di Paolo Longobardi, Presidente di Unimpresa
Sette euro e sessantatré centesimi teorici contro sette euro e settanta di mercato: è questa la forbice, minima ma osservata con attenzione da migliaia di azionisti, con cui è partita il 20 luglio l’offerta pubblica di acquisto e scambio da 13,4 miliardi di euro lanciata da Poste Italiane su Telecom Italia. Per ogni azione Tim conferita, l’azionista riceverà 1,67 euro in contanti più 0,218 nuove azioni Poste: un pacchetto di 500 titoli Tim si trasforma così in 835 euro liquidi e 109 azioni del gruppo guidato da Matteo Del Fante. Il periodo di adesione durerà quaranta giorni di borsa aperta, fino all’11 settembre, con pagamento previsto il 18 settembre.
Non è la prima volta che un’azienda a controllo pubblico italiano interviene per ridisegnare gli assetti proprietari di un’infrastruttura strategica, ma la dimensione e l’ambizione dell’operazione meritano un’attenzione che va oltre la cronaca finanziaria. Poste punta esplicitamente al 100% del capitale Tim e, superata la soglia del 66,67%, al delisting della società dal listino di Piazza Affari: la fine, dopo decenni, di uno dei titoli più negoziati e più discussi della storia recente della Borsa italiana, travolto negli anni da cambi di controllo, indebitamenti e ristrutturazioni che ne hanno segnato profondamente la parabola.
Il razionale industriale dell’operazione, per come viene presentato nel prospetto approvato da Consob, ruota attorno a un concetto che fino a pochi anni fa sarebbe apparso stravagante applicato a un’azienda nata per recapitare la posta: la creazione della “più grande piattaforma di infrastruttura connessa d’Italia”, basata sulla combinazione dei dati Poste sulle transazioni finanziarie con quelli Tim su navigazione, geolocalizzazione e utilizzo dei servizi digitali. È un salto concettuale che colloca Poste Italiane in una traiettoria già intrapresa da altri grandi operatori postali europei, che negli ultimi vent’anni hanno progressivamente trasformato la propria missione da semplice recapito fisico a gestione integrata di flussi finanziari, assicurativi e ora anche digitali.
Le sinergie attese, secondo quanto dichiarato dal management, ammontano ad almeno 700 milioni di euro annui: circa 500 milioni derivanti da minori costi operativi e da un’ottimizzazione della struttura finanziaria, i restanti 200 milioni da nuovi ricavi legati alla convergenza su connettività, cloud, cybersecurity e servizi digitali per pubblica amministrazione e imprese. Per ottenerle, tuttavia, l’azienda prevede circa 700 milioni di euro di costi straordinari, concentrati soprattutto tra il 2026 e il 2027: un investimento che dovrà dimostrare, nei prossimi due o tre anni, di generare davvero il valore promesso agli azionisti che hanno scelto di aderire allo scambio.
Il prospetto informativo, va detto a beneficio di chi segue con apprensione le ricadute occupazionali di ogni grande operazione di concentrazione industriale, esclude esplicitamente piani di riorganizzazione che impattino sui livelli occupazionali o sui siti produttivi. È una rassicurazione che il mercato, memore di precedenti fusioni nel settore delle telecomunicazioni italiane concluse con tagli di personale significativi, valuterà comunque con il consueto scetticismo fino a prova contraria nei fatti.
Resta sullo sfondo una domanda di sistema che travalica il singolo dossier societario: quale ruolo debba avere lo Stato, attraverso una società partecipata come Poste Italiane, nel definire gli assetti proprietari di infrastrutture di rete considerate strategiche per la sicurezza nazionale, in un settore, quello delle telecomunicazioni, che negli ultimi anni ha già visto l’intervento diretto del governo attraverso il golden power e la creazione della rete unica in fibra. L’operazione Poste-Tim si inserisce in questo disegno più ampio di consolidamento pubblico delle infrastrutture critiche italiane, un percorso che merita un dibattito pubblico più approfondito di quanto la sola cronaca finanziaria dei prossimi quaranta giorni di Borsa riuscirà probabilmente a offrire.
Le prime adesioni, secondo i dati diffusi da Borsa Italiana, procedono con relativa lentezza: appena lo 0,39% degli strumenti oggetto di offerta risultava conferito a pochi giorni dall’apertura. È un dato fisiologico in operazioni di questa complessità, dove molti azionisti istituzionali attendono la fase finale del periodo di adesione per decidere. Ma la vera partita, per l’economia italiana, si giocherà nei mesi successivi al completamento formale dell’operazione: dimostrare che dalla fusione tra il più grande gruppo postale-assicurativo e il principale operatore di telecomunicazioni del Paese nasca davvero un campione industriale capace di competere sulla frontiera digitale, e non soltanto un’ulteriore operazione di ingegneria finanziaria dagli esiti industriali incerti.
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