C’è un motivo per cui questo libro (Bandini & Manfredi, 2026) si sta facendo strada in tanti contesti diversi ed è che Stefania Bandini, professoressa ordinaria di Informatica presso l’Università di Milano-Bicocca, e Paolo Manfredi, consulente per la trasformazione digitale e responsabile strategie di Confartigianato Imprese, hanno trovato la chiave per fare i conti con demografia e invecchiamento senza allarmismi e neppure con toni consolatori.
I dati demografici più recenti delineano una transizione senza precedenti storici: l’Unione Europea si conferma l’area geografica con il più marcato processo di invecchiamento a livello globale, con una quota di over 65 pari al 22,0% della popolazione al 1° gennaio 2025, e proiezioni che indicano una crescita strutturale continua fino al 32,5% entro il 2100 [1].
All’interno di questo scenario, l’Italia rappresenta l’avanguardia accelerata del fenomeno. Al 1° gennaio 2026, gli over 65 nel nostro Paese hanno toccato il 25,1% della popolazione totale (oltre un quarto dell’intero tessuto sociale, equivalente a 14,8 milioni di persone) e con un’età media nazionale di 47,1 anni, sensibilmente superiore ai 44,9 anni della media comunitaria [2].
Non si tratta di un fenomeno solo europeo. È un cambiamento strutturale globale che sta raggiungendo anche i Paesi storicamente associati a un’alta fertilità: l’India, oggi il Paese più popoloso al mondo, si è ormai assestata sotto la soglia di sostituzione, dopo che ci era arrivata la Cina, che secondo le proiezioni perderà circa 400 milioni di abitanti entro la fine del secolo, tornando attorno al miliardo. Persino la Corea del Sud, tra i Paesi con la fertilità più bassa al mondo, ha accolto come una buona notizia l’aumento del tasso di natalità da 0,75 a 0,82 figli per donna – un segnale di quanto si sia spostata, ovunque, l’asticella della normalità demografica.
Il libro tratta il cambiamento demografico come il cambiamento climatico: un fenomeno “epocale”, in gran parte inarrestabile, da affrontare con un doppio movimento: mitigarne gli effetti e insieme costruire le condizioni per abitarlo.
COSTRUIRE UNA “SOCIETÀ LONGEVA”
“Società longeva” non è un sinonimo di “società anziana”, ma l’idea che vivere più a lungo e in buona salute apra la possibilità di riorganizzare l’intera architettura dell’esistenza – non solo l’ultimo tratto – almeno su tre piani che gli autori trattano come un unico ecosistema: il lavoro, il territorio, la tecnologia. Manfredi lo ha ribadito anche negli incontri pubblici, presentando la società longeva come un paradigma diverso da quello in cui i giovani erano la maggioranza, non necessariamente un paradigma peggiore.
Il libro non chiede infatti di “gestire” l’invecchiamento come un’emergenza sanitaria, ma di riprogettare attorno ad esso il lavoro (carriere più lunghe e meno lineari), i luoghi (territori da reinventare, non da assistere) e gli strumenti digitali (inclusione, non sostituzione della relazione di cura).
Gli autori insistono su un punto che rende il libro utile oltre la sua stessa tesi: non manca la consapevolezza del cambiamento – se ne parla ormai anche fuori dagli ambienti demografici, sui giornali e nel dibattito pubblico – quanto piuttosto la capacità di tradurla in scelte concrete, individuali e collettive. È un gap, più che un vuoto di informazione, ed è per questo che cambiare resta così faticoso.
Sul lavoro, l’argomento centrale è che carriere più lunghe e meno lineari richiedono di ripensare la riqualificazione professionale delle persone mature non come eccezione ma come infrastruttura ordinaria, insieme a obiettivi misurabili per ridurre lo spreco di capitale umano giovanile e femminile e al riconoscimento – anche economico – di chi ha dedicato parte della vita alla cura di persone non autosufficienti. Il modello italiano è ancora costruito su tre blocchi rigidi e sequenziali – formazione, carriera, pensione – pensato per vite lavorative di 35-40 anni con un solo mestiere. Quel modello non regge più su due fronti contemporaneamente: da un lato la vita lavorativa si allunga, dall’altro i percorsi professionali sono sempre meno lineari: cambi di settore, pause, riconversioni diventano la norma anche per chi ha superato i 50 anni.
