Il mercato del lavoro italiano non era mai apparso così in salute. La disoccupazione è scesa ai minimi storici, l’occupazione ha raggiunto il livello più alto di sempre e, almeno a prima vista, i numeri raccontano un Paese più solido di quanto ci si potesse aspettare dopo gli shock degli ultimi anni. Ma sotto la superficie dei record si muove un’altra storia: gli italiani lavorano di più, ma guadagnano meno in termini reali; le imprese assumono e trattengono personale, ma il traino arriva soprattutto dai lavoratori più anziani; il tasso di disoccupazione si avvicina alla media Ocse, mentre la quota complessiva di persone al lavoro resta ancora molto distante dagli altri Paesi.
È il paradosso fotografato dall’Ocse nelle Prospettive dell’occupazione 2026, rapporto che quest’anno dedica un’attenzione particolare anche ai divari geografici nel lavoro e nei redditi. A maggio il tasso di disoccupazione italiano è sceso al 5%, quasi allineato alla media dei Paesi Ocse, ferma al 4,9%. Nell’ultimo anno il calo è stato di 1,5 punti percentuali, in controtendenza rispetto a circa due terzi dei Paesi dell’organizzazione, dove la disoccupazione è invece tornata a salire. Nel primo trimestre dell’anno il tasso di occupazione ha raggiunto il 62,8%, il valore più alto mai registrato in Italia. Sono dati importanti, soprattutto perché arrivano in una fase internazionale tutt’altro che semplice. Ma il record va letto con cautela: la crescita dell’occupazione italiana, dopo due anni molto dinamici, ha iniziato a rallentare e il livello resta ancora 9,3 punti sotto la media Ocse, pari al 72,1%.
Il primo nodo resta quello dei salari. Le retribuzioni corrette per l’inflazione sono cresciute dell’1,3% rispetto all’anno precedente, soprattutto grazie al rallentamento dei prezzi, ma restano ancora inferiori del 6,1% rispetto al primo trimestre del 2021. In altre parole, il recupero c’è stato, ma non ha colmato la perdita di potere d’acquisto accumulata negli anni dell’inflazione. Il confronto internazionale rende il dato ancora più pesante: mentre in Italia i salari reali sono ancora sotto i livelli di cinque anni fa, nella media Ocse sono aumentati del 4,9%. Nel momento peggiore del post-Covid, la perdita italiana aveva toccato l’11%, contro un calo medio Ocse del 6,5%.
A pesare è anche la lentezza con cui gli aumenti salariali riescono a seguire la corsa dei prezzi. La contrattazione collettiva italiana si muove spesso con tempi lunghi e i rinnovi arrivano in ritardo. Quando gli adeguamenti sono stati riconosciuti, nella maggior parte dei casi non sono riusciti a compensare del tutto la perdita di potere d’acquisto. E il recupero rischia già di rallentare: per il 2026 l’Ocse prevede un nuovo calo dei salari reali, pari allo 0,9%, mentre nel 2027 l’aumento dovrebbe fermarsi ad appena lo 0,2%. A spingere nella direzione opposta sono i rincari energetici e le tensioni geopolitiche, che rischiano di riportare l’inflazione intorno al 3%.
L’altro grande nodo riguarda la partecipazione al lavoro. L’Italia ha ormai una disoccupazione in linea con la media Ocse, ma continua ad avere molte meno persone occupate. È qui che il record italiano mostra il suo limite più evidente. Il mercato del lavoro è cresciuto, ma resta stretto, diseguale e segnato da forti divari. Le distanze sono particolarmente ampie tra donne e giovani, e cambiano radicalmente da territorio a territorio: si passa da aree come Bolzano, dove lavora circa il 74% della popolazione in età attiva, a territori come Taranto, poco sopra il 40%. Non è solo una differenza statistica: secondo l’Ocse, nelle aree italiane con le performance peggiori il tasso di disoccupazione è oltre quattro volte più alto rispetto alle aree migliori, mentre nella media Ocse il divario è di circa due volte.
Qualcosa, negli ultimi anni, si è mosso. Dall’inizio degli anni Dieci le disparità regionali nei tassi di occupazione si sono ridotte, anche grazie al miglioramento di alcune aree storicamente più deboli. Ma il problema resta strutturale. E nemmeno la mobilità interna basta a correggerlo. I lavoratori che si spostano dalle regioni con meno occupazione verso quelle più forti sono spesso giovani, più istruiti e già inseriti nel mercato del lavoro. Il risultato è che le aree fragili perdono proprio le persone che potrebbero contribuire di più al loro rilancio, con il rischio di rafforzare invece di ridurre le distanze territoriali.
La crescita dell’occupazione, inoltre, non riguarda tutti allo stesso modo. Tra il primo trimestre del 2024 e quello del 2026 l’Italia ha fatto meglio della media Ocse, ma il contributo più forte è arrivato dai lavoratori tra i 55 e i 64 anni. Tra i giovani tra 15 e 24 anni, invece, il dato è diminuito. Da un lato, l’aumento dell’occupazione senior è una buona notizia: significa che più persone restano attive e che le imprese valorizzano competenze ed esperienza, anche in una fase in cui trovare personale è difficile. Dall’altro, però, il dato non deve oscurare la fragilità dell’ingresso nel mercato del lavoro. Se le aziende, in una fase di rallentamento, riducono le posizioni di ingresso in attesa di capire l’evoluzione dell’economia, il rischio è che siano proprio i giovani a pagare il prezzo più alto.
Anche le carenze di personale raccontano una trasformazione più profonda. La pressione si è attenuata rispetto ai picchi del post-pandemia, ma non è scomparsa. In alcuni settori le difficoltà di reperimento restano strutturali e dipendono da fattori di lungo periodo: l’invecchiamento della popolazione, la transizione digitale, la riconversione ambientale e, in diversi comparti, la scarsa qualità del lavoro offerto. È anche per questo che molte imprese tendono a trattenere i lavoratori più esperti, invece di puntare con decisione su nuovi ingressi.
La fotografia dell’Ocse restituisce quindi un’Italia a due facce. Da una parte c’è un mercato del lavoro più dinamico di quanto ci si aspettasse, capace di abbattere la disoccupazione e portare l’occupazione ai massimi. Dall’altra c’è un Paese in cui il lavoro non sempre basta a recuperare potere d’acquisto, in cui partecipano ancora troppo poche persone e in cui giovani, donne e territori più fragili restano indietro. Il punto non è negare i progressi, ma leggerli fino in fondo: il lavoro cresce, ma per diventare davvero una buona notizia deve coinvolgere più persone, pagare meglio e aprire più spazio alle nuove generazioni.
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