Nel lessico di Bruxelles, parlare di «autonomia strategica» significa mettere in sicurezza l’apparato produttivo europeo rispetto a pochi snodi esterni che controllano grafite, litio, terre rare e altri materiali chiave. Dalla transizione verde a quella digitale e al riarmo, questi comparti dipendono da risorse ancora estratte e raffinate in pochi Paesi extra‑Ue: una frattura innanzitutto geografica, perché l’industria europea poggia su input critici e fasi di lavorazione collocate fuori dal suo perimetro regolatorio.
In questo quadro l’allargamento verso Ucraina e Balcani occidentali viene concepito come leva industriale prima ancora che geopolitica. L’obiettivo è spostare una quota dell’approvvigionamento di materie prime critiche in un vicinato che aspira a entrare nell’Unione, trasformando l’allargamento in un’estensione delle catene del valore europee. La regione dispone di giacimenti rilevanti di litio, grafite, rame e metalli strategici, con un potenziale che potrebbe contribuire a ridurre la dipendenza dalla Cina e da pochi fornitori extra‑Ue.
A mettere in forma questa ipotesi è uno studio pubblicato da Ondřej Ditrych e Bojana Zorić, dell’Istituto europeo per gli studi sulla sicurezza. I ricercatori ricordano che il 98% dei borati consumati nell’Unione arriva dalla Turchia e oltre il 90% delle terre rare utilizzate nei magneti permanenti è raffinato in Cina: una concentrazione che definiscono «sfida critica» per la sicurezza economica europea, perché sposta il baricentro delle filiere su giurisdizioni dove l’Unione ha scarso margine sulle regole ambientali, sociali e sull’export.
Su questa base, nel 2024 è entrato in vigore il Critical Raw Materials Act dell’Unione europea, che mira a rendere più sicura la fornitura e a ridurre la dipendenza da pochi fornitori extra‑Ue. Il regolamento individua progetti «strategici» con l’obiettivo di far emergere una presenza europea lungo più fasi della filiera e non solo al momento dell’acquisto del minerale.
La tesi centrale dello studio è che la partita industriale non si gioca sulle tonnellate di minerale ma sulla capacità di costruire architetture produttive integrate. «L’attività mineraria da sola non ridurrà le dipendenze strategiche», scrivono Ditrych e Zorić: se Ucraina e Balcani restano meri esportatori di materie prime critiche, senza fasi domestiche di «raffinazione, chimica di processo, produzione di catodi, elettroliti, magneti o componenti per la difesa», il valore aggiunto e il potere di mercato continueranno a concentrarsi altrove lungo la catena. In termini di autonomia industriale, significa che anche spostando l’estrazione nel vicinato il controllo sulle tecnologie chiave resta a chi domina trasformazione e assemblaggio, e l’Unione rimane esposta a interruzioni sui segmenti di maggior valore.
Da qui la proposta di usare l’allargamento come veicolo per costruire «catene del valore localizzate» nei Paesi partner che includano lavorazione, chimica e produzione intermedia. Nel caso ucraino, gli autori richiamano la partnership fra Bruxelles e Kiev avviata fin dal 2021, concepita per connettere miniere e impianti lungo tutta la filiera. Il passaggio decisivo, tuttavia, è riuscire a trasformare questo quadro in capacità industriali concrete: impianti di raffinazione, linee di lavorazione chimica, hub di riciclo collocati in giurisdizioni dell’Unione o nei Paesi candidati. Solo così, sostengono i ricercatori, la filiera si “europeizza” davvero e l’autonomia può derivare dal controllo sul ciclo tecnologico, anziché (solo) da una diversa origine del minerale.
Lo stesso ragionamento si applica ai Balcani occidentali, dove i progetti minerari vengono ancora letti prevalentemente in chiave estrattiva. Il controllo cinese su una parte rilevante del mining serbo è cosa nota: gruppi vicini a Pechino gestiscono la fase di scavo, mentre la costruzione di capacità locali di raffinazione avanzata, componentistica elettrica o magneti resta marginale. Per l’Europa, questo implica che nuovi giacimenti nel vicinato non si traducano automaticamente in minore dipendenza da capacità di trasformazione esterne; al contrario, c’è il rischio di consolidare l’autonomia industriale altrui.
Citando l’Agenzia internazionale per l’energia, una nuova miniera impiega in media più di 16 anni per passare dalla scoperta alla produzione. I giacimenti ucraini e balcanici non possono quindi essere la risposta immediata alla crisi di approvvigionamento, bensì un investimento di lungo periodo nella riprogettazione delle catene europee, con un orizzonte fissato tra 2040 e 2050.
A questo si aggiunge la partita geopolitica, con Stati Uniti e Cina che hanno già ottenuto posizioni di vantaggio sul mining ucraino e balcanico. Se l’Unione non sfruttasse l’allargamento per localizzare fasi di lavorazione e produzione, rischierebbe di ritrovarsi in un assetto in cui gli input critici vengono estratti nel vicinato europeo, ma le tecnologie chiave – dalle batterie ai sistemi d’arma – continuano a dipendere da capacità esterne.
È qui che entra in gioco il tema della governance. Applicare norme ambientali, sociali e di governance robuste ai progetti del Critical Raw Materials Act può allungare i tempi di avvio e rendere più complessa la negoziazione con Stati dove le istituzioni sono deboli, ma al tempo stesso rappresenta un filtro che impedisce di replicare nei Balcani o in Ucraina i modelli estrattivi più opachi degli ultimi decenni. Il punto, nella lettura di Ditrych e Zorić, non è tanto trasformare automaticamente la qualità regolatoria in vantaggio competitivo, quanto evitare che la corsa alle materie prime si riduca a una contesa su chi riesce a scavare di più e più in fretta.
La vera questione, in altre parole, non è se gli standard europei siano un asset o una barriera, ma se l’Unione sarà disposta a usarli per vincolare a sé l’intera catena del valore – estrazione, lavorazione, componentistica – anche a costo di tempi e costi più alti, oppure se si limiterà a spostare le miniere nel vicinato lasciando che siano altri, ancora una volta, a scrivere le regole dell’autonomia industriale.
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