la crisi che divide l’Europa


CEUTA – CRISI MIGRATORIA

L’arrivo di circa 60.000 migranti dal Marocco nella città autonoma spagnola riaccende il confronto europeo tra sicurezza, immigrazione e libera circolazione. La risposta di Meloni, la posizione di Sánchez e il significato del Trattato di Schengen al centro del dibattito politico.

Quasi cinquantamila persone sono già rientrate in Marocco. Meloni introduce controlli temporanei per gli arrivi dalla Spagna e riaccende lo scontro con Sánchez sulla politica migratoria e sulla regolarizzazione straordinaria degli irregolari.

PALERMO 1 agosto 2026 – Sessantamila persone entrate in poche ore in un territorio che conta poco più di ottantamila abitanti. Giovani e giovanissimi, in larghissima parte uomini, arrivati dal Marocco attraversando la frontiera terrestre o gettandosi in mare per raggiungere a nuoto Ceuta, città autonoma spagnola situata sulla costa settentrionale dell’Africa.

Le cifre descrivono una crisi migratoria senza precedenti per dimensioni e rapidità. Il governo spagnolo ha inizialmente quantificato in circa cinquantamila gli ingressi, mentre le autorità locali di Ceuta hanno parlato di una presenza complessiva che potrebbe avere raggiunto le sessantamila unità.

Secondo gli ultimi dati diffusi dal ministero dell’Interno spagnolo, circa 48.300 persone hanno già fatto ritorno in Marocco. I rientri e le operazioni di identificazione proseguono, mentre Madrid ha dispiegato esercito e forze di polizia per riprendere il controllo della città e della frontiera.

Il bilancio umano è pesantissimo. Decine di persone sono morte annegate o nella calca provocata dagli attraversamenti, mentre migliaia di giovani hanno raggiunto il territorio spagnolo senza documenti, senza una sistemazione e, in molti casi, senza alcuna possibilità immediata di proseguire verso la Spagna continentale.

La “prova tecnica di invasione” evocata nei talk televisivi

Nei telegiornali, nei talk nazionali e nel confronto politico europeo, diversi giornalisti, analisti ed esponenti dei partiti di destra hanno definito quanto accaduto a Ceuta una “prova tecnica di invasione dell’Europa”.

Non si tratta di una definizione ufficiale né di un fatto dimostrato, ma di una lettura politica dell’episodio. A sostenerla è chi osserva che un movimento di tali proporzioni, concentrato in un arco temporale brevissimo e composto prevalentemente da ragazzi molto giovani, difficilmente avrebbe potuto verificarsi senza che i sistemi di controllo marocchini percepissero ciò che stava accadendo lungo la frontiera.

Il governo di Rabat ha negato di avere incoraggiato o agevolato la partenza dei migranti e ha ribadito di sostenere soltanto percorsi di migrazione legale. La dichiarazione, tuttavia, non chiude il dibattito politico.

Se da una parte non esistono al momento prove pubbliche di un’organizzazione diretta dell’esodo da parte delle autorità marocchine, dall’altra diversi osservatori sottolineano che le forze di sicurezza del Marocco non sarebbero riuscite, o non avrebbero tentato con sufficiente determinazione, di impedire a decine di migliaia di persone di avvicinarsi contemporaneamente alla frontiera spagnola.

La distinzione è sostanziale: accusare Rabat di avere organizzato l’operazione richiede prove; interrogarsi sulla possibile passività o sul temporaneo allentamento dei controlli costituisce invece una valutazione politica legittima, alimentata dalle dimensioni eccezionali dell’evento.

Il precedente della pressione migratoria usata come strumento politico

Ceuta e Melilla sono territori spagnoli, e dunque europei, collocati geograficamente nel continente africano. Per questa ragione rappresentano da anni uno dei punti più delicati della frontiera esterna dell’Unione europea.

Il controllo dei passaggi dipende in larga misura dalla collaborazione tra Madrid e Rabat. Quando questa cooperazione si indebolisce, la pressione migratoria può trasformarsi rapidamente in una crisi politica e diplomatica.

