A quarantatré anni da quel fatidico giorno il 4 agosto del 1983 in cui Bettino Craxi giurò come Presidente del Consiglio presiedendo il primo esecutivo a guida socialista della storia repubblicana, non è soltanto un esercizio di memoria storica. È un atto di verità e di giustizia intellettuale nei confronti di un leader che la narrazione dominante, intrisa di dogmi ideologici e faziosità, ha cercato a lungo di deformare e ridurre a caricatura.
Da una prospettiva non conformista, e persino da destra, la figura di Craxi merita una profonda e coraggiosa rivalutazione. Craxi fu, a tutti gli effetti, un vero sovranista ante litteram. Non nel senso chiuso e regressivo che oggi spesso si attribuisce al termine, ma nel senso più alto di strenuo difensore del diritto degli italiani di disporre di sé stessi, della propria economia e del proprio destino geopolitico.
Ci vorrebbero oggi figure della statura di Bettino Craxi. Egli dimostrò, con la forza delle idee e dei fatti, che l’Italia non era condannata a essere la Cenerentola d’Europa o una mera esecutrice di diktat esterni. Sotto la sua guida e quella di una classe dirigente che portava sicuramente i limiti strutturali della Prima Repubblica, ma anche una visione strategica smisuratamente superiore a quella attuale, l’Italia seppe competere economicamente e politicamente alla pari con nazioni come la Francia e la Gran Bretagna, ponendosi come protagonista assoluta sul palcoscenico continentale e mediterraneo.
Da Reagan a Sigonella, la politica estera di Craxi
Craxi non fu mai antiamericano, contrariamente a una delle più grandi e diffuse balle mediatiche. Lo stesso Ronald Reagan ne ammirava la determinazione e la fermezza, intavolando con lui un rapporto di rispetto basato sulla consapevolezza che l’alleanza atlantica si reggeva sulla lealtà ma anche sulla dignità dei partner.
Craxi sapeva che l’Italia doveva saldamente appartenere al mondo occidentale e atlantico, ma pretese che godesse del prestigio che le spettava, di una voce autonoma, fungendo da ponte fondamentale per la pace e la stabilità nel Mediterraneo.
Allo stesso modo, liquidare la politica estera craxiana con formule semplicistiche è storicamente scorretto. Craxi non era affatto contro Israele; fu, al contrario, uno dei primissimi statisti occidentali a comprendere e sostenere con forza la soluzione dei due popoli e dei due Stati, dimostrando una lungimiranza politica e diplomatica che i suoi detrattori non possedevano e non possiedono. Ovviamente però dimostrava la stessa sensibilità verso il diritto all’autodeterminazione dei palestinesi.
Egli fu l’uomo che, con coraggio e sprezzo del pericolo politico, difese la sovranità nazionale a Sigonella, ricordando al mondo che l’Italia non poteva essere calpestata da nessuno, nemmeno dai più forti alleati. Questa era la statura di un gigante che è stato deliberatamente cacciato via e liquidato.
Perché Craxi fu demonizzato: l’egemonia della sinistra
Perché Craxi è stato così ferocemente demonizzato?
La risposta risiede nell’egemonia culturale a lungo esercitata dalla sinistra e, in particolare, da quel comunismo italiano che mal digeriva un leader socialista forte, capace di battere la sinistra massimalista sul terreno del modernismo e del governo concreto del Paese.
Purtroppo, come spesso accade, la distorsione storica si è insinuata nelle aule scolastiche attraverso una trasmissione acritica e superficiale del racconto giudiziario e politico. Quante volte si è assistito a lezioni o riletture in cui il celebre discorso parlamentare del 1983 di Craxi, quello in cui, facendo nomi e cognomi, denunciava il sistema di finanziamento illecito che coinvolgeva trasversalmente i partiti, veniva frainteso o distorto?
C’erano professorini che, con colpevole superficialità o gretto conformismo, liquidavano quel discorso come una banale giustificazione, incapaci di coglierne l’enorme portata di denuncia strutturale del colpo di mano che stava avvenendo.
Craxi non stava cercando giustificazioni per sé stesso. Craxi stava dicendo che il sistema era marcio ovunque, e che colpirne uno solo per delegittimare un’intera forza politica e una classe dirigente rispondeva a una logica di spietata rimozione di chi era scomodo e di palese spinta verso chi era più invischiato (dunque ricattabile) quindi più funzionale.
Il doppio standard giudiziario e l’eredità di Craxi
La storia ha poi dimostrato quali carriere e quali immunità siano state garantite ad altri, mentre su Craxi si consumava un vero e proprio accanimento giudiziario e politico. Se vi fossero stati basi giuridiche, esse avrebbero preteso ben altro banco degli imputati e ben altra imparzialità.
Ce ne vorrebbero di Bettino Craxi. Uomini capaci di pensare in grande, di non svendere il futuro del popolo italiano e di restituire all’Italia l’orgoglio di essere protagonista nel mondo.
Nel quarantatreesimo anniversario del primo governo socialista, rendere giustizia a Bettino Craxi significa liberare la storia della Repubblica dalle caricature e dai tabù ideologici. Significa riscoprire l’orgoglio di un’Italia che sapeva decidere, lottare e vincere. E questo può partire solo da destra, perché la sinistra per arrivare a questa considerazione dovrebbe rimettere in discussione la centralità dell’elemento comunista. E questa sinistra questo non è in grado di farlo.
La sua figura rimane un faro scomodo ma imprescindibile per chiunque creda che la politica debba essere visione, coraggio e sovranità. Per chiunque creda in un Italia protagonista e sovrana.
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Alessandro Scipioni
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