la telefonata al sindaco di New York


Esteri

di Cinzia Rolli

DALLA NOSTRA INVIATA

L’ex vicepresidente Kamala Harris ha telefonato privatamente al neoeletto sindaco democratico socialista di New York City, Zohran Mamdani.

La conversazione ha riguardato il futuro del partito democratico e sicuramente è solo la prima di una lunga serie.

La chiamata risale alla settimana scorsa. Harris si è congratulata con Mamdani per lo straordinario successo elettorale ottenuto nelle primarie congressuali di New York, sconfiggendo due legislatori uscenti e consolidando la sua influenza all’interno del partito.

Si è subito parlato, dopo la notizia dell’avvenuto contatto, di una scelta strategica da parte di Kamala Harris in vista delle elezioni del 2028.

Lo stratega politico Matt Klink ha dichiarato al Post che la sconfitta elettorale subita dalla Harris nel 2024 ha reso evidente come la sinistra attivista e radicale, se non adeguatamente motivata ed energizzata, possiede abbastanza influenza e leva politica da far affondare qualsiasi candidato presidenziale democratico.

Kamala cerca dunque di ricostruire i rapporti con l’ala progressista del Partito Democratico, in particolare con gli attivisti critici nei confronti della gestione della guerra a Gaza da parte dell’amministrazione Biden.

Durante la campagna elettorale per la poltrona di sindaco della Big City, l’establishment del Partito Democratico, inclusa la Harris, ha guardato con forte diffidenza la candidatura del socialista Zohran Mamdani.

Alla domanda diretta se sostenesse Mamdani, l’ex vicepresidente ha scelto con cura le parole per evitare di pronunciare il suo nome.

Si è limitata a dire: “Per quanto mi riguarda è il candidato democratico e dovrebbe essere sostenuto”, aggiungendo subito dopo: “Sostengo il democratico nella corsa, certo”.

Klink ha descritto la mossa di Kamala Harris come un atto politico, affermando che l’ex vicepresidente “sta baciando l’anello”, ovvero rendendo omaggio, a  Zohran Mamdani, che ha reso la guida dei Socialisti Democratici d’America (DSA) più nota e visibile a livello nazionale.

Harris ha capito prima dei suoi rivali interni che la geografia del Partito Democratico sta cambiando e che ignorare la sinistra radicale dopo i risultati di New York sarebbe un suicidio politico.

L’ex vicepresidente ha incontrato per mesi organizzatori di sinistra, anche persone legate al Movimento Uncommitted filo-palestinese. Ha aperto discussioni con il veterano membro del Comitato Nazionale Democratico James Zogby e con il democratico del Michigan  Abbas Alawieh.

Mamdani è noto per la sua ferma critica a Israele. Egli descrive le relative politiche nei confronti dei palestinesi come apartheid. E proprio per questo l’avvicinamento della Harris nei confronti del sindaco di New York rappresenta un importante e sostanziale cambiamento.

Nella sua campagna presidenziale del 2024 ella ha faticato a conquistare molti elettori arabi- americani e progressisti dopo aver rifiutato di prendere le distanze dal fermo sostegno del presidente Joe Biden a Israele durante il conflitto di Gaza.

Lo scenario politico attuale è il seguente.

A New York  i candidati sostenuti dalla DSA hanno sconfitto diversi democratici uscenti nelle primarie congressuali tra cui i deputati Dan Goldman e Adriano Espaillat.

A Los Angeles la consigliera comunale Nithya Raman si candida alla carica di sindaco contro l’uscente Karen Bass, mentre a Washington D.C. la deputata della DSA Janeese Lewis George ha vinto le primarie democratiche per la carica di sindaco.

In Colorado si registra la clamorosa vittoria della socialista democratica Melat Kiros nelle primarie del 1° Distretto Congressuale del Colorado. A soli 29 anni, la candidata ha travolto l’establishment del partito sconfiggendo la deputata in carica Diana DeGette, veterana da ben 15 mandati.

Klink ha confermato che ci sono le condizioni per un  potenziale ticket presidenziale “Harris-Mamdani” per il 2028.

Mandami è nato in Uganda da genitori di origine indiana ed è cittadino statunitense naturalizzato dal 2018, non è quindi idoneo a ricoprire la carica di vicepresidente.

Ai sensi dell’articolo II, sezione I e del Dodicesimo Emendamento, il vicepresidente deve soddisfare gli stessi requisiti del presidente,  incluso essere un cittadino “nato naturale”, cioè negli Stati Uniti o nato all’estero da genitori cittadini statunitensi. Mandami quindi non potrà essere vicepresidente ma potrà sicuramente ambire ad altre cariche di alto livello.

Secondo l’analista politico il coinvolgimento precoce di Kamala Harris con attivisti palestinesi, anti-israeliani e leader progressisti è il “riconoscimento che l’ala DSA fissa il prezzo di ingresso” per chiunque voglia correre per la Casa Bianca nel 2028.

Un sondaggio della Bational Center Square Voters’ Voice ha evidenziato che l’ex vicepresidente rimane al momento la scelta principale tra gli elettori democratici per la nomination presidenziale del partito nel 2028. Ha un sostegno del 28% contro il 14% di quello del governatore della California Gavin Newsom.

Newsom, che sta valutando seriamente di candidarsi per il 2028, ha descritto Israele come uno “Stato dell’apartheid” all’inizio dell’anno, per poi dichiarare successivamente di aver sbagliato a formulare la frase, riaffermando il suo sostegno a Israele e criticando Netanyahu piuttosto che lo stato israeliano.

Oltre a Kamala Harris e Newsom gli altri candidati democratici sono Pete Buttigieg, i governatori Josh Shapiro, Andy Beshear e J. B. Pritzker.

Secondo Klink “il candidato che riuscirà a capire come abbracciare l’energia attivista senza farsi fotografare al comizio sbagliato avrà un vero vantaggio in quella che sarà una primaria democratica affollata”.

La rincorsa alla Casa Bianca per il 2028 è già iniziata e questa volta l’establishment ha capito che non può più permettersi di ignorare la passione e i voti della sinistra radicale.

La vittoria per Kamala Harris passa inevitabilmente da New York.


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