L’Italia, come gran parte delle economie industrializzate, si trova davanti a una trasformazione del mercato del lavoro senza precedenti. Da un lato vi è il pensionamento della generazione che ha costruito la competitività della nostra industria; dall’altro il rapido superamento di molte professionalità, rese obsolete dalla rivoluzione digitale, dall’automazione e dall’intelligenza artificiale.
I due fenomeni si sommano: milioni di lavoratori escono dal mercato mentre cresce la domanda di competenze che il sistema formativo non riesce ancora a garantire. Secondo il World Economic Forum, entro il 2030 quasi il 40% delle competenze richieste sarà profondamente modificato. In Europa oltre il 90% dei lavori richiederà competenze digitali di base, mentre in Italia meno della metà della popolazione le possiede. È un ritardo che rischia di frenare crescita e competitività.
Tutti i principali Paesi industrializzati stanno affrontando questa sfida aumentando l’occupazione, investendo nella produttività, accelerando l’innovazione e ricorrendo, dove necessario, a lavoratori qualificati provenienti dall’estero. Non tutti, però, lo hanno fatto con una strategia organica. L’Italia, troppo spesso, ha rincorso le emergenze.
Per quanto ci riguarda abbiamo fatto di necessità virtù. Negli ultimi anni il tasso di occupazione ha raggiunto livelli mai registrati prima, superando il 63%, grazie soprattutto all’ingresso di più donne e lavoratori maturi nel mercato del lavoro. Ha contribuito anche la riduzione dell’occupazione nelle produzioni mature, a basso valore aggiunto e con salari modesti, che ha spinto imprese e lavoratori verso attività più innovative. Ma questo non basta.
L’aumento dell’occupazione non coincide automaticamente con l’aumento della produttività, vero punto debole dell’economia italiana da oltre vent’anni. Senza una crescita del valore prodotto per ogni ora lavorata sarà impossibile sostenere salari migliori, finanziare il welfare e rafforzare la competitività delle imprese. Contemporaneamente il pensionamento di migliaia di lavoratori porta via competenze costruite in decenni di esperienza.
Molte imprese faticano già oggi a trovare tecnici specializzati, ingegneri, esperti di automazione, cybersicurezza e intelligenza artificiale. Unioncamere stima che quasi una assunzione su due sia difficile da coprire per mancanza di professionalità adeguate.
Il tempo che ci aspetta richiederà una cura straordinaria degli investimenti e del mercato del lavoro. Il Superbonus ha esaurito la sua spinta, lasciando un costo enorme per la finanza pubblica. Anche il PNRR rappresenta una straordinaria occasione, ma non potrà sostenere da solo la crescita del Paese. Terminata la stagione degli incentivi eccezionali, torneranno decisive la competitività delle imprese, la qualità del capitale umano e la produttività.
Servirà quindi una forte iniziativa del Governo, della politica e delle parti sociali. Occorreranno politiche industriali capaci di rafforzare i fattori dello sviluppo, investimenti nella formazione continua, una programmazione dei fabbisogni professionali e un collegamento più efficace tra scuola, università, ITS e imprese. Non basta creare posti di lavoro: bisogna creare lavoro qualificato e produttivo.
Per questo un nuovo Patto sociale rappresenta oggi la priorità più urgente. Senza crescita non esiste redistribuzione possibile. Anche la politica deve cambiare passo: il suo compito non è alimentare lo scontro permanente, ma costruire sintesi e decisioni nell’interesse nazionale.
Lo stesso vale per le parti sociali. I diritti restano un valore irrinunciabile, ma non possono essere separati dai doveri e dalla responsabilità di concorrere allo sviluppo. Non basta chiedere; occorre cooperare affinché l’economia produca più ricchezza, più innovazione e più occupazione di qualità.
Da queste scelte dipenderà il futuro del lavoro e dell’Italia. È tempo di sostituire la cultura della contrapposizione con quella della corresponsabilità. Solo così il lavoro tornerà ad essere il principale motore della crescita e della coesione nazionale.
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Raffaele Bonanni
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