Si è conclusa oggi, presso il Kilometro Rosso e con il patrocinio di Confindustria Bergamo, la seconda giornata dell’Assemblea Generale 2026 di Federmeccanica dal titolo “WOW – Waves of Work”, una due giorni che è l’inizio di un percorso quadriennale (2026-2029) che trasforma l’Assemblea annuale in un Forum dedicato al Lavoro. Nella prima Wave – l’Assemblea Generale 2026 – sono state affrontate varie tematiche: dal welfare al benessere, alla cultura di genere fino alle nuove tecnologie. La metafora delle onde descrive la continuità di azione che si vuole realizzare con Waves Of Work. Non significa ripetere ogni anno ciò che è già stato detto. Significa insistere sui temi, approfondirli, svilupparli, misurarne l’evoluzione e trasformare progressivamente le idee in cultura e la cultura in risultati concreti. Da qui il claim dell’evento: «Le onde non si ripetono. Insistono».
Il programma della seconda giornata
La mattinata dei lavori si è aperta con quattro workshop aperti al pubblico su Welfare (Weight of Welfare), Benessere (Will of Wellbeing), Cultura di genere (Win of Women) e Nuovei modi di lavorare (Ways of Work), coordinati dai Vicepresidenti di Federmeccanica (Daniele Bertoni, Giorgia Garola, Antonio Liotti, Alessia Miotto, Claudia Persico, Luciano Sale, Andrea Tovo, Federico Valtolina, Daniela Vinci) con il contributo di esperti e accademici (tra cui Ilario Alvino, Mariangela Calzati, Anna Carmassi, Francesco Cicione, Silvia Ciucciovino, Andrea Garnero, Marco Leonardi, Salvatore Majorana, Arturo Maresca, Daniele Marini, Mauro Nori, Marina Perego, Maurizio Sacconi, Francesco Seghezzi, Tiziano Treu, Antonio Viscomi) e dei Main Partner (UniCredit, Umana, Fincantieri, Generali).
Nel pomeriggio si è svolta la Parte Istituzionale, condotta dal Direttore di Class CNBC Andrea Cabrini, che ha visto gli interventi di apertura di Matteo Zanetti (Presidente Confindustria Bergamo), Gianfranco Gafforelli (Presidente Provincia di Bergamo) ed Elena Carnevali (Sindaca di Bergamo), seguiti dalla Relazione del Presidente di Federmeccanica Simone Bettini e dalla sintesi dei tavoli tematici con i Vicepresidenti Andrea Tovo e Daniela Vinci. I lavori sono proseguiti con un confronto tra le Parti Sociali che ha visto i Segretari Generali di FIM, FIOM e UILM – Ferdinando Uliano, Michele De Palma e Davide Sperti – dialogare con i Vicepresidenti di Federmeccanica Daniele Bertoni, Antonio Liotti, Luciano Sale e Federico Valtolina. La sessione si è chiusa con l’intervento di Marina Calderone, Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, e le conclusioni di Maurizio Marchesini (Vicepresidente Confindustria per il Lavoro e le Relazioni Industriali) e di Marco Nocivelli (Vicepresidente di Confindustria per le Politiche Industriali e il Made in Italy).
SINTESI RELAZIONE DEL PRESIDENTE SIMONE BETTINI: “SCEGLIERE L’INDUSTRIA. PERCHÉ L’ITALIA DEVE TORNARE A DECIDERE IL PROPRIO FUTURO INDUSTRIALE”
Una politica industriale per un Paese industriale: Partiamo da una domanda prioritaria: l’Italia vuole continuare a essere un Paese industriale? Mettere il lavoro al centro significa mettere al centro anche l’industria. Per questo le politiche del lavoro non possono prescindere dalle politiche industriali. Anche le Parti Sociali hanno un ruolo. Federmeccanica, Fim, Fiom e Uilm sanno essere propositive. Lo abbiamo dimostrato. Il quadro internazionale è cambiato: sono tornati i dazi, l’energia è diventata un fattore decisivo della competizione, Cina e Stati Uniti difendono apertamente i propri interessi. Un Paese industriale come il nostro deve avere una politica industriale e, prima ancora degli incentivi, deve decidere che cosa vuole continuare a produrre, per non scoprire, una fabbrica alla volta, che quello che abbiamo perso ci serviva.
Ex Ilva e filiera acciaio: L’ex Ilva è stata assente nel dibattito pubblico mentre si consumava una crisi industriale e sociale senza precedenti. Per le imprese metalmeccaniche l’acciaio italiano è un asset strategico: sanno quanto ne utilizzano e che cosa significhi dipendere dall’estero per una materia prima indispensabile a migliaia di aziende. Si tratta di costruire un progetto industriale: un impianto strategico va reso competitivo, moderno, ambientalmente sostenibile e capace di stare sul mercato. Servono capitale, tecnologia e una guida industriale. E serve anche lo Stato.
Automotive e transizione: La transizione non si fa con un calendario. L’Europa ha sbagliato a pensare che bastasse fissare una data per decidere la tecnologia vincente. Gli obiettivi ambientali restano una responsabilità condivisa, ma non esiste una sola strada: serve neutralità tecnologica. Una transizione che perde fabbriche europee e importa prodotti realizzati altrove è soltanto una cattiva politica industriale. Industria 5.0 deve servire da lezione: uno strumento nato per aiutare le imprese è diventato troppo complicato per essere utilizzato.
