La riforma elettorale è l’ennesimo trionfo della partitocrazia


Blindare la riforma entro l’estate per consentire un eventuale scioglimento anticipato delle Camere e favorire la convocazione delle nuove elezioni nella primavera del 2027, precisamente nella finestra di aprile. Questo lo scenario che si starebbe delineando all’orizzonte del governo Meloni, alle prese con percentuali di consenso volatili, scontri interni e tensioni esterne.
Chiudere sulla legge elettorale che introduce un cospicuo premio di maggioranza permetterebbe di guardare con maggiore fiducia all’ipotesi di vincere le elezioni, fugando i dubbi sulla tenuta della coalizione. Restare con il Rosatellum, invece, vorrebbe dire palude, scenario che viene giustificato solo come un argine all’ascesa percentuale di Vannacci e Futuro Nazionale.

La discussione sulla riforma della legge elettorale procede quindi a tappe forzate in commissione Affari Costituzionali alla Camera, innanzitutto per rispettare la data del 26 giugno prossimo come avvio del dibattito in Aula.

Il dato politico più rilevante, e ormai scontato, è la definitiva esclusione della possibilità di permettere ai cittadini italiani di esprimere preferenze dirette per i candidati. Nonostante la retorica pubblica di alcune forze politiche, l’impianto della nuova legge elettorale conferma il mantenimento delle liste bloccate, privando gli elettori del potere di scelta nominativa diretta.
Una scelta che però si scontra frontalmente con il sentimento popolare. Stando ai numeri diffusi da Ipsos, il 53 percento degli intervistati esprime un giudizio fortemente negativo sull’assenza di preferenze, un disaccordo netto che attraversa in modo trasversale anche lo stesso elettorato di centrodestra con il 42 percento di pareri contrari.

La reintroduzione delle preferenze è naufragata sotto i veti incrociati della coalizione di Governo. Forza Italia, per bocca del segretario Antonio Tajani e della ministra per le Riforme Maria Elisabetta Alberti Casellati, ha posto un veto assoluto, richiamando l’esistenza di un «accordo complessivo» nel centrodestra che esclude tassativamente le preferenze. Sulla stessa linea la Lega che, con il relatore in commissione Igor Iezzi, è stata ferma nel respingere qualsiasi modifica sul tema.
Giovanni Donzelli, Fratelli d’Italia, ha invece annunciato di voler presentare comunque un emendamento per introdurre preferenze direttamente in Aula, ipotesi bollata dalle opposizioni come una pura «messinscena» teatrale: per la sinistra, si tratta di un mero espediente tattico destinato a essere bocciato nelle votazioni a scrutinio segreto al fine di salvare i patti interni alla maggioranza.

Ma l’aspetto significativo sul tema preferenze è la convergenza trasversale sul mantenimento dei listini bloccati. Se da un lato il centrosinistra denuncia pubblicamente la scelta come un attacco alla rappresentanza, fonti rivelano che la stessa Elly Schlein guarderebbe con favore all’affossamento dell’ipotesi preferenze. Timore non ufficiale del Nazareno sarebbe quello di perdere il controllo sulla composizione dei futuri gruppi parlamentari, esponendo il partito al rischio di essere cannibalizzato al sud da cacicchi locali o dalle truppe territoriali dei riformisti di Stefano Bonaccini. Senza preferenze, la dirigenza dem può imporre senza problemi i propri fedelissimi grazie ai listini bloccati. Una azione in netta controtendenza rispetto alle aperture partecipative chieste dalla base del Pd.

Un altro nodo e oggetto di confronto della riforma è l’obbligo di indicare formalmente nel programma elettorale di ciascuna coalizione il nome del candidato premier. Per disinnescare eventuali rilievi di incostituzionalità, la maggioranza ha approvato un emendamento correttivo che specifica come tale indicazione obbligatoria faccia comunque salve «le prerogative del Presidente della Repubblica» sancite dall’articolo 92 della Costituzione. Norma attaccata duramente dalle opposizioni, che l’hanno definita un «antipasto del premierato» e un «esproprio» dei poteri del Capo dello Stato, volto a imporre una pericolosa «torsione plebiscitaria» al sistema parlamentare.

Da sottolineare anche che l’architettura dello Stabilicum nasce ormai mesi fa, e originariamente concepita per “garantire” nel 2027 la vittoria al centrodestra così come era prima dell’expolit Vannacci. L’evoluzione del quadro politico, però, rischia seriamente di trasformare la riforma in un boomerang proprio per chi l’ha promossa. La crescita di Futuro Nazionale è il risultato di voti drenati alla stessa coalizione di Governo, oltre che da altre forze politiche come il M5S. Senza un accordo politico  – di desistenza – con Vannacci, il centrodestra rischia concretamente di non raggiungere la soglia del 42%, mancando l’accesso al premio di governabilità.
E Roberto Vannacci, che è stato netto sulla sua partecipazione alla coalizione di centrodestra, ha peraltro definito l’assenza di preferenze un «lodo anti-Vannacci» e un vero e proprio «furto di democrazia».

Stando alle ultime percentuali e sondaggi, però, il proporzionale con premio potrebbe favorire proprio il Campo Largo di sinistra. La somma aritmetica dei consensi di Pd, M5S e Alleanza Verdi e Sinistra si attesta stabilmente attorno al 42% dei consensi nazionali. Soglia che permetterebbe ai progressisti di fare man bassa dei seggi conferiti dal premio di maggioranza, pur in presenza di profonde divisioni interne su chi debba comandare la coalizione e su quale programma proporre agli elettori. Una costante del dibattito a sinistra, ultimamente acuita dal selfie dei segretari di partito della sinistra scattato senza Matteo Renzi.

Lo scenario incerto alimenta nervosismo. E il nervosismo alimenta i ripensamenti. Per alcuni esponenti della Lega sarebbe più prudente (vista l’aria che tira) mantenere l’attuale Rosatellum, invece di fare un colossale autogol e votare una riforma che facilmente potrebbe finire per consegnare il Paese alle sinistre. La stessa maggioranza, secondo le ricostruzioni parlamentari, ha in parte beneficiato dell’ostruzionismo dell’opposizione per guadagnare tempo prezioso in commissione e tentare di ritrovare una quadra interna prima di arrivare con il provvedimento in Aula.

Insomma: quella che inizialmente sembrava essere una riforma tattica del centrodestra per accaparrarsi una nuova vittoria alle urne, si sta rivelando una partita sul filo di lana. E del rasoio. Un intervento ad altissima intensità politica dominata, comunque, da un profondo distacco rispetto alle esigenze e istanze del Paese reale, tanto che, stando a numeri Ipsos, oltre il 53 percento degli italiani ignora persino che sia in corso una modifica delle regole elettorali. Il che dice tutto.

Tra veti e calcoli di bottega, inizia il conto alla rovescia verso la discussione a Montecitorio. E, si permetta la battuta, si accettano scommesse su quanto sarà accidentato il percorso, il cui esito finale appare tutt’altro che scontato. La scelta di negare la rappresentanza diretta ai cittadini – tornando alla preferenza sulla scheda – però è solo l’ennesima prova di come la politica, gira e rigira, pensi solo a salvare se stessa, scegliendo di allontanarsi sia dalla propria base che dai cittadini in generale. Scelta poco lungimirante, visto il bacino di astensione che tende sempre ad allargare i propri confini.




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 Guglielmo Macavò

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