L’immigrazione come specchio della società italiana
Da Paese di transito a meta stabile per milioni di persone: la parabola dell’immigrazione in Italia negli ultimi decenni racconta molto più di un fenomeno demografico. È una lente attraverso cui osservare le trasformazioni del mercato del lavoro, del welfare e della coesione sociale del Paese. La nuova indagine dell’Eurispes sulla condizione degli immigrati in Italia prova a restituire questa complessità dando voce direttamente a chi vive l’esperienza migratoria in prima persona, andando oltre le rappresentazioni polarizzate (l’invasore da un lato, la vittima dall’altro) che da anni dominano il dibattito pubblico e mediatico.
Un capitale umano sottoutilizzato
«L’Italia — sottolinea il Presidente dell’Eurispes, Gian Maria Fara — da zona di transito è diventata nel tempo una meta stabile per milioni di persone che fuggono da guerre, povertà e crisi climatiche. I dati ci dicono che le potenzialità dei cittadini stranieri sono largamente sottoutilizzate: nel lavoro, nella scuola, nella formazione professionale. Continuare a sprecare questo capitale umano è un danno per loro e, al tempo stesso, lo è per il Paese. I migranti regolari residenti in Italia sono quasi cinque milioni. Contribuiscono a costruire ricchezza per il 9% del Pil. Pagano contributi previdenziali che sostengono oltre seicentomila pensioni. Fondano imprese che danno lavoro a centinaia di migliaia di italiani. Si affronta invece l’immigrazione quasi esclusivamente come un fatto di ordine pubblico, anziché come una componente essenziale del modello sociale e produttivo del Paese».
Fara avverte come questa miopia abbia un costo altissimo che verrà pagato dai giovani italiani, chiamati domani a reggere sulle spalle un sistema previdenziale sempre più insostenibile e un mercato del lavoro afflitto da un profondo disallineamento tra domanda e offerta. La sfida più complessa è costruire un circolo virtuoso di reale integrazione sociale, linguistica ed economica, con canali di ingresso legati ai fabbisogni del mercato del lavoro e contratti regolari che prevengano condizioni di sfruttamento e sofferenza che, se non affrontate, si traducono in conflittualità sociale e devianza.
Chi sono gli immigrati: permanenza, solitudine e irregolarità
Il 27,8% degli immigrati interpellati nell’indagine vive in Italia da 3-5 anni, il 24,2% da 6-10 anni, il 19,4% da 1-2 anni ed un altro 19,4% da più di 10 anni, il 9,2% da meno di un anno. La maggioranza degli immigrati racconta, dunque, una permanenza nel nostro Paese di media durata.
Gli stranieri irregolari privi di permesso di soggiorno rappresentano il 15,5% del campione. Un altro dato rilevante riguarda la dimensione familiare dell’esperienza migratoria: la maggior parte degli immigrati, il 52%, è sola e non vive con la propria famiglia in Italia, a conferma di quanto la migrazione resti, per molti, un percorso individuale prima ancora che collettivo.
Le rotte e le ragioni della migrazione verso l’Italia
L’arrivo nel nostro Paese avviene, in quasi tre casi su dieci, tramite intermediari a pagamento, mentre un terzo degli immigrati si organizza da solo. Si emigra soprattutto per fuggire dalla povertà (23,3%), ma anche a causa della mancanza di lavoro (18,5%), per la speranza di trovare condizioni di vita migliori (14,8%), il ricongiungimento familiare (10,3%), la mancanza di libertà nel paese d’origine (9,4%), la guerra o i gravi disordini (8,9%).
L’Italia è stata scelta dagli immigrati come destinazione perché ci vive la loro famiglia (20,5%) o amici/conoscenti (18,4%). Diffusa l’idea che in Italia ci sia benessere economico (15,5%) e che il nostro sia un Paese accogliente con gli stranieri (10,6%).
Oltre un terzo degli immigrati intervistati è arrivato in Italia tramite permesso/carta di soggiorno (36,3%), un quinto tramite sbarco/ingresso clandestino (20,7%) ed un altro quinto tramite richiesta di asilo (19,4%). L’arrivo clandestino viene citato in percentuale superiore alla media da chi arriva dall’Egitto (52,9%), Bangladesh (38,5%), Marocco (26,7%), Pakistan (26,3%), Nigeria (25%).
