L’audizione odierna della Commissione Politiche dell’Unione europea sul Cloud and AI Development Act (CADA), la proposta di regolamento COM(2026) 502 final presentata dalla Commissione europea il 3 giugno 2026, si colloca al centro della nuova fase della politica digitale europea: quella in cui Bruxelles tenta di passare dalla regolamentazione dei rischi alla costruzione concreta delle capacità industriali e infrastrutturali necessarie ad alimentare l’intelligenza artificiale.
Il provvedimento, inserito nella procedura 2026/0138(COD), punta a rafforzare l’ecosistema europeo del cloud e dell’IA combinando tre leve: più ricerca e innovazione, più capacità di calcolo e una cornice comune di “sovranità” per i servizi cloud utilizzati dalla pubblica amministrazione e dai settori critici.
Il contesto è quello del cosiddetto Tech Sovereignty Package, che include anche la proposta di Chips Act 2.0, la strategia sull’open source e la roadmap per digitalizzazione e IA nel settore energetico. L’obiettivo dichiarato non è chiudere il mercato europeo ai fornitori extra-UE, ma ridurre le dipendenze strategiche dove esse riguardano infrastrutture essenziali, dati pubblici, sicurezza nazionale e continuità operativa dei servizi critici.
Per l’Italia il tema è particolarmente sensibile. Il Paese dispone di un’industria digitale significativa, ma deve affrontare la competizione per l’energia, la pianificazione territoriale, la resilienza delle reti e la necessità di non trasformare i data center in infrastrutture dal forte impatto sociale ed ambientale. Il CADA sposta quindi il dibattito dalla sola “sovranità digitale” alla capacità reale di costruire infrastrutture: energia disponibile, permessi, acqua, reti, competenze e catene di fornitura.
Le audizioni di oggi con il Dipartimento per la trasformazione digitale della Presidenza del Consiglio, Microsoft e AIIP permettono di mettere alla prova il CADA da prospettive complementari: quella delle imprese tecnologiche e del mercato, quella dell’amministrazione pubblica e della governance nazionale, quella di un grande fornitore globale e quella delle piccole e medie imprese innovative.
CADA, il governo apre al negoziato: sì alla sussidiarietà, ma l’impianto non convince
Il Dipartimento per la Trasformazione Digitale ha accolto con favore la proposta CADA, ha dichiarato il Capo Dipartimento Angelo Borrelli “e valuta complessivamente in modo positivo la sua conformità al principio di sussidiarietà”. “La dimensione transfrontaliera delle attività e la necessità di coordinare lo sviluppo delle capacità tecnologiche europee giustificano un intervento comune. Nel negoziato, tuttavia, andrà precisato il raccordo tra alcune disposizioni e le competenze e responsabilità nazionali e territoriali. Su questo sta già lavorando il Dipartimento, amministrazione capofila.
Il CADA fa parte del pacchetto europeo per la sovranità tecnologica presentato il 3 giugno 2026, che comprende anche la revisione del Chips Act, la strategia europea sull’open source e la Strategic Roadmap per la digitalizzazione e l’IA nel settore energetico. Le iniziative puntano a rafforzare competitività, resilienza e capacità tecnologica dell’Unione – ha precisato Borrelli – lungo l’intera catena del valore, dai semiconduttori alle infrastrutture, fino a software, cloud e intelligenza artificiale, riducendo le dipendenze strategiche”.
La proposta si inserisce in un quadro normativo europeo già articolato, ha sottolineato da Borrelli, che comprende l’AI Act, il Data Governance Act e il Data Act: “Interviene su tre ambiti: sostenere ricerca, sviluppo e diffusione delle tecnologie cloud e IA; aumentare in modo sostenibile la capacità dei data center, semplificando le autorizzazioni e migliorando l’accesso alle risorse necessarie; definire requisiti comuni di affidabilità e sovranità, anche attraverso gli Union Assurance Levels e il loro impiego negli appalti.
La valutazione di sussidiarietà considera se gli obiettivi possano essere raggiunti meglio a livello europeo, per portata ed effetti dell’intervento. In questo caso pesano le interdipendenze infrastrutturali, l’operatività transfrontaliera dei fornitori e il rischio che regimi nazionali divergenti ostacolino il coordinamento.
