Il brano che ha vinto il Talent Nuova Scena 3 che insulta i Carabinieri non è satira
I Labubu vincono su Netflix cantando: “Mandiamo a fanculo i carabinieri!”. Basta per la miseria, basta! Questo mondo al contrario mi ha rotto, non lo accetto e ora combatto perché si raddrizzi!
Questo brano vincitore di ben 100 mila euro ha raccolto commenti favorevoli proprio sul testo da parte dei giudici che a mio parere hanno ancora più responsabilità di chi ha cantato e scritto questa (a mio parere) schifezza!
Infatti si apre con un’invettiva greve e diretta contro l’Arma dei Carabinieri, un’espressione volgare che manda letteralmente “a quel paese” chi ogni giorno rischia la vita per proteggerci — non un sottinteso, non una metafora: un insulto esplicito, cantato nell’incipit del pezzo che ha vinto centomila euro su Netflix. C’è un peluche cinese che negli ultimi due anni ha conquistato vetrine, borse e algoritmi di mezzo mondo. Si chiama Labubu.
Ora quello stesso nome è diventato anche il titolo del brano che ha vinto Nuova Scena 3, il talent rap di Netflix, portando a casa centomila euro e la consacrazione nazionale per il duo cosentino Flextony e Tigerplug.
Talent, un qualcosa che nulla a che fare con questa trasmissione a vincere il talent, appunto è una cosa del genere e se a dirigerlo ci sono giudici che dovrebbero finire dietro la lavagna col cappello da asino!
L’insulto all’arma dei carabinieri viene cantato e mandato in onda su una piattaforma con milioni di abbonati, in un programma pensato — almeno sulla carta — per lanciare i nuovi talenti davanti a un pubblico giovanissimo.
E qui la domanda non è se un artista possa scrivere quello che vuole. La domanda è se un servizio che si propone come vetrina nazionale, con una giuria pagata e che dovrebbe fare da esempio, debba applaudire e premiare un contenuto che sputa sulle istituzioni che ogni giorno rischiano la vita per la sicurezza di tutti noi.
Non è libertà d’espressione: la libertà d’espressione tutela il pensiero critico, il dissenso argomentato, la satira pungente. Qui non c’è nulla di tutto questo — c’è solo un insulto gratuito, buono per fare rumore, buono per il click, buono per vendere ancora una volta l’estetica del ribelle da social senza pagarne mai il conto.
Ma il vero paradosso, lo scandalo dentro lo scandalo, è un altro ancora: quel brano non è passato inosservato in mezzo alla gara, non si è piazzato a metà classifica, non è stato eliminato alla prima puntata. Ha vinto. Ha vinto tutto.
I suoi autori e interpreti si sono portati a casa il titolo assoluto della trasmissione e un assegno da centomila euro, pagato — direttamente o indirettamente — anche grazie agli abbonamenti di chi in quella canzone si è sentito insultato.
Non stiamo parlando di un episodio isolato che è scivolato tra le maglie della produzione: stiamo parlando del contenuto premiato, incoronato, sventolato come il meglio che il programma abbia saputo offrire in questa edizione.
Il mondo alla rovescia, appunto: chi manda a quel paese chi ci protegge non solo non viene richiamato, ma viene issato sul podio e ricompensato economicamente, in diretta, davanti a milioni di spettatori.
E il conto, questa volta, qualcuno dovrebbe iniziare a pagarlo. Lo dovrebbe pagare la produzione, che ha scelto di non filtrare nulla in fase di montaggio. Lo dovrebbero pagare gli autori del testo, che hanno pensato bene di infilare un attacco alle forze dell’ordine proprio nell’incipit del brano vincitore, il più ascoltato, il più visto, il più condiviso.
E lo dovrebbe pagare, soprattutto sotto il profilo dell’immagine, quella giuria che ha applaudito senza fiatare gente che i microfoni e le telecamere li conosce bene, e che avrebbe potuto e dovuto dire qualcosa.
Chi lavora ogni giorno indossando una divisa non merita di sentirsi insultato nel salotto di casa propria, mentre guarda la televisione in famiglia.
E i ragazzi che ascoltano quel brano in loop, che lo cantano a memoria sotto la doccia o sull’autobus, non meritano di crescere pensando che prendersela con chi li protegge sia normale, anzi vincente, anzi remunerativo fino a centomila euro.
A questo punto la palla dovrebbe passare a chi ha gli strumenti per farla passare dalle parole ai fatti.
Mi rivolgo direttamente ai sindacati dell’Arma dei Carabinieri: è il momento di valutare un’azione formale, una denuncia e una richiesta di risarcimento per danno d’immagine, perché un’istituzione che ogni giorno mette in gioco la vita dei propri uomini non può restare a guardare in silenzio mentre viene insultata e quell’insulto viene premiato con centomila euro. E lo stesso vale per le altre istituzioni coinvolte, a vario titolo, in un impianto valoriale che qui viene capovolto: nessuna dovrebbe sentirsi esclusa dal reagire.
Mi auguro inoltre che qualche magistrato senta il dovere, se ne esistono i margini, di intervenire d’ufficio: non per bavagliare l’arte, ma perché quando un contenuto di questo genere viene premiato pubblicamente su una piattaforma con milioni di abbonati, il silenzio delle istituzioni rischia di essere letto come un’autorizzazione implicita.
Che intervenga chi ne ha titolo, che lo faccia con gli strumenti che la legge già mette a disposizione: la responsabilità, in un paese civile, non può restare orfana. Non è una questione di censura preventiva né di bavaglio all’arte che in questo caso tra l’altro nulla a che fare e a vedere, visto che la parola arte non appartiene a questi due per così dire cantanti.
È una questione di responsabilità: chi produce, chi giudica, chi canta, deve rispondere di quello che manda in onda — e di quello che sceglie di premiare.
Se Netflix vuole restare un servizio serio in un paese civile, il minimo che può fare è chiedere scusa pubblicamente, valutare un risarcimento concreto verso le istituzioni offese, e decidere se quella giuria meriti davvero una riconferma il prossimo anno. In caso contrario, resta solo un’opzione: spegnere la televisione, disdire l’abbonamento, e far parlare i numeri più forte di qualunque comunicato stampa.
Labubu morde. Ma stavolta ha morso le istituzioni, e per di più è stato pagato profumatamente per farlo. Il mondo al contrario, appunto.
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Alberto Filippi
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