Caso Fakir Bologna, scontri dopo il corteo: 69 feriti e polemica


CASO FAKIR

La sera del 20 luglio, su convocazione del sindaco Matteo Lepore, piazza Nettuno si è riempita per un momento di raccoglimento in memoria di Abderrahim Fakir, il 42enne di origini marocchine deceduto due giorni prima mentre veniva immobilizzato a terra da due agenti di polizia nel quartiere Pilastro. L’iniziativa, iniziata alle ore 19, si è aperta con alcuni interventi — tra cui quello della nipote della vittima — cui è seguito un corteo in cui sono stati esposti striscioni con richieste di giustizia, fotografie di Fakir e bandiere del Marocco.

L’escalation dei disordini

Nel corso della serata, un gruppo di manifestanti si è staccato dal corteo principale dirigendosi verso piazza Roosevelt, sede della prefettura, dove erano schierati i reparti di polizia. In quel punto si sono verificati i primi scontri: le forze dell’ordine hanno fatto ricorso a scudi e manganelli per contenere le prime file dei manifestanti, alcuni dei quali hanno risposto lanciando bombe carta e bottiglie, provocando l’intervento di idranti e lacrimogeni per disperdere la folla.

Respinti dall’area della prefettura, i manifestanti sono rifluiti verso via Ugo Bassi, dove sono state allestite barricate di fortuna con biciclette e transenne, mentre proseguivano i lanci di oggetti, incluse sedie prelevate dai locali della zona. Gli scontri si sono protratti oltre la mezzanotte, concentrandosi principalmente all’incrocio con via Indipendenza, dove sono state date alle fiamme due autovetture di proprietà del Comune e distrutte diverse biciclette del servizio di bike sharing comunale.

Il bilancio ufficiale, secondo la Questura di Bologna, è di 69 feriti complessivi: 5 tra i manifestanti e 64 tra le forze dell’ordine, con prognosi comprese tra 3 e 35 giorni.

La posizione del Governo

In un’intervista rilasciata a il Giornale, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha definito “irresponsabile” la decisione del sindaco Lepore di convocare la manifestazione il giorno successivo alla tragedia, “senza che ci fosse stato neanche modo di appurare le eventuali responsabilità. Secondo la premier, tale scelta era destinata a essere percepita come una condanna anticipata delle forze dell’ordine, offrendo un pretesto a centri sociali e ambienti antagonisti per fomentare la tensione in città. Meloni ha inoltre sostenuto che chi ha aggredito gli agenti non fosse realmente interessato alla verità, bensì allo scontro, definendo “un atto di grave irresponsabilità” l’aver alimentato un clima di ostilità generalizzata nei confronti della polizia.

Sul piano politico, Fratelli d’Italia ha promosso una raccolta firme, sia online sia in forma cartacea, per chiedere le dimissioni immediate del sindaco Lepore, ritenuto dal partito responsabile della gestione dell’emergenza.

Quanto accaduto a Bologna è inaccettabile. Sul decesso di Abderrahim Fakir è doveroso che vengano accertate eventuali responsabilità con il massimo rigore. La verità va ricercata fino in fondo, senza pregiudizi e senza sconti per nessuno. Ma nulla può giustificare la violenza contro le Forze dell’Ordine. Chi ha scelto di usare questa vicenda come pretesto per mettere a ferro e fuoco la città, aggredire gli agenti e seminare violenza, mettendo a rischio anche l’incolumità di cittadini del tutto estranei ai disordini, non cercava la verità: cercava lo scontro. Alimentare un clima di odio e di delegittimazione verso un intero Corpo dello Stato è un atto di grave irresponsabilità. Trasformare migliaia di donne e uomini in divisa in un bersaglio significa colpire chi ogni giorno serve l’Italia con professionalità, sacrificio e coraggio

Giorgia Meloni su Facebook

La replica del Comune di Bologna

Il sindaco Lepore ha respinto le accuse, ribadendo in un’intervista al Quotidiano Nazionale la legittimità della scelta di convocare la piazza: “è importante che quella piazza ci sia stata, perché altrimenti non avrebbe avuto voce e si sarebbe confusa con l’altra”. Il primo cittadino ha inoltre denunciato il “silenzio assordante” mantenuto dal Governo nei confronti della famiglia di Fakir, che a giorni di distanza non ha ancora ricevuto né una telefonata né una parola di scuse da Roma. Pur esprimendo vicinanza agli agenti feriti e assumendosi “tutte le responsabilità” della gestione dell’ordine pubblico, Lepore ha diffuso una lettera aperta alla cittadinanza in cui distingue nettamente tra la manifestazione pacifica e la violenza degli scontri, impegnandosi a non “lasciare più le piazze agli antagonisti e ai violenti”.

La posizione del Partito Democratico

La segretaria Elly Schlein ha condannato senza ambiguità gli episodi di violenza, sottolineando al contempo la necessità che lo Stato “faccia piena luce” sulla dinamica del decesso, e ricordando che “quando un uomo muore durante un’operazione di fermo è chiaro che lo Stato ha fallito”.

Lo stato delle indagini

Sul piano giudiziario, l’avvocato della famiglia Fabio Anselmo ha reso noto di non aver ricevuto alcuna comunicazione formale relativa all’autopsia, a causa delle complessità procedurali connesse al nuovo fascicolo modello 45-bis, introdotto dal decreto sicurezza per i casi soggetti alla clausola di “scudo” per chi agisce in presenza di una causa di giustificazione; l’esame autoptico sul corpo di Fakir è atteso nei prossimi giorni

Va ribadito con chiarezza che nessuna rivendicazione di giustizia può legittimare gli episodi di violenza andati in scena a Bologna.

Non è la prima volta che un corteo nato per chiedere giustizia finisce per trasformarsi in scontro e distruzione. Anche a Bologna, dietro gli striscioni, i fiori e le fotografie di Fakir, si è consumata l’ennesima escalation di violenza urbana: bombe carta, bottiglie, barricate di biciclette e transenne, auto date alle fiamme, vetrine e arredi urbani distrutti. Un copione già visto troppe volte, in cui la protesta legittima viene dirottata da frange minoritarie che sfruttano il dolore collettivo come pretesto per lo scontro fisico con le forze dell’ordine.

Sessantanove feriti, di cui sessantaquattro tra gli agenti, non sono un “effetto collaterale” della richiesta di verità: sono il segno di una violenza organizzata e premeditata, che nulla ha a che vedere con il lutto di una famiglia o con il diritto costituzionale di manifestare. La stessa famiglia di Fakir ha preso le distanze da quanto accaduto, a conferma che chi ha lanciato oggetti e appiccato incendi non parlava a nome della piazza, ma della propria voglia di guerriglia. Ricercare la verità sulla morte di un uomo e giustificare — anche solo per silenzio — chi devasta una città sono due cose profondamente diverse, e continuare a confonderle rischia di trasformare ogni tragedia in un pretesto ricorrente per la violenza.


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 Redazione ilModeratore

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