Il giudizio sul merito dell’impianto del regolamento è invece sostanzialmente sfavorevole. Alcune disposizioni lasciano indefinito il rapporto tra uniformità europea e responsabilità nazionali. Il Dipartimento ritiene quindi opportuno formulare rilievi mirati e portarli, sotto il proprio coordinamento, nel negoziato in sede di Consiglio dell’Unione europea”.
CADA, Microsoft avverte Bruxelles: sovranità digitale sì, ma senza isolamento
Microsoft, con Francesca Bitondo e Rossella Zatta, ha sostanzialmente accolto con favore il CADA. “Nelle prime valutazioni sulla proposta – è stato spiegato in audizione dalle rappresentanti della società tecnologica – riteniamo importante concentrarsi sul tema del controllo, strettamente legato alla sovranità digitale. Guardiamo invece con favore alle misure di semplificazione e di accelerazione della competitività infrastrutturale e tecnologica.
Sul controllo, siamo favorevoli a garanzie tecniche, operative e giuridiche chiare, che definiscano le modalità di accesso ai dati e il tipo di controllo che può essere esercitato su di essi. Microsoft ha messo a disposizione diversi strumenti per la sovranità digitale, pensati per garantire autonomia e possibilità di scelta a tutti gli operatori, pubblici e privati”.
“Proprio ieri il nostro CEO globale, Satya Nadella, era a Parigi, dove abbiamo annunciato nuovi strumenti per la sovranità digitale, che riguardano diversi aspetti del controllo: la residenza dei dati, la cybersicurezza e la possibilità di gestirli in piena autonomia, anche in modalità disconnessa dagli Stati Uniti.
Una maggiore autonomia, però, non deve essere confusa con l’isolamento. Lo sottolineo perché in alcuni contesti vediamo proposte che rischiano di tradursi in approcci isolazionisti, mentre il quadro geopolitico suggerisce di muoversi anche in altre direzioni. Si pensi all’Ucraina e alla necessità di gestire in modo agile, pur mantenendo il controllo, i propri carichi di lavoro in un contesto estremamente delicato e sensibile, quello di una guerra che prosegue ormai da tempo.
Un altro punto riguarda gli assurance levels. Temiamo che i livelli di affidabilità possano seguire un approccio eccessivamente stringente e restrittivo. La preoccupazione riguarda in particolare il livello 4, che prevede che anche l’approvvigionamento delle forniture e del software sia interamente controllato e gestito dall’Unione europea. L’approccio di Microsoft si è sempre basato sull’ecosistema: cresciamo noi, ma cresce anche la rete dei partner. Sono migliaia le realtà con cui collaboriamo in Europa, a cui si aggiungono molti altri operatori attivi a livello globale. Promuovere la crescita di questo ecosistema è giusto e necessario. Diverso è il tema delle esigenze tecniche, che non sempre possono essere soddisfatte interamente in Europa, anche perché le tecnologie più avanzate non sono sempre disponibili nel continente. È un obiettivo ambizioso e legittimo, ma occorre mantenere un certo grado di flessibilità, salvaguardando il controllo”.
Microsoft ha quindi invitato “a evitare un modello unico, un approccio one size fits all valido per tutti gli operatori. La valutazione, inoltre, non dovrebbe basarsi sull’ente nel suo complesso, ma sul singolo carico di lavoro, o workload. Su questi temi e su altri aspetti l’Italia è stata all’avanguardia. Da alcuni anni la classificazione dei dati è disciplinata da un unico DPCM. Inoltre, per le procedure autorizzative relative ai data center, il Paese ha definito da tempo un quadro abbastanza chiaro e moderno, che potrebbe essere, per così dire, esportato come modello in Europa.
La classificazione prevista dal DPCM si basa proprio sulla tipologia del dato. Il fatto che un ente tratti materie naturalmente sensibili, pensiamo al Ministero della Difesa o a un ente sanitario, non significa che tutti i suoi carichi di lavoro siano automaticamente sensibili. Siamo nel complesso abbastanza favorevoli anche alle misure sull’accesso alla rete. Oggi le richieste, in questo caso, quelle presentate da TIM a Terna, vengono valutate in ordine cronologico. Proponiamo di considerare anche il livello di maturità e le caratteristiche di ciascun progetto, così da non gravare sulla rete elettrica e poter valutare in modo più puntuale i singoli progetti infrastrutturali”.