In Italia si arriva per rimanere: la maggioranza degli immigrati dichiara di voler restare in Italia per sempre (52%); quasi un terzo intende restare almeno per diversi anni (30,9%). Uno su 10 pensa di lasciare l’Italia, a cui si aggiunge un 6,7% che non sa cosa farà. Il nostro Paese è dunque visto soprattutto come un luogo stabile di approdo, molto più che di passaggio un dato che, anche secondo i dati ISTAT sulla popolazione straniera residente, conferma una tendenza strutturale ormai consolidata nella demografia italiana.
Il lavoro: occupazione, contratti e sfruttamento
Il 78,1% degli immigrati raggiunti dall’indagine ha un lavoro, il 13,2% non lo ha ma lo sta cercando, l’8,6% non lo sta cercando (tra questi ultimi, pensionati/anziani, casalinghe, studenti). Gli uomini che lavorano sono più numerosi rispetto alle donne: 83,1% vs 69,3%.
Prevedibilmente, tra chi ha un permesso di soggiorno la percentuale di chi lavora è più elevata rispetto a chi ne è privo (80,7% vs 64,2%). Il 22,2% di chi non ha il permesso di soggiorno sta cercando una occupazione, il 13,6% non la cerca.
La condizione lavorativa dei residenti stranieri in Italia mostra una quota prevalente di rapporti di lavoro stabili (62,4%), mentre il 32,4% dichiara un impiego periodico o stagionale e il 5,2% un’occupazione saltuaria o occasionale. Questa evidenza suggerisce come, per la maggioranza degli stranieri occupati, l’inserimento nel mercato del lavoro italiano abbia assunto una configurazione tendenzialmente continuativa, sebbene oltre un terzo del campione (37,6%) si trovi in una condizione di precarietà temporale legata alla natura stagionale o periodica dell’attività svolta. La distribuzione delle professioni evidenzia una concentrazione significativa in alcune categorie occupazionali: operai (20,4%) e lavoratori agricoli (12,8%).
Il 24,3% degli immigrati ha ricevuto almeno una proposta di lavoro illegale (escluso il lavoro nero) nel corso della propria esperienza in Italia. Le modalità attraverso cui i residenti stranieri hanno trovato il proprio lavoro attuale evidenziano un ruolo nettamente prevalente delle reti relazionali informali: il lavoro, infatti, si trova soprattutto grazie a parenti o amici (47,7%) oppure tramite un proprio connazionale (29%).
Sommando le due tipologie di contratto stabile e a termine, il 68,3% degli immigrati dispone di una forma contrattuale riconosciuta, mentre forme più precarie come l’apprendistato e il contratto atipico raccolgono incidenze marginali, rispettivamente l’1,5% e il 3,7%. Un dato di particolare rilievo riguarda invece la quota di chi dichiara di non avere alcun contratto, pari al 23,8%, a cui si aggiunge lo 0,7% in attesa di regolarizzazione. Quasi un quarto dei lavoratori stranieri si trova, dunque, in una condizione priva di tutela contrattuale formale.
Il giudizio sul comportamento del datore di lavoro nei confronti dei lavoratori stranieri risulta prevalentemente positivo, con la maggioranza degli immigrati, pari al 54,1%, che lo definisce corretto. Una quota più contenuta, pari all’8,8%, attribuisce al proprio datore di lavoro un atteggiamento di sostegno, descrivendolo come una figura che cerca di aiutare. Sul fronte delle valutazioni negative, il 19,7% giudica il comportamento del proprio datore di lavoro non corretto, mentre il 6,4% dichiara di subire maltrattamenti, un dato che, pur restando contenuto in termini percentuali, segnala la presenza di forme di abuso che coinvolgono una quota non trascurabile di lavoratori stranieri. La quota di chi definisce corretto il comportamento del proprio datore di lavoro raggiunge il 67,9% tra le donne, contro il 47,5% tra gli uomini.
Le reti informali e la distanza dai sindacati
L’80,8% degli immigrati non si è mai rivolto ai sindacati italiani, ai patronati o ad altre agenzie di tutela dei lavoratori, ritenendo che tali istituzioni non possano essere d’aiuto (24%), ma anche di non averne avuto bisogno (39,2%); il 21,3% segnala di non sapere a chi rivolgersi e il 12,2% esprime fiducia in queste istituzioni. Un dato che, letto insieme al ruolo predominante delle reti informali nella ricerca del lavoro, restituisce l’immagine di un rapporto ancora debole tra i lavoratori migranti e i corpi intermedi di rappresentanza.
Lingua, rimesse e condizioni abitative
Quattro stranieri su dieci hanno difficoltà con la lingua italiana (42,2%), un ostacolo che incide inevitabilmente sui percorsi di integrazione lavorativa e sociale.
