Roggero e Fakir: il Paese volta le spalle al raziocinio


Politica

di Alessandro Scipioni

Tra Roggero e Fakir l’Italia volta le spalle al raziocinio.

​C’è un denominatore comune tra reazioni scomposte attorno a vicende diverse come il caso del gioielliere Mario Roggero e la drammatica morte di Abderrahim Fakir. In entrambi i casi, il dibattito pubblico ha abdicato all’analisi del merito, per scivolare rovinosamente nel terreno scivoloso della tifoseria ideologica. Da una parte e dall’altra dello spettro politico, assistiamo alla sistematica ricerca del colpevole perfetto o dell’eroe senza macchia, calpestando quel raziocinio che dovrebbe invece guidare la serenità del giudizio e preservare l’autorevolezza delle istituzioni.

Il nodo della grazia a Roggero

​Prendiamo il nodo politico e giuridico legato alla vicenda di Roggero. Se la grazia debba essergli concessa o meno è questione che non può e non deve essere liquidata a colpi di slogan. Richiede un’istruttoria rigorosa, l’esame approfondito delle condizioni personali e il rispetto scrupoloso dei passaggi istituzionali.

Poi il punto politico dirimente è un altro. Ossia impedire per via legislativa che chi commette un reato grave possa pretendere e ottenere un risarcimento economico da chi, pur eccedendo nella reazione, ne è rimasto vittima.

​Allo stesso tempo, tuttavia, occorre sgombrare il campo da letture giuridiche sballate e strumentali. Non si può pretendere che l’istituto della grazia venga impiegato per nullificare l’efficacia di una sentenza definitiva della Corte di Cassazione.

Il Presidente della Repubblica, è il supremo garante della Costituzione. Il Capo dello Stato può eventualmente intervenire valutando lo stato psicologico e la disperazione in cui ha agito una persona pur eccedendo nei limiti della difesa, per trovare l’eventuale spazio per un atto di clemenza; ma la grazia non può mai essere scambiata per uno strumento di delegittimazione dei giudici o per uno scontro tra poteri dello Stato. Su Roggero, la tifoseria fa solo danni.

La morte di Fakir e la gogna contro gli agenti

​Un cortocircuito analogo, se possibile ancora più pericoloso per la coesione sociale, si sta consumando intorno alla morte di Abderrahim Fakir.

La perdita di una vita umana esige sempre e comunque il massimo rispetto, e la magistratura ha il pieno dovere di fare luce fino in fondo, verificando ogni singolo istante di quella drammatica colluttazione e accertando se siano state scrupolosamente seguite le procedure. Ma il dolore legittimo della famiglia e la doverosa ricerca della verità non possono giustificare la gogna mediatica e la demonizzazione preventiva degli agenti di polizia intervenuti.

​Quei poliziotti non si sono trovati in strada per un capriccio o per un delirio autoritario. Erano arrivati in risposta ad una chiamata d’emergenza dai residenti del quartiere per fronteggiare un soggetto in evidente stato di alterazione, aggressivo e pericoloso per l’incolumità altrui.

Lo scudo penale non è immunità

Pretendere di giudicare l’operato di chi indossa una divisa partendo dal presupposto ideologico che la forza pubblica agisca sempre con dolo o con la volontà deliberata di fare del male è un abominio logico prima ancora che giuridico. L’esercizio quotidiano della sicurezza e del controllo del territorio implica inevitabilmente dei margini di rischio altissimi. Con lo scudo penale, non si sta certo blindando l’impunità o concedendo una patente di illegalità agli agenti . Si sta semplicemente garantendo la copertura giuridica necessaria affinché chi difende la collettività nell’adempimento di un dovere non venga paralizzato dal terrore di finire sotto inchiesta per ogni atto dovuto.

​Sia chiaro lo scudo non è immunità arbitraria, così come l’intervento delle forze dell’ordine non è mai licenza di fare tutto quello che si vuole. Ma per accertare la verità serve dare tempo alla magistratura di lavorare con metodo e serenità. Senza subire costantemente la pressione mediatica di un’opinione pubblica divisa tra le beatificazioni sommarie e le scomuniche ideologiche.

​È tempo che la politica e l’opinione pubblica escano dalla logica perversa del tifoso da stadio. La sicurezza dei cittadini, la tutela dei diritti inviolabili dell’individuo e il rispetto rigoroso dello Stato di diritto non si difendono con il tifo da curva, ma ristabilendo il primato della competenza, della misura e del rigoroso accertamento dei fatti. Solo così le tragedie non diventeranno mere armi di scontro elettorale, e le istituzioni potranno continuare a svolgere il loro insostituibile ruolo di garanzia per tutti.

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