Cloud, AIIP contro il modello delle gigafactory: “Data center diffusi e appalti accessibili alle PMI”
È stata la volta, infine, dell’Associazione Italiana Internet Provider (AIIP), con Andrea Valli e Giovanni Cristi, che guarda con particolare interesse al regolamento che intende disciplinare a livello europeo i servizi cloud e di intelligenza artificiale.
“L’associazione ha partecipato alle iniziative italiane ed europee su questi servizi, in particolare quelli di virtualizzazione e cloud. Molti associati offrono servizi cloud alla pubblica amministrazione, utilizzando data center di proprietà o installandovi le proprie apparecchiature. Gli avvenimenti recenti mostrano quanto siano importanti la diversificazione, la resilienza e una distribuzione territoriale dei data center. Guardando al bombardamento dei data center Yandex in Russia – ha dichiarato il rappresentante AIIP in audizione – se il Paese avesse avuto un solo data center, sarebbe stato un obiettivo evidente e le comunicazioni avrebbero potuto subire conseguenze ancora più gravi. Anche le dichiarazioni rilasciate qualche giorno fa dal segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano confermano che queste infrastrutture sono sempre più esposte: ha affermato che l’Iran è pronto a colpire i data center e gli hub di intelligenza artificiale statunitensi nella regione mediorientale.
La distribuzione dei data center è quindi fondamentale. Sono obiettivi sensibili in caso di conflitto e le comunicazioni dipendono sempre più dai servizi cloud, che a loro volta si appoggiano a queste infrastrutture. AIIP sostiene perciò la necessità di distribuirle sul territorio, un’esigenza riconosciuta anche dalla Commissione europea nella proposta di regolamento. Questo contribuirebbe a rafforzare la sicurezza nazionale ed europea”.
“Concentrare tutto in gigafactory, cioè in data center di dimensioni enormi, non è una soluzione. Queste strutture assorbono grandi quantità di risorse naturali, richiedono linee dedicate per il trasporto dell’energia e utilizzano il territorio in modo intensivo. Una rete più distribuita rafforza la resilienza del Paese, distribuisce il rischio e riduce la possibilità che un singolo attacco produca effetti estesi. Permette inoltre di utilizzare meglio le infrastrutture di trasmissione e distribuzione dell’energia già esistenti. Le semplificazioni previste per i data center più grandi dovrebbero essere estese anche a quelli di dimensioni minori.
La proposta europea accoglie queste esigenze. Anche il Parlamento avrà un ruolo importante, attraverso i poteri di delega e nella fase di attuazione: dovrà contribuire a individuare i Centres for AI e gli Experience and Acceleration Centres for AI, dove potranno svilupparsi incubatori fisici e data center.
C’è poi il tema della competitività e della domanda pubblica – ha continuato AIIP – che rappresenta il 15% della domanda globale. Qui le piccole e medie imprese possono svolgere un ruolo importante: si sta finalmente riconoscendo il loro contributo industriale e creativo e la loro capacità di valorizzare le risorse del territorio.
Un esempio è Trentino Data Mine, associata ad AIIP, che ha realizzato un data center all’avanguardia all’interno di una vecchia cava, senza nuovo consumo di suolo. È importante sostenere la creatività delle PMI e riconoscere il valore della loro struttura più snella, del rapporto diretto con la proprietà e del radicamento nel tessuto sociale. Sono imprese che conoscono il territorio e possono contribuire concretamente, per esempio, a sviluppare i data center già presenti. Saremmo lieti di poterli migliorare con interventi mirati”.
“Occorre anche rivedere gli appalti pubblici, come propone la Commissione, introducendo misure specifiche per le PMI, tra cui la suddivisione delle gare in lotti. Cito un caso che ho avuto modo di verificare professionalmente: un bando del governo statunitense, forse relativo al cloud, pubblicato tra febbraio e marzo 2026, con un importo unitario molto elevato e indicato in dollari.
Ma siamo in Europa, siamo in Italia: non si può pubblicare un bando in dollari. Si parla molto di sovranità, ma questa scelta non va nella stessa direzione.
Le competenze ci sono – ha concluso AIIP – le PMI conoscono il territorio, hanno il know-how e contribuiscono a superare il divario digitale. Serve dunque una normativa che favorisca una distribuzione dei data center sul territorio e la suddivisione degli appalti in lotti. Bisogna evitare gare di dimensioni enormi, per di più espresse in valuta estera, che finiscono per sfidare il buon senso”.
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