Tumore al seno, non basta guarire.


Dalla prevenzione alla femminilità, dal benessere psicologico alle nuove frontiere della ricerca. Il professor Lucio Fortunato, direttore della UOC Senologia del San Giovanni-Addolorata di Roma e presidente della Fondazione Prometeus ETS, racconta a Consumerismo perché la cura deve mettere al centro la persona.

In Italia il tumore della mammella resta la neoplasia più frequente tra le donne, con quasi 56 mila nuovi casi stimati nel 2025. Grazie ai progressi della ricerca e alla diagnosi precoce, la sopravvivenza continua a migliorare e il nostro Paese registra risultati superiori alla media europea. Accanto alle terapie, però, cresce l’attenzione verso la qualità della vita, il benessere psicologico e la necessità di accompagnare le pazienti lungo tutto il percorso di cura. Abbiamo incontrato il professor Lucio Fortunato, direttore della UOC Senologia dell’Azienda Ospedaliera San Giovanni-Addolorata di Roma e presidente della Fondazione Prometeus ETS, in occasione degli “Oscar per la Solidarietà”, l’evento organizzato presso la Link Università di Roma. In esclusiva per Consumerismo, il professor Fortunato ha risposto ad alcune domande sui progressi della medicina, sul ruolo della prevenzione e sulle sfide ancora aperte per garantire alle pazienti un accesso sempre più equo alle cure.

I numeri in Italia

Per comprendere meglio l’impatto del tumore della mammella e lo stato dell’assistenza oncologica nel nostro Paese, l’Osservatorio Consumerismo ha raccolto ed elaborato alcuni dei dati più recenti provenienti da AIOM, AIRTUM, Istituto Superiore di Sanità, Fondazione Veronesi e AIRC, che fotografano luci e ombre della lotta ai tumori in Italia.

  • In Italia il tumore della mammella è la neoplasia più frequente nelle donne. Nel 2025 sono stati stimati circa 55.900 nuovi casi.
  • Oggi oltre l’88% delle donne è viva a cinque anni dalla diagnosi, grazie ai progressi della ricerca, della diagnosi precoce e delle terapie innovative.
  • La sopravvivenza a cinque anni in Italia è superiore alla media europea: 86% contro l’83% dell’Unione Europea.
  • In Italia vivono più di 3,7 milioni di persone che hanno ricevuto una diagnosi di tumore, pari a circa un abitante ogni sedici. Più di due milioni sono donne.
  • Negli ultimi dieci anni la mortalità oncologica nel nostro Paese è diminuita del 9%, con risultati migliori rispetto alla media europea.
  • Tra il 2020 e il 2024 è triplicata l’adesione agli screening nel Mezzogiorno.
  • Secondo i sistemi di sorveglianza PASSI, il 27% degli italiani adulti è sedentario, il 43% è in eccesso ponderale e solo il 7% consuma le cinque porzioni giornaliere raccomandate di frutta e verdura.
  • A livello mondiale, nel 2023 sono stati registrati 2,3 milioni di nuovi casi di tumore al seno, che rappresenta quasi un tumore su quattro tra quelli diagnosticati nelle donne.
  • Nel Sud Italia il 15% delle pazienti è costretto a spostarsi in altre regioni per sottoporsi a un intervento chirurgico al seno.

In esclusiva per Consumerismo, il professor Lucio Fortunato, direttore della UOC Senologia dell’Azienda Ospedaliera San Giovanni-Addolorata di Roma e presidente della Fondazione Prometeus ETS, ha risposto ad alcune domande sui progressi della ricerca, sull’importanza della prevenzione e sulle sfide ancora aperte per garantire alle pazienti cure sempre più efficaci e una migliore qualità della vita. Lo abbiamo incontrato in occasione della seconda edizione degli “Oscar per la Solidarietà”, l’evento promosso dalla Fondazione Prometeus ETS presso la Link Università di Roma, dedicato alla ricerca oncologica e al miglioramento della qualità della vita delle donne operate al seno, e in vista del convegno scientifico “Rome Breast 3.0. Qualità di cura e qualità di vita”, in programma il 19 giugno, che riunirà alcuni dei principali esperti italiani e internazionali impegnati nella lotta contro il tumore della mammella.

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Professor Fortunato, negli ultimi anni la ricerca sul tumore della mammella ha compiuto passi avanti importanti. Quali sono oggi le innovazioni che stanno cambiando maggiormente la diagnosi e le cure per le pazienti?

Abbiamo progressi in tutti i campi, dalla diagnostica all’anatomia patologica, dalla chirurgia all’oncologia medica, alla radioterapia, alla  gestione del rischio eredo- familiare. Ma forse nel campo del tumore al seno l’innovazione più grande, e che vede l’Italia in prima linea, è la formazione delle reti senologiche dei Centri di senologia, le cosidette Breast Unit, che tutto il mondo ci invidia. Senza queste vere e proprie task force contro il tumore al seno, non saremmo in grado di proporre tutti i trattamenti che oggi possiamo viceversa offrire.

