di Paolo Longobardi, Presidente di Unimpresa
Undici miliardi e otto milioni di dollari: è il valore complessivo del progetto North Hub, l’impianto galleggiante di lavorazione del gas che Eni sta costruendo nel Bacino di Kutei, al largo del Borneo indonesiano, attraverso Searah, la joint venture paritetica costituita con la malese Petronas. La cerimonia per il taglio della prima lamiera dell’unità galleggiante di produzione, stoccaggio e trasferimento del gas si è tenuta nei giorni scorsi, segnando l’avvio concreto di un progetto che, unito al polo produttivo già esistente nella stessa area, porterà la produzione asiatica del gruppo italiano da circa 300mila a oltre 500mila barili equivalenti al giorno.
L’impianto, che entrerà in produzione nel 2028, servirà come unità centrale di lavorazione per sedici pozzi dei giacimenti Geng North e Gehem, che insieme costituiscono il North Hub nel Bacino di Kutei. L’obiettivo dichiarato è raggiungere un miliardo di piedi cubi di gas al giorno e ottantamila barili di condensato entro il quarto trimestre di quell’anno, alimentando sia l’impianto di liquefazione di Bontang sia la rete di distribuzione domestica del Kalimantan orientale. Non è un progetto isolato: si inserisce in una più ampia strategia satellitare che Eni ha già applicato con successo in altre aree del mondo, dal Mare del Nord norvegese all’Angola, e che ora trova nel Sud-Est asiatico un nuovo terreno di applicazione su scala industriale.
Il tempismo di questo annuncio non è casuale, e l’amministratore delegato Claudio Descalzi lo ha reso esplicito in un’audizione alla Commissione attività produttive della Camera lo scorso 16 luglio: il settore petrolifero e del gas sta diversificando i propri investimenti verso il Sud-Est asiatico e l’America latina proprio in risposta alla prolungata interruzione delle forniture attraverso lo Stretto di Hormuz. Descalzi ha aggiunto una considerazione che merita di essere sottolineata: anche una volta raggiunta una pace in Medio Oriente, il rischio geopolitico legato alla regione resterà strutturalmente più elevato rispetto al passato, e la capacità di Russia e Golfo Persico di contribuire in modo significativo all’approvvigionamento energetico globale non tornerà, quando accadrà, alle condizioni precedenti.
È una lettura che assume un peso particolare proprio in questi giorni, con il petrolio tornato sopra i cento dollari al barile dopo gli attacchi Houthi alle petroliere saudite nel Mar Rosso, e con un secondo punto di strozzatura, oltre a Hormuz, ormai aperto nello Stretto di Bab al-Mandab. In un contesto del genere, la scelta di Eni di accelerare gli investimenti in un’area considerata relativamente stabile dal punto di vista geopolitico, con infrastrutture di produzione, trasporto e liquefazione già mature e una conoscenza geologica consolidata del sottosuolo, appare meno un’opportunità colta al momento giusto e più una strategia di lungo periodo pensata proprio per ridurre l’esposizione strutturale a un Medio Oriente sempre meno affidabile come fornitore.
Per l’Italia, che attraverso Eni mantiene una delle poche presenze industriali energetiche di rilievo globale, questa diversificazione geografica rappresenta una forma di sicurezza energetica indiretta ma non per questo meno rilevante. Un Paese che dipende in larga misura dalle importazioni di gas naturale beneficia, sia pure indirettamente, della capacità della propria compagnia energetica di riferimento di diversificare le fonti di approvvigionamento su scala globale, riducendo l’esposizione complessiva del sistema-Paese a shock che si originano in aree di crisi ricorrente.
Resta, sullo sfondo, una domanda di merito che riguarda la sostenibilità di lungo periodo di questa strategia di espansione: se il modello satellitare che ha già dato buoni risultati in Norvegia e Angola saprà replicarsi con la stessa efficacia in un’area, quella del Sud-Est asiatico, dove la concorrenza di altri grandi operatori energetici regionali e internazionali è destinata a intensificarsi proprio in virtù delle stesse dinamiche geopolitiche che oggi spingono Eni a investirvi. La risposta, come spesso accade in questo settore, si misurerà non nei prossimi mesi ma nei prossimi anni, quando il North Hub entrerà effettivamente in produzione e il mercato potrà verificare se le promesse di oggi si saranno tradotte in flussi di cassa concreti.
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Paolo Longobardi
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