Le richieste delle imprese: Non chiediamo un Governo-bancomat né incentivi a pioggia per ogni problema, ma energia competitiva, regole comprensibili, tempi ragionevoli, infrastrutture, credito, persone preparate e una fiscalità che premi chi investe e cresce. Dobbiamo favorire crescita dimensionale e la diffusione delle nuove tecnologie, in particolare l’intelligenza artificiale, per consentire a tutte le imprese di pensare e operare in grande a prescindere dalle dimensioni. Il mercato deve restare un mercato, ma non può diventare solo finanza. Non abbiamo paura del capitale straniero, ma c’è differenza tra investire in un’impresa per farla crescere e comprarla per estrarne valore o prenderne le quote di mercato. Difendere l’industria non significa chiudere il mercato: significa evitare che il mercato distrugga ciò che dovrebbe far crescere.
Energia ed Europa: Non esiste politica industriale se una fabbrica europea, soprattutto italiana, paga stabilmente l’energia più di un concorrente americano o asiatico. L’ETS va cancellato, senza se e senza ma. Occorre superare un meccanismo che rischia di trasformare il costo della decarbonizzazione in un costo di deindustrializzazione. l’Europa deve tornare a guardare la fabbrica. Troppe volte la regolazione perde il contatto con imprese, filiere e persone.
Persone, competenze, tecnologia: Il calo demografico riduce la popolazione in età di lavoro: automazione, robotica e intelligenza artificiale saranno decisive non per sostituire le persone, ma per farle lavorare meglio, aumentare la sicurezza e compensare una disponibilità di lavoro sempre più scarsa. Ma l’innovazione crea valore soltanto se ci sono persone capaci di governarla: per questo scuola, ITS, università e formazione continua devono essere parte della politica industriale, non un capitolo separato. MetaApprendo, costruito con il Contratto Nazionale, va esattamente in questa direzione: accompagnare concretamente lavoratore e impresa lungo la trasformazione tecnologica. Occorre impegnarsi a portare più giovani, e più ragazze, verso le materie tecniche e scientifiche, a sostenere le iniziative virtuose di formazione delle donne disoccupate e inoccupate e a raccontare meglio una fabbrica che oggi è fatta di robot, software, dati e progettazione. La parità di genere si misura nei risultati, non nella quantità di adempimenti.
Welfare contrattuale e fondi negoziali: Negli anni abbiamo costruito strumenti importanti nella sanità integrativa con il Fondo metaSalute, nella previdenza complementare con il Fondo Cometa e nei flexible benefits. Non sono aggiunte marginali al Contratto, ma parte della remunerazione e della qualità del rapporto di lavoro: vanno rafforzati. I fondi negoziali vanno difesi con determinazione, perché sono risorse che diventano prestazioni sanitarie e risparmio per la vecchiaia. Nascono dalla contrattazione, hanno una logica mutualistica e una funzione sociale, non sono rendite speculative. Federmeccanica contesta la portabilità del contributo datoriale verso i prodotti pensionistici individuali e chiede di cancellare la tassazione del 10% sulle somme destinate ai fondi. Serve rendere stabile e più alta la soglia per i benefici dei flexible benefits e una fiscalità che favorisca contrattazione aziendale e premi di risultato. Se un’azienda è già efficiente, non può essere penalizzata perché non cresce ogni anno all’infinito.
Il CCNL: Dobbiamo avere l’ambizione di costruire un Contratto che sia «la casa di tutta l’industria metalmeccanica», capace di tenere insieme competitività e qualità del lavoro. Dobbiamo capire – insieme – come cambia l’industria metalmeccanica. I confini tra manifattura e servizi si modificano, le filiere si integrano, nuove tecnologie entrano nei mestieri e imprese un tempo lontane operano sulla stessa catena del valore. Dobbiamo anche saper intrepretare i profondi cambiamenti sociali destinati ad accelerare nei prossimi anni, dall’invecchiamento della popolazione alla trasformazione delle famiglie. La domanda non è quale Contratto applicare, ma quale Contratto vogliamo costruire. Non si può competere scegliendo il Contratto che costa meno: si compete su qualità, produttività, innovazione e organizzazione, non sulle tutele. Per questo guardiamo con grande attenzione alle soglie dimensionali e ai nuovi criteri per definire l’artigianato. Così impresa artigiana e piccola industria finiscono per sovrapporsi. Consentire a imprese ormai strutturate di continuare a essere considerate artigiane significa alterare la concorrenza, ridurre le tutele e produrre minori entrate per lo Stato.
Conclusioni: Fra dieci anni vogliamo ancora produrre automobili, acciaio e navi ed essere protagonisti nell’aerospazio? Vogliamo che i nostri ragazzi possano trovare qui lavori qualificati e ben pagati? Se la risposta è sì, dobbiamo cominciare oggi: con meno annunci e meno regole inutili, con più investimenti, imprese più forti, persone più preparate, tecnologie migliori e relazioni industriali capaci di accompagnare il cambiamento. L’Italia deve tornare a scegliere l’industria e il lavoro. Il futuro dell’Italia dipenderà ancora, in larga parte, dalla sua capacità di innovare e di produrre. E noi vogliamo continuare a innovare e produrre… qui.
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