Anche in passato il Marocco è stato accusato di avere utilizzato il controllo delle partenze come leva nei rapporti con la Spagna e con l’Unione europea. Le autorità marocchine hanno sempre respinto l’idea di considerare i migranti uno strumento di pressione, ma la vulnerabilità della frontiera di Ceuta resta evidente.

Le immagini di migliaia di giovani che, una volta raggiunto il territorio spagnolo, festeggiano, sorridono e mostrano sui social l’ingresso a Ceuta hanno rafforzato la narrazione di quanti non interpretano l’episodio come un ordinario movimento di persone in fuga da una guerra.

Meloni reintroduce i controlli con la Spagna

La risposta italiana è arrivata con la decisione del governo guidato da Giorgia Meloni di reintrodurre temporaneamente controlli selettivi per i cittadini non appartenenti all’Unione europea in arrivo dalla Spagna attraverso aeroporti e porti.

Non si tratta, tecnicamente, dell’abolizione del sistema Schengen né della chiusura delle frontiere ai cittadini spagnoli o agli altri cittadini comunitari. È una reintroduzione temporanea dei controlli interni, prevista dalle stesse regole europee quando uno Stato ritiene che esista una minaccia grave per l’ordine pubblico o per la sicurezza interna.

La misura italiana dovrebbe durare un mese e non impedisce gli spostamenti turistici tra Italia e Spagna. Prevede invece verifiche più rigorose sui cittadini extracomunitari provenienti dal territorio spagnolo.

Meloni ha collegato la decisione alla necessità di tutelare la sicurezza nazionale e ha criticato la politica migratoria del governo di Pedro Sánchez, giudicata dalla destra italiana ed europea eccessivamente permissiva.

Che cos’è davvero Schengen

L’area Schengen è lo spazio europeo nel quale, in condizioni ordinarie, le persone possono attraversare le frontiere interne senza essere sottoposte a controlli sistematici dei documenti.

Il sistema consente, ad esempio, di viaggiare dall’Italia alla Francia o dalla Francia alla Spagna senza incontrare i normali controlli previsti alle frontiere esterne dell’Unione.

Schengen, tuttavia, non significa assenza assoluta di controlli e non impedisce agli Stati di intervenire in situazioni eccezionali. Il Codice frontiere Schengen permette infatti di reintrodurre temporaneamente le verifiche quando esiste una minaccia grave per la sicurezza o per l’ordine pubblico.

La Commissione europea considera questa possibilità una misura di ultima istanza: deve essere limitata nel tempo, proporzionata al rischio e circoscritta a quanto strettamente necessario.

Dire che l’Italia ha “sospeso Schengen” è dunque una semplificazione giornalistica. Più precisamente, Roma ha temporaneamente reintrodotto alcuni controlli sugli arrivi dalla Spagna, utilizzando uno strumento previsto dallo stesso ordinamento europeo.

Sánchez: “I trattati non sono facoltativi”

Madrid ha reagito duramente alle iniziative italiane e alle critiche arrivate dai governi conservatori. Pedro Sánchez ha ricordato che i trattati europei non sono facoltativi e che i rapporti di simpatia o di vicinanza politica tra governi non possono sostituirsi al rispetto delle regole comuni.

Il governo spagnolo sostiene di avere gestito l’emergenza dispiegando rapidamente le forze armate, rafforzando la frontiera e concordando con il Marocco il ritorno della maggior parte delle persone entrate irregolarmente.

Sánchez ha inoltre respinto l’accusa di avere spalancato le porte dell’Europa, sottolineando che Ceuta possiede una condizione particolare rispetto allo spazio Schengen e che i migranti presenti nell’enclave non possono automaticamente trasferirsi nella Spagna continentale o negli altri Paesi europei.

La velocità dei rientri rappresenta un elemento favorevole alla posizione di Madrid. Resta però la gravità di una frontiera europea travolta in poche ore da decine di migliaia di persone, con conseguenze che non possono essere archiviate come un semplice problema locale.