E l’approccio multidisciplinare che rende l’équipe medica più efficace. Proprio per questo le Breast Unit devono essere tutelate, salvaguardate, e le proprie professionalità dedicate poste nelle condizioni di lavorare sempre meglio. Il modello Breast Unit tra l’altro è un esempio virtuoso, ma pragmatico, per tutti gli altri settori della medicina, oncologici e non solo.

Sempre più spesso si parla non soltanto di guarigione, ma anche di qualità della vita. Quanto è importante accompagnare le donne operate al seno lungo tutto il percorso di cura, anche dal punto di vista psicologico e sociale?

Vede, noi per anni abbiamo proposto le migliori terapie possibili, però dimenticando l’impatto sulla qualità di vita della diagnosi e dei trattamenti. Per anni, per tanti anni, abbiamo dimenticato che le donne con tumore al seno sono madri, sorelle, mogli, purtroppo a volte figlie, con esigenze, prospettive, necessità, completamente stravolte dalla diagnosi di tumore.

Abbiamo dimenticato di considerare nel giusto modo che queste donne potevano perdere i loro capelli, avere alterazioni della loro bellezza, secchezza delle loro mucose, semmai avere una menopausa indotta, rischiare deficit cognitivi, tossicità economiche. Spesso, fino all’arrivo della legge sull’oblio oncologico, queste donne non potevano accedere più ad un mutuo, adottare un bambino, accedere ad un’assicurazione.

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Oggi, proprio perché la stragrande maggioranza delle donne sono guarite dopo la diagnosi, e possono vivere tanti anni, dobbiamo avere la massima attenzione per restituire tutte queste persone a una vita normale. Basti pensare che sono oltre 800.000 le donne in Italia con pregressa diagnosi di tumore della mammella

In Italia vivono oltre 800 mila donne che hanno affrontato un tumore della mammella. Quali sono oggi le principali sfide ancora aperte e quali risposte può offrire un approccio multidisciplinare?

Noi dobbiamo garantire un supporto psicologico per chi ne ha bisogno e lo richiede, noi dobbiamo garantire che la diagnosi di tumore, sebbene guarito, non si trasformi in un disastro economico per tante famiglie. Il micro-credito e il supporto economico per chi è in difficolta dopo diagnosi di tumore è un tema all’ordine del giorno, e spero che le istituzioni politiche dimostrino sempre maggiore sensibilità su questi aspetti.

Basti pensare che una donna con tumore della mammella deve mediamente affrontare spese di 2000-4000 euro nei primi 24 mesi, e questo rappresenta per molti strati sociali oggi un ulteriore rischio di indigenza.

Lei è presidente della Fondazione Prometeus ETS, che da oltre vent’anni affianca le pazienti con numerosi progetti di supporto. Quanto è importante il contributo del Terzo Settore e della solidarietà nel percorso di cura e recupero della qualità della vita?

Il terzo settore è una risorsa fondamentale per il paese perché riesce a recuperare opzioni diffuse di trattamento da parte della società civile, per la ricerca e le terapie. Con il 5 × 1000 ogni anno l’Italia investe oltre 600 milioni di euro in attività che altrimenti non potrebbero essere svolte.

Colgo l’occasione per ringraziare le oltre 1300 persone che ogni anno ci scelgono e che speriamo possano sempre di più contribuire alla crescita della Fondazione Prometeus

Professor Fortunato, il diritto alla salute passa anche attraverso l’equità nell’accesso alle cure. Come giudica il fenomeno della mobilità sanitaria delle donne che devono lasciare la propria regione per curarsi e quali sono oggi le principali disuguaglianze da superare?

La mobilità sanitaria è un cancro nel cancro, un ulteriore disagio, una ingiustizia che fa male ad un paese civile. Purtroppo le cause sono complesse, hanno origini lontane, e solo di difficilissima risoluzione.

Tuttavia, proprio il modello delle Breast Unit, permette a tante aree del sud Italia di riuscire ad offrire trattamenti integrati di alto livello, fino a qualche anno fa impensabili.

Quale messaggio si sente di rivolgere ai consumatori e alle famiglie sul tema della prevenzione? Quanto possono fare la diagnosi precoce e l’adesione ai programmi di screening nella lotta contro il tumore della mammella?

Basterebbe pensare che se per ipotesi riuscissimo a diagnosticare tutti i cancri della mammella in fase iniziale, e sotto 1 cm di diametro, nessuno più -o quasi-  morirebbe di cancro della mammella. Inoltre, i trattamenti sarebbero moderati, poco importanti sulla qualità di vita, e da un punto di vista della società anche estremamente meno costose. Trattare un tumore della mammella metastatico, oggi può equivalere a trattare 100 tumori allo stadio iniziale, perché i trattamenti sono complessi, richiedono farmaci di ultima generazione con alto costo, e di lunga durata, perché fortunatamente le donne con tumori avanzati non muoiono più rapidamente come un tempo.

Quindi sì, assolutamente, facciamo prevenzione tutti gli anni, facciamo la mammografia, possibilmente nei centri di screening, perché questo è meglio per noi e per  società in cui viviamo.


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 Barbara Molinario

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