Al recente Dialogo di Shangri-La, Pechino ha inviato la delegazione di livello più basso dal suo debutto ufficiale nel 2007. Mentre il ministro della Guerra americano Pete Hegseth, voce autorevole e abituale del forum, ha ribadito che alla Cina non è consentito dominare l’Indo-Pacifico, e diciassette Paesi concordano nel cooperare alla protezione dei cavi sottomarini senza la partecipazione né della Cina né degli Stati Uniti.
A prima vista questi sviluppi potrebbero far pensare a una contrazione della diplomazia militare cinese, in realtà rimandano a un ambiente strategico sempre più ostile al Partito Comunista Cinese in quell’area. Nel 2017, durante il primo mandato di Trump, la Strategia di Sicurezza Nazionale statunitense segnò il passaggio dalla lotta al terrorismo successiva all’11 settembre verso un’era di competizione tra grandi potenze, con la Cina come principale rivale strategico. In questo quadro, il “Pivot to Asia” di Obama si è evoluto nella Strategia per l’Indo-Pacifico del 2018 dell’amministrazione Trump, mirata anche a rimodellare l’ambiente strategico di Pechino. Otto anni dopo, la posizione del regime comunista cinese nella regione è chiaramente peggiorata rispetto al passato, per una serie di fattori convergenti.
Un primo elemento riguarda il forte coinvolgimento della Russia nella guerra in Ucraina, che ha drasticamente ridotto la sua influenza internazionale e il suo valore come partner strategico di Pechino. La Cina sperava di servirsi di Mosca per bilanciare l’Occidente in tre modi principali: affidandosi all’arsenale nucleare russo per controbilanciare il potere statunitense; sfruttando le capacità militari russe per dissuadere il Giappone dall’intervenire in un eventuale conflitto nello Stretto di Taiwan e facendo sì che la Russia impegnasse la Nato in Europa, rallentando lo spostamento strategico dell’alleanza verso l’Indo-Pacifico.
L’invasione di Putin dell’Ucraina ha invece profondamente alterato il panorama della sicurezza europea, imponendo gravi costi al suo stesso Paese. Il suo prestigio e la sua influenza internazionale si sono notevolmente ridotti e il recupero richiederà probabilmente parecchi anni. Con il declino di Mosca, il regime cinese ha perso uno dei suoi partner più importanti tra le grandi potenze.
Un secondo fattore è il deterioramento delle relazioni sino-giapponesi, unito all’accelerata transizione del Giappone verso lo status di «nazione normale» e all’incremento delle sue capacità militari. Dopo il massacro di piazza Tienanmen del 1989, il Giappone ha svolto un ruolo chiave nell’aiutare la Cina a superare le sanzioni occidentali e l’isolamento diplomatico, portando all’apice le loro relazioni.
Con l’impennata dell’economia cinese e l’acuirsi delle ambizioni mondiali di Pechino, la “diplomazia del lupo guerriero” sempre più aggressiva ha contribuito a ricorrenti tensioni. Quello che un tempo veniva descritto come un rapporto di «mutuo beneficio strategico» si è gradualmente trasformato in rivalità strategica.
Negli ultimi anni il Giappone ha rafforzato le proprie difese e ha espresso costante sostegno a Taiwan e, attraverso una diplomazia esperta ed efficace ha conquistato la fiducia degli Stati Uniti e della comunità occidentale più ampia.
Un terzo aspetto riguarda le relazioni con l’India: nonostante alcuni segnali di distensione, i contrasti di fondo restano, lasciando il regime cinese esposto a potenziali pressioni strategiche su due fronti. L’India è già la quinta economia mondiale e molti analisti ritengono che il suo potenziale di crescita nel lungo periodo superi quello cinese. Autorevoli previsioni internazionali indicano che l’India diventerà la terza economia mondiale intorno al 2030, dopo Stati Uniti e Cina. Sebbene dal 1988 le relazioni sino-indiane siano migliorate, le due parti non sono riuscite a raggiungere progressi significativi sulle questioni centrali, in particolare sull’annosa disputa di confine. I sanguinosi scontri del 2020 hanno portato le relazioni al minimo storico, spingendo l’India ad approfondire la cooperazione con gli Stati Uniti e i propri partner.
La partecipazione attiva di Nuova Delhi è stata centrale nel crescente dinamismo del Quad, il Dialogo Quadrilaterale di Sicurezza composto da Stati Uniti, Giappone, India e Australia. Questa situazione incalza Pechino costringendola a cercare un riavvicinamento con l’India, che però sembra ritenere che l’attuale equilibrio strategico e la tendenza generale siano per lei più favorevoli. In assenza di sostanziali vantaggi, Nuova Delhi quindi non vede urgenza nel tentare di migliorare le relazioni col regime cinese. Per Xi si tratta di una grave crisi strategica con relativi rischi futuri.
