Turismo, 2 mesi di controlli: oltre 63% imprese irregolare


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Il bilancio della campagna straordinaria condotta tra giugno e luglio dai carabinieri – 486 aziende fuorilegge su 785, 742 posizioni lavorative irregolari e 157 attività immediatamente sospese — disegna un quadro a tinte fosche

di Angelo Vitale

(Foto di repertorio)

La piaga del lavoro sommerso nel turismo: una costante storica confermata dai dati.

Imprese del turismo, due mesi di controlli

Un blitz estivo durato due mesi e una percentuale da capogiro: il 63,53% delle attività controllate è risultato irregolare.

Il bilancio della campagna straordinaria condotta tra giugno e luglio dai carabinieri – 486 aziende fuorilegge su 785, 742 posizioni lavorative irregolari e 157 attività immediatamente sospese — disegna un quadro a tinte fosche.

Un’anomalia estiva o un dato cronico?

Il confronto con lo storico del comparto dimostra che la percentuale riscontrata non è un evento isolato, ma la conferma di un trend patologico e sistemico che caratterizza la stagione calda italiana da diversi anni.

Un confronto con lo storico

L’irregolarità come “norma”. Mettere a confronto i dati attuali con le precedenti campagne dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro e dell’Arma evidenzia come la soglia del 60% rappresenti persino un valore inferiore rispetto a specifici picchi registrati nel recente passato.

Tre anni fa una mirata campagna di vigilanza straordinaria nei settori del turismo e dei pubblici esercizi registrò un tasso di irregolarità del 76% su scala nazionale, con vette drammatiche al Sud (dove si toccò il 95%) e al Nord-Ovest (78%).

In quell’occasione, il 57% delle aziende ispezionate subì un provvedimento di sospensione per lavoro nero o gravi carenze di sicurezza.

I Rapporti Annuali della Vigilanza

Se si analizza l’andamento generale aggregato dell’Ispettorato nei settori a più alto rischio (edilizia, agricoltura e appunto turismo/ristorazione), la percentuale media di irregolarità riscontrata negli accertamenti mirati oscilla costantemente tra il 67% e il 74%.

I numeri mostrano quindi una triste costanza: più di 6 imprese su 10 operative nel turismo presentano anomalie sui contratti o sulla sicurezza, una soglia che resta tristemente stabile nel tempo.

Perché queste percentuali sono così alte?

Conta l’uso delle “banche dati”. Un elemento fondamentale per interpretare correttamente questi datista nella metodologia d’ispezione.

Come precisato dagli stessi organi di controllo, la percentuale del 63% non è calcolata a pioggia su un campione casuale, ma è il frutto di un’attività di intelligence preventiva.

Gli ispettori e i carabinieri incrociano preventivamente le informazioni presenti nelle banche dati (Inps, Inail, Agenzia delle Entrate) individuando specifici “indici di anomalia”. Nel mirino discrepanze tra il fatturato dichiarato e le ore lavorative registrate, l’anomalo ricorso a contratti a chiamata o a tempo parziale in periodi di pieno gettito turistico, la mancata presentazione dei documenti obbligatori di valutazione dei rischi.

Gli organi di vigilanza vanno dunque a colpire a colpo sicuro nei contesti in cui i segnali d’allarme sono già presenti sul piano contabile e amministrativo.

I nodi strutturali del settore

Il dato attuale conferma che il turismo soffre di fragilità strutturali irrisolte. La forte stagionalità spinge alla flessibilità estrema, spesso sfociando nel lavoro nero, con il coinvolgimento di soggetti vulnerabili come minori ed extracomunitari.

Oppure nel cosiddetto “lavoro grigio”, con contratti part-time fittizi a fronte di giornate lavorative di 10-12 ore.

A ciò si aggiunge la mancata tutela della salute e della sicurezza nei momenti di massima pressione lavorativa, con la mancata formazione del personale e l’assenza di piani di evacuazione o di valutazione dei rischi.

I dati di quest’ultima campagna confermano una diagnosi nota da tempo. Nel turismo estivo, il contrasto all’illegalità non è una questione d’emergenza, ma una battaglia di routine per ripristinare la legalità minimale.


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