La crisi migratoria esplosa a Ceuta non si traduce, almeno per ora, in una revisione della strategia europea. Il risultato arrivato dalla riunione straordinaria dei ministri dell’Interno dei Ventisette – convocata in videoconferenza dopo gli oltre 72mila ingressi irregolari registrati in pochi giorni (di cui 70mila già rimpatriati) nell’exclave spagnola al confine con il Marocco – è più un rafforzamento dell’orientamento già emerso negli ultimi mesi: più rimpatri e controlli, insieme a una maggiore pressione sui Paesi terzi. La linea, quindi, non si discosta di molto dalle tendenze Ue degli ultimi mesi: perché dopo circa tre ore di confronto, il Consiglio Ue ha certificato una sostanziale convergenza tra gli Stati membri che hanno priorità condivise: rafforzare il contrasto alle reti criminali che gestiscono il traffico di migranti, aumentare l’efficacia dei rimpatri, consolidare le partnership con i Paesi di origine e migliorare la capacità di prevenire crisi come quella di Ceuta.
Dagli hub alla condizionalità: cosa divide l’Ue dopo Ceuta
In rappresentanza dell’Italia, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha rilanciato una delle richieste storiche del governo: utilizzare tutto il peso negoziale dell’Unione nei confronti dei Paesi che non collaborano sul fronte delle riammissioni. “Se un Paese terzo rifiuta di cooperare sulla riammissione dei propri cittadini, l’Unione deve poter applicare forti condizionalità in ogni settore, utilizzando tutte le leve a disposizione”, ha affermato. Per il titolare del Viminale, la gestione migratoria deve diventare sempre più una politica comune, fondata sulla forza contrattuale dei Ventisette piuttosto che sulle iniziative dei singoli Stati. E le conclusioni del Consiglio sembrano andare proprio in questa direzione, visto che per Bruxelles rafforzare gli accordi con i Paesi terzi per i rimpatri è uno dei pilastri della futura governance migratoria europea.
Se su rimpatri e frontiere sicure la convergenza c’è, non si può dire lo stesso sulla questione hub nei Paesi terzi. Perché la proposta sostenuta dall’Italia – insieme ad altri Stati membri – continua a dividere i governi europei. Madrid in questo frangente ha ribadito la propria contrarietà, sostenendo che la gestione dei flussi migratori debba continuare a garantire il pieno rispetto dei diritti fondamentali e respingendo l’ipotesi di esternalizzare le procedure attraverso strutture collocate fuori dall’Unione.
Differente e più articolata la posizione della Commissione Ue: il commissario agli Affari interni Magnus Brunner ha riconosciuto che i centri di rimpatrio (come quelli in Albania) rappresentano uno “strumento legittimo” e che spetta agli Stati membri “valutarne la realizzazione”, invitando a concentrare l’attenzione sul concetto di “Paese terzo sicuro”. L’obiettivo, ribadisce, è consentire che le procedure di asilo possano essere esaminate direttamente al di fuori dell’Unione europea, rafforzando la dimensione esterna della politica migratoria senza limitarsi alla (sola) gestione dei rimpatri.
Controlli e Schengen, lo scontro tra Italia e Spagna
In ogni caso, nonostante l’intesa unanime sulla protezione delle frontiere, è rimasta una non troppo flebile tensione tra Italia e Spagna sulla gestione della crisi di Ceuta, in particolare, sulla decisione del governo Meloni di reintrodurre i controlli alle frontiere interne. Sempre Brunner, in tal senso, ha ricordato che il nuovo Codice frontiere Schengen consente agli Stati membri di ripristinare, “in via eccezionale e temporanea”, i controlli alle frontiere interne. Una possibilità prevista dal diritto europeo, che potrebbe essere utilizzata in caso di crisi.
Poi, lo stesso Brunner ha precisato, rassicurando i 27, che dopo la crisi di Ceuta “nessun migrante è entrato nell’area Schengen”, insomma, gli arrivi sono rimasti confinati all’exclave spagnola. Frase di cui ha approfittato il ministro dell’Interno spagnolo Fernando Grande-Marlaska, che ha criticato apertamente la scelta del governo italiano, definendola “incomprensibile” e priva dei requisiti di necessità e proporzionalità richiesti dalla normativa Ue. Secondo Madrid – che ha sciorinato i numeri su ingressi e rimpatri – non vi è mai stato un reale rischio di movimenti secondari all’interno di Schengen.
In ogni caso, per il governo Meloni la sicurezza rimane una priorità e Piantedosi ha tenuto a precisare che il ripristino temporaneo dei controlli alle frontiere non è “una misura rivolta contro la Spagna”, ma “una scelta di natura cautelare e organizzativa, intesa a tutelare la sicurezza nazionale e la tenuta dell’intero sistema europeo dei controlli in un momento di forte sollecitazione”.
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Eleonora Ciaffoloni
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