Un quarto elemento è proprio il Quad, che sta portando avanti attivamente un accerchiamento strategico intorno della Cina. Nel 2007 l’ex primo ministro giapponese Shinzo Abe è stato il fautore della cooperazione rafforzata tra i quattro Paesi contro l’espansione cinese. Il progetto rimase però dormiente per quasi un decennio, fino alla storica svolta nella strategia statunitense verso la Cina nel 2017. Nel 2021 il Quad elevò la cooperazione al livello dei leader, tenendo il primo vertice virtuale a marzo e il primo incontro in presenza a Washington a settembre.
Oggi, la partnership è passata da una piattaforma consultiva a un’architettura di sicurezza più concreta, caratterizzata da una solida attuazione strategica. Tra le iniziative principali rientrano la collaborazione per la sorveglianza marittima nell’Indo-Pacifico, una maggiore condivisione di intelligence in tempo reale e programmi mirati di rafforzamento delle capacità nel pattugliamento marittimo degli alleati del Sud-est asiatico. Il 26 maggio, nella riunione dei ministri degli Esteri del Quad a Nuova Delhi è stata annunciata la cooperazione in almeno quattro aree principali: sicurezza marittima, infrastrutture portuali, energia e iniziative per la sicurezza dei minerali critici. Tra queste, un progetto “dimostrativo” di costruzione di un porto nelle Figi del valore massimo di 1,8 miliardi di dollari, a “dimostrare” appunto l’unità dei quattro Paesi contro l’espansione strategica cinese nel Pacifico meridionale. Hanno inoltre firmato un nuovo accordo di cooperazione sui minerali strategici e sulla sicurezza energetica, annunciando inoltre un piano da venti miliardi di dollari per una «catena di approvvigionamento non rossa» incentrato sul «Corridoio delle Terre Rare del Quad».
Un quinto fattore è la cooperazione di sicurezza Aukus tra Australia, Regno Unito e Stati Uniti, che sta limitando lo spazio strategico del regime cinese su più fronti. Il 15 settembre 2021 i tre Paesi hanno annunciato congiuntamente la creazione della partnership, con l’obiettivo principale di assistere l’Australia nella costruzione di una flotta di sottomarini d’attacco a propulsione nucleare armati convenzionalmente (Pilastro I) e di sviluppare congiuntamente tecnologie militari avanzate emergenti in otto campi cruciali, tra cui intelligenza artificiale, calcolo quantistico e armi ipersoniche (Pilastro II).
Il 30 maggio 2026 i ministri della Difesa dei tre Paesi in una dichiarazione congiunta a Singapore hanno annunciato che l’Australia acquisirà tre sottomarini a propulsione nucleare di classe Virginia operativi, e che stanno lavorando allo sviluppo di veicoli subacquei senza equipaggio, le cui consegne sono previste a partire dal 2027.
Nel complesso, queste iniziative presentano per Pechino notevoli implicazioni geostrategiche: non solo rafforzano significativamente le capacità belliche antisommergibile e di deterrenza subacquea dell’alleanza democratica nel Mar Cinese Meridionale, nello Stretto di Taiwan e nelle acque circostanti, ma accelerano anche il contenimento tecnologico cinese. Inoltre, stanno rimodellando il sistema di alleanze nell’Indo-Pacifico e, nell’integrare ulteriormente la pianificazione della difesa alleata nella regione, minano la strategia cinese di indebolire i rivali uno per uno.
Vi è infine il programma di sottomarini a propulsione nucleare della Corea del Sud. Nel novembre 2025 Stati Uniti e Corea del Sud hanno stipulato un accordo definitivo di cooperazione nella costruzione di sottomarini nucleari: lo scorso 26 maggio il ministro della Difesa sudcoreano Ahn Gyu-back ha dichiarato che il suo Paese prevede di completare il primo sottomarino a propulsione nucleare e di schierarlo entro gli anni Trenta.
Per il regime comunista cinese questo comporterebbe un enorme cambiamento nell’equilibrio di potere subacqueo nella penisola coreana e nelle zone circostanti. Aumenterebbe la dissuasione antisommergibile nel Mar Giallo e nel Mar Cinese Orientale, limiterebbe il dispiegamento della marina cinese nel Pacifico occidentale e imporrebbe restrizioni aggiuntive alla capacità dell’Esercito Popolare di Liberazione di operare dentro e fuori dalla prima catena di isole.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Wang He per ET USA
Source link



