Gaza City, 27 giugno 2026 (foto Ansa)
Palestinesi tra quel che resta del loro accampamento distrutto da bombardamenti israeliani a Gaza City, 27 giugno 2026 (foto Ansa)

La risposta di Israele

Israele la sua risposta l’ha già data. Non se ne andrà dalla Striscia finché Hamas avrà le armi e rappresenterà un pericolo. Non accetterà nessun governo della Striscia in cui siano rappresentate personalità legate ad Hamas e anche all’Autorità palestinese. d Hamas risponde che non deporrà le armi fino a quando Israele non si ritirerà. Lo stallo è tutto riassunto in un passaggio della dichiarazione separata in lingua araba di Ali Shaath, capo del Comitato nazionale tecnocratico: l’organismo, si legge nella nota, «è pienamente pronto a svolgere le proprie responsabilità nazionali, non appena saranno disponibili le strutture e le possibilità necessarie per il suo lavoro». E aggiunge: «I requisiti fondamentali per il successo del Comitato sono un’unica autorità, una legge con un riferimento chiaro e un’unica forza armata soggetta a tale autorità». Il futuro di Gaza è tutto tra il «non appena» condizionato all’«unica forza armata», soggetta a «un’unica autorità».

Forse Trump cercherà di convincere Netanyahu ad allentare le morsa sulla Cisgiordania e a guardare con occhi diversi il governo palestinese di Ramallah. Ma Bibi ha i suoi problemi, e in ottobre, se non prima, ci saranno le elezioni. Se vorrà continuare a governare dovrà fare fare l’esatto contrario e dare nuove e ampie concessioni agli ultrareligiosi e alla estrema destra: tutto si lega nell’intrico mediorientale e Netanyahu lo sa bene, come sa che gli Stati Uniti non sono stati finora in grado di convincere il presidente israeliano Isaac Herzog a concedergli la grazia per sottrarlo a una eventuale condanna nel processo per corruzione che pende da anni su di lui. Sarebbe l’unica condizione grazie alla quale potrebbe uscire dalla scena politica e salvarsi. E comunque il suo (improbabile) ritiro non servirà a sciogliere lo stallo delle trattative: non è Netanyahu il problema, per quanto a molti in Israele come all’estero faccia comodo pensarlo.


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 Giancarlo Giojelli

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