Il 59,5% degli stranieri invia meno di un quarto del proprio guadagno alla famiglia nel paese d’origine. Il 30,7% non invia alcuna somma o afferma di non avere parenti nel paese di origine, mentre il 9,6% destina alle rimesse una quota compresa tra un quarto e la metà del proprio reddito. Le fasce più elevate di invio risultano pressoché assenti. Il denaro viene inviato soprattutto attraverso i Money Transfer Operator (66,7%), seguiti dai bonifici bancari (22,7%), dal trasporto diretto di contanti durante i viaggi nel paese di origine (4,6%), dall’affidamento di contanti a parenti o persone di fiducia (4,3%) e dal ricorso alle poste (appena l’1,8%).
La quota prevalente degli stranieri che vivono in un’abitazione è in affitto (55,3%), mentre il 16,3% risiede presso parenti o amici, e il 15,9% vive in un centro di accoglienza o organizzazione assistenziale. Solo l’8,8% vive in un’abitazione di proprietà, propria o del partner, mentre le restanti modalità abitative raccolgono quote marginali: il 2,1% risiede presso il datore di lavoro, l’1% non dispone di una residenza fissa e lo 0,4% si trova in condizione di senza dimora. Considerando congiuntamente le condizioni abitative più precarie, oltre il 17,3% degli stranieri si trova in una situazione priva di stabilità autonoma, un dato che, insieme alla quota di chi vive presso parenti, amici o il proprio datore di lavoro, segnala come per una parte rilevante della popolazione straniera (quasi il 36%) l’accesso a un’abitazione indipendente e stabile resti un obiettivo non pienamente raggiunto.
La percezione del razzismo e il rapporto con gli italiani
Riguardo al giudizio sull’atteggiamento degli italiani nei confronti degli stranieri, prevale la percezione di indifferenza (22,3%), insieme alla sensazione di un atteggiamento amichevole, avvertito da uno straniero su cinque (20,3%). Seguono comportamenti di comprensione/solidarietà (14,6%), ostilità (14,2%) e diffidenza (13,1%). Un immigrato su dieci percepisce atteggiamenti razzisti (10%), l’egoismo si ferma al 2,9% e l’atteggiamento compassionevole/pietoso al 2,1%. Guardando all’insieme delle valutazioni positive e di quelle negative, e considerando tra queste anche l’indifferenza, queste ultime superano le prime (62,5% contro 37%).
Il 57,8% degli immigrati ha assistito almeno una volta ad episodi di razzismo. Le esperienze personali rappresentano una ulteriore conferma del fenomeno: la maggioranza degli immigrati è stata vittima in prima persona di episodi di razzismo almeno una volta (53,2%).
Cittadinanza e diritto di voto: il desiderio di partecipazione
La possibilità di esercitare il diritto di voto interessa sei immigrati su dieci (59,9%), mentre il 40,1% dichiara di non essere interessato. Riguardo all’ottenimento della cittadinanza, l’interesse è altrettanto marcato (57% la desidera e 32,8% no), ma circa uno straniero su dieci non ha ancora un’opinione chiara al riguardo. Un segnale che indica come la richiesta di piena partecipazione civica accompagni, per la maggioranza degli intervistati, il progetto di stabilizzazione in Italia.
Un’integrazione sospesa tra realtà e retorica
I dati raccolti dall’indagine Eurispes restituiscono un quadro che si allontana sia dalla narrazione emergenziale sia da quella puramente vittimistica dell’immigrazione. Ciò che emerge è piuttosto la rappresentazione di una popolazione radicata, in larga parte occupata, orientata alla permanenza stabile e desiderosa di partecipazione civica, ma ancora esposta a precarietà contrattuale, difficoltà abitative e forme diffuse di discriminazione percepita e vissuta.
Il dato più significativo riguarda forse lo scarto tra integrazione economica e integrazione simbolica: gli immigrati contribuiscono in misura crescente alla tenuta del sistema previdenziale e del welfare italiano, ma restano ai margini delle reti di tutela istituzionale — dai sindacati alla piena partecipazione politica — affidandosi soprattutto a legami informali di parentela e connazionalità. È in questo scarto, tra un’inclusione funzionale al sistema produttivo e un’inclusione sociale ancora incompiuta, che si inserisce la necessità di superare la lettura emergenziale del fenomeno migratorio per costruire, finalmente, un modello strutturale di integrazione.
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