L’intelligenza artificiale vista dal Vaticano: la responsabilità che nessun algoritmo può assumersi


di Mariagrazia Lupo Albore, Direttore generale Unimpresa

Quando un Pontefice sceglie di dedicare la propria prima enciclica al rapporto tra persona umana e intelligenza artificiale, sta compiendo una scelta che va oltre l’attualità del tema: sta collocando quella riflessione all’interno di una tradizione dottrinale precisa, quella della dottrina sociale della Chiesa. Leone XIV lo ha fatto in modo esplicito, presentando lo scorso 25 maggio l’enciclica “Magnifica Humanitas” nella stessa data in cui, nel 1891, Leone XIII promulgava la Rerum Novarum, il testo fondativo della dottrina sociale cattolica di fronte alla rivoluzione industriale. Non è un dettaglio calendariale casuale: è la dichiarazione di un’intenzione, quella di affrontare la rivoluzione tecnologica del nostro tempo con lo stesso spirito con cui la Chiesa, oltre un secolo fa, affrontò la questione operaia.

Il cuore dell’enciclica, e in particolare il suo terzo capitolo, si concentra sull’intelligenza artificiale definendola “un aiuto prezioso che richiede attenzione”, uno strumento le cui potenzialità impongono una riflessione etica specifica per evitare quello che il testo definisce un rischio di imbarbarimento dell’umanità. Il Papa ha richiamato in particolare l’uso dell’IA nei contesti bellici, mettendo in guardia dal pericolo di ridurre le vittime a meri dati statistici, un’osservazione che acquista un peso specifico in un momento storico in cui i sistemi automatizzati vengono sempre più impiegati anche nell’analisi e nella pianificazione militare.

Il principio che attraversa l’intero impianto argomentativo dell’enciclica, e che è stato ribadito dal Papa in successivi interventi, tra cui un messaggio inviato alla Seconda Conferenza annuale su Intelligenza Artificiale, Etica e Governance d’Impresa tenutasi tra il Ministero delle Imprese e il Palazzo Apostolico, è la centralità della decisione umana. “Ogni scelta critica fatta da un sistema automatizzato deve essere soggetta alla supervisione umana”, ha ribadito la delegazione della Santa Sede in un successivo intervento all’AI for Good Global Summit di Ginevra, sottolineando come una buona governance richieda “un uso responsabile dell’IA, in un modo che non implichi l’esternalizzazione o la cessione di responsabilità a un algoritmo”.

È un principio che ha trovato un’eco significativa anche nel mondo scientifico laico. Il fisico Giorgio Parisi, premio Nobel, ha offerto una lettura dell’enciclica che, pur partendo da premesse diverse da quelle teologiche, converge sullo stesso punto cruciale: una macchina non conosce il significato delle proprie decisioni, e per questo la responsabilità finale non può che restare in capo all’essere umano. È un punto di incontro raro e per questo prezioso tra il magistero ecclesiale e la comunità scientifica internazionale, che testimonia come la questione della governance dell’intelligenza artificiale abbia ormai assunto una dimensione che trascende le tradizionali divisioni tra sapere religioso e sapere scientifico.

Non è un caso che, a metà luglio, la riflessione avviata dall’enciclica abbia trovato un ulteriore sviluppo istituzionale nella Dichiarazione di Roma per una pace disarmata nell’era dell’intelligenza artificiale, delle armi nucleari e autonome, firmata in Campidoglio al termine di un’assemblea di premi Nobel ospitata tra Castel Gandolfo e Roma. Un documento che, muovendo dagli stessi presupposti dell’enciclica pontificia, prova a fissare principi destinati a orientare il dibattito internazionale sulla governance dell’IA, in un momento in cui la tecnologia corre più veloce di quanto le istituzioni riescano a regolamentarla.

C’è, in questa riflessione vaticana, un’implicazione che riguarda direttamente il mondo produttivo e imprenditoriale, spesso tentato di considerare l’intelligenza artificiale esclusivamente sotto il profilo dell’efficienza e del vantaggio competitivo. Il richiamo del Papa a “tenere conto del benessere della persona umana non solo materialmente, ma anche intellettualmente e spiritualmente” pone una domanda che nessuna impresa, per quanto orientata al risultato economico, può permettersi di ignorare del tutto: quella su chi, in ultima istanza, resti responsabile delle decisioni che agli algoritmi vengono sempre più spesso delegate.

Resta da vedere quanto questo richiamo troverà applicazione concreta nelle scelte legislative dei singoli Paesi e nelle prassi aziendali quotidiane, al di là dell’adesione formale ai principi enunciati. Ma la circostanza che un pontificato appena avviato abbia scelto di misurarsi, fin dal suo primo documento dottrinale, con la sfida più caratterizzante del nostro tempo dice qualcosa di rilevante sulla capacità della Chiesa cattolica di continuare a proporsi come interlocutore, e non semplice spettatore, delle trasformazioni più profonde della modernità.

Mariagrazia Lupo Albore
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Author: Mariagrazia Lupo Albore

Ha iniziato la sua carriera lavorativa come operatore di Patronato e ha ricoperto numerosi incarichi prima come funzionaria poi come dirigente all’interno di importanti strutture nazionali di rappresentanza delle imprese.
Negli anni ha acquisito esperienza nel campo associativo contribuendo alla nascita e allo sviluppo, come socio fondatore, di Unimpresa Nazionale di cui ricopre il ruolo di Direttore Generale dal 2003. Coordina il Centro Studi e ricerche, il Comitato di Presidenza e cura i rapporti ministeriali. Segue l’organizzazione della struttura confederativa per l’apertura di nuove sedi sul territorio e la costituzione di nuove Federazioni nazionali di categoria.


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