i colossi petroliferi accusati nello Studio Ovale di registrare «profitti eccessivi» e di non ridurre i prezzi della benzina alla pompa
Trump contro Exxon e Chevron: populismo energetico o strategia elettorale?
Trump contro le Big Oil
La retorica di Donald Trump ha abituato l’opinione pubblica globale a bruschi cambi di rotta e attacchi frontali.
Ora, una presa di posizione del presidente degli Stati Uniti contro i colossi petroliferi ExxonMobil e Chevron, accusati nello Studio Ovale di registrare «profitti eccessivi» e di non ridurre i prezzi della benzina alla pompa.
Si riapre un dibattito fondamentale: un episodio isolato o una costante nella condotta di Trump?
Mentre il prezzo dei carburanti negli Usa sfonda nuovamente la quota dei 4 dollari al gallone, la Casa Bianca prova a riposizionarsi nei confronti di un settore tradizionalmente considerato un alleato chiave della leadership repubblicana.
Il caso: la dura presa di posizione sui profitti di Exxon e Chevron
Durante una dichiarazione nello Studio Ovale, Donald Trump è intervenuto direttamente sui risultati del secondo trimestre del 2026 delle principali compagnie energetiche americane.
«Chevron guadagna troppi soldi, ExxonMobil guadagna troppi soldi. Quando un gruppo guadagna 12 volte quello che ha guadagnato l’anno precedente, dovrebbe ridare al pubblico e tagliare i prezzi al consumo. Lo dico chiaro e tondo».
I numeri al centro della polemica mostrano come Exxon e Chevron abbiano accumulato complessivamente 26,5 miliardi di dollari di profitti nel trimestre, spinti dai rincari del greggio a livello internazionale.
La reazione di Trump
La reazione ha sorpreso molti osservatori poiché ricalca una linea argomentativa storicamente vicina alla sponda democratica, invocando una forma di responsabilità sociale d’impresa sui margini di guadagno al dettaglio.
I precedenti storici: Trump si era già scagliato contro le Big Oil?
Per comprendere la natura di questo attacco, occorre analizzare la storia dei rapporti tra Donald Trump e il settore fossile.
Non è la prima volta che il tycoon si scontra con le compagnie energetiche, sebbene i contesti e le motivazioni siano variati nel tempo.
I precedenti “scontri” nel primo mandato (2017-2021)
Già durante il suo primo mandato, Trump utilizzava frequentemente i social media per intimare sia ai Paesi produttori esteri sia alle multinazionali di far scendere il prezzo del barile, temendo gli effetti dell’inflazione sul consenso popolare.
Il crollo del prezzo del petrolio nel 2020
Nel pieno della crisi pandemica, quando il greggio scese a valori negativi, la Casa Bianca intervenne non per arginare i profitti, ma per salvare le Big Oil dalla bancarotta, chiedendo tagli alla produzione globale per sostenere i prezzi.
In quel contesto, la difesa dell’industria nazionale prevalse sulle esigenze dei consumatori.
Le recenti indagini del Dipartimento di Giustizia
Negli ultimi mesi, l’amministrazione ha già dato mandato al Dipartimento di Giustizia di avviare indagini su presunti fenomeni di price gouging – la speculazione sui prezzi- da parte delle raffinerie e dei distributori.
Di fatto, le dichiarazioni recenti rappresentano la maturazione di una linea politica aggressiva adottata per gestire la pressione del carovita prima degli appuntamenti elettorali.
La copertura mediatica dell’episodio negli Stati Uniti ha evidenziato reazioni eterogenee, riflettendo le diverse sensibilità politiche negli States.
I media finanziari e conservatori – il Wall Street Journal e Fox Business – hanno evidenziato la contraddizione intrinseca in un’amministrazione pro-business che tenta di influenzare i margini di guadagno di società private quotate in Borsa.
Gli editorialisti sottolineano come le dinamiche dei prezzi al dettaglio dipendano da fattori globali di offerta e capacità di raffinazione, piuttosto che da una scelta unilaterale dei ceo.
I media progressisti – Cnn e Common Dreams – hanno letto l’uscita della Casa Bianca come una mossa d’ipocrisia strategica, utilizzando il termine scapegoating.
Secondo queste testate, la narrazione presidenziale punta a scaricare sulle aziende del settore le responsabilità dell’inflazione e dell’impatto economico derivante dalle tensioni geopolitiche internazionali.
L’analisi dei think tank indipendenti
I principali centri d’analisi politica ed economica washingtoniani hanno decodificato la posizione della presidenza valutandone l’impatto istituzionale ed economico.
In quelli liberisti come Cato Institute e Heritage Foundation, gli analisti di impronta conservatrice mettono in guardia contro i rischi derivanti dall’ingerenza politica nel libero mercato.
Denunciare i profitti elevati nei momenti favorevoli rischia di scoraggiare gli investimenti a lungo termine nelle infrastrutture e nelle esplorazioni, necessari per garantire la sicurezza energetica futura.
E i tentativi indiretti di controllo dei prezzi rischiano di ridurre la disponibilità del prodotto anziché calmierarne il valore al dettaglio.
Per i Centri di ricerca strategica come il Center for Strategic and International Studies, ricercatori focalizzati sulla geopolitica dell’energia evidenziano la presenza del fenomeno del “rocket and feather”.
I prezzi, cioè, salgono come un razzo con l’aumentare del greggio, ma scendono come una piuma quando il mercato si raffredda.
Il ritardo nell’adeguamento dei prezzi alla pompa è legato al rinnovo delle scorte e alla rigidità della capacità di raffinazione globale, più che a una mera volontà speculativa.
Nei think tank progressisti come il Brookings Institution o il Center for American Progress, gli analisti notano una sovrapposizione retorica tra populismo di destra e proposte della sinistra.
L’uso strategico del messaggio prevale. La richiesta di “restituire valore ai cittadini” ricalca il linguaggio delle proposte di tassazione sui sovra-profitti avanzate tradizionalmente dai Democratici.
E viene rilevato che, al di là dell’impatto mediatico, le dichiarazioni della Casa Bianca raramente si traducono in riforme normative rigide sul mercato fossile, rimanendo confinate alla sfera della pressione comunicativa.
Tra narrazione politica e dinamiche di mercato
L’affondo contro ExxonMobil e Chevron dimostra come la relazione tra la presidenza americana e i giganti del petrolio non sia un’alleanza incondizionata.
Di fronte a dinamiche inflattive che minacciano il consenso elettorale, anche un’amministrazione vicina all’industria estrattiva sceglie di utilizzare la leva del populismo economico. E trasforma temporaneamente i propri alleati industriali nei responsabili delle difficoltà finanziarie dei consumatori.
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Dave Hill Cirio
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