La regolarizzazione dei migranti in Spagna

Al centro dello scontro politico c’è anche la regolarizzazione straordinaria approvata dal governo Sánchez nel 2026.

La misura era stata inizialmente presentata come un programma destinato a circa cinquecentomila migranti irregolari già presenti in Spagna. Le domande presentate avrebbero successivamente superato il milione.

È necessario chiarire un punto: la regolarizzazione non attribuisce automaticamente la cittadinanza spagnola e non trasforma immediatamente i beneficiari in cittadini europei.

Il provvedimento concede inizialmente un’autorizzazione di soggiorno e di lavoro della durata di un anno. Per accedervi occorre dimostrare di essere entrati in Spagna prima del primo gennaio 2026, di avere vissuto nel Paese ininterrottamente per almeno cinque mesi e di non avere precedenti penali o rappresentare una minaccia per la sicurezza pubblica.

Si tratta dunque di persone che si trovavano già in Spagna prima dell’attuale crisi. Chi è entrato a Ceuta negli ultimi giorni non può beneficiare automaticamente della sanatoria.

La distinzione giuridica è importante, ma non elimina la questione politica sollevata dall’Italia e da altri governi europei. Un permesso di soggiorno rilasciato da uno Stato dell’area Schengen può infatti consentire, entro determinati limiti e condizioni, la circolazione temporanea negli altri Paesi aderenti.

Per questo le decisioni nazionali in materia di immigrazione producono inevitabilmente conseguenze che superano i confini del singolo Stato. È il punto sul quale insiste Meloni: la Spagna può scegliere la propria politica di regolarizzazione, ma quella scelta si inserisce in uno spazio europeo fondato sulla libera circolazione.

La critica di Trump e lo scontro tra due modelli

Anche Donald Trump è intervenuto sulla crisi, definendo “terribile” quanto accaduto a Ceuta e indicando la politica migratoria della sinistra europea come un pericolo anche per gli Stati Uniti.

Il presidente americano ha sostenuto che un futuro ritorno dei democratici al governo potrebbe produrre negli Stati Uniti conseguenze migratorie persino più gravi di quelle osservate nell’enclave spagnola.

Le parole di Trump inseriscono Ceuta in uno scontro politico internazionale che contrappone due modelli. Da un lato, i governi che considerano l’immigrazione una risorsa economica e demografica da integrare attraverso percorsi di regolarizzazione; dall’altro, chi ritiene che queste politiche producano un richiamo, indeboliscano le frontiere e trasferiscano sugli altri Paesi europei le conseguenze delle decisioni nazionali.

Una crisi che l’Europa non può liquidare con gli slogan

Definire quanto accaduto una “prova tecnica di invasione” è una valutazione politica forte e controversa. Liquidarla però soltanto come propaganda della destra significherebbe ignorare la portata dell’episodio.

Quando decine di migliaia di persone riescono a superare in poche ore una frontiera esterna dell’Unione, il problema non riguarda soltanto Ceuta, Madrid o i rapporti tra Spagna e Marocco. Riguarda la capacità europea di controllare i propri confini, distinguere chi ha diritto alla protezione da chi entra irregolarmente e conciliare l’accoglienza con la sicurezza delle comunità.

Non tutti i migranti sono criminali e la provenienza geografica non può essere trasformata in una presunzione di pericolosità. Allo stesso tempo, negare i problemi di sicurezza, di integrazione e di convivenza prodotti da flussi incontrollati non aiuta né le società europee né le persone che arrivano legalmente e cercano un futuro attraverso percorsi regolari.

La crisi di Ceuta dimostra soprattutto una cosa: senza frontiere credibili, accordi internazionali rispettati e una politica comune sui rimpatri e sull’immigrazione legale, l’Europa continuerà a oscillare tra emergenze umanitarie, contrapposizioni ideologiche e decisioni unilaterali dei singoli governi.


#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
 Francesco Panasci

Source link

Di