Qui il libro tocca un punto reale e poco discusso: l’Italia ha uno dei tassi di occupazione più bassi d’Europa nella fascia 55-64 anni, soprattutto per le donne – 49,2% contro una media UE del 59,8%, un divario di 10,6 punti [3] – e il pregiudizio sull’età agisce in entrambe le direzioni: scoraggia le aziende dall’assumere o riqualificare lavoratori maturi, e scoraggia gli stessi lavoratori dall’investire su una “seconda carriera” quando mancano incentivi concreti. La proposta degli autori – trattare la riqualificazione professionale over 50 come infrastruttura ordinaria, non come misura emergenziale – capovolge la logica attuale, in cui la formazione continua per gli adulti resta quasi sempre residuale rispetto a quella per i giovani in ingresso nel mercato del lavoro. La posta in gioco, del resto, è tutt’altro che marginale: parliamo di circa dieci milioni di lavoratori italiani over 55 che resteranno sul mercato del lavoro anche per un altro ventennio, proprio nel momento in cui il cambiamento – soprattutto quello portato dalla rivoluzione digitale – è ai suoi massimi storici.
Il secondo affondo, quello sul riconoscimento economico di chi si prende cura di familiari non autosufficienti, è forse il più politicamente rilevante: in Italia il caregiving informale è quasi sempre invisibile dal punto di vista previdenziale e retributivo: non genera contributi, spesso costringe a ridurre l’orario o uscire dal mercato del lavoro. In Italia sono circa sette milioni le persone impegnate, in un tempo più o meno lungo, nell’assistenza a familiari o amici non autosufficienti: quasi la metà lo fa per più di quaranta ore alla settimana, e nel 70% dei casi l’impegno si protrae per oltre cinque anni. Il fenomeno colpisce in modo sproporzionato le donne, che in Italia hanno comunque un tasso di occupazione generale di quasi 20 punti inferiore a quello maschile, il divario di genere più ampio dell’Unione Europea insieme alla Romania [4]. Collegare esplicitamente questo tema alla riqualificazione professionale, come fa il libro, è un modo per dire che il “capitale umano femminile sprecato” di cui parlano gli autori non è solo occupazione mancata, ma anche lavoro di cura non riconosciuto che sottrae tempo e carriera.
Sulla tecnologia, il libro sceglie la teleassistenza come esempio-chiave. La teleassistenza – dispositivi indossabili, sensori ambientali, piattaforme di monitoraggio da remoto – può davvero ridurre l’isolamento delle persone anziane e permettere l’ageing in place. Ma lo stesso strumento, usato con la logica opposta, diventa un modo economico per sostituire ore di assistenza umana con un sensore che manda un allarme: meno personale, meno relazione, stessa (o peggiore) qualità di vita percepita dalla persona anziana.
Il libro non ignora nemmeno il lato più propriamente economico del fenomeno. Gli over 50 sono oggi responsabili di oltre il 67% dei consumi in Italia, e la cosiddetta silver economy vale circa 160 miliardi di euro l’anno; il 65% del patrimonio immobiliare italiano è nelle mani degli over 70. Sono numeri che raccontano un’opportunità di mercato reale – persone che arrivano in tarda età ancora in salute, con più tempo e più disponibilità economica delle generazioni successive – ma gli autori si guardano bene dal trasformarli in una narrazione puramente commerciale: a fianco di chi ha tempo e capacità di spesa c’è anche chi resta escluso da questo circuito di benessere, ed è lì che il tema economico torna a intrecciarsi con quello del welfare.
LE AREE INTERNE E LA PROVINCIA
Messo a confronto con il dibattito europeo, il libro inserisce un affondo territoriale che in Europa manca quasi sempre. La Commissione europea ha pubblicato nel 2021 il Green Paper on Ageing, che inquadra per la prima volta l’invecchiamento come una sfida life-course da gestire lungo tutto l’arco della vita, non solo nella terza età e lo ha poi tradotto nella Care Strategy del 2022 [5].
Il Parlamento europeo descrive esplicitamente l’obiettivo di traghettare le politiche pubbliche da una società che invecchia verso una società che “abbraccia la longevità” [6], la stessa cornice concettuale che Bandini e Manfredi propongono per l’Italia.
Su scala globale, la traiettoria è impressionante: una persona su sei avrà più di 60 anni entro il 2030, quella fascia raddoppierà a 2,1 miliardi entro il 2050, e gli ultraottantenni triplicheranno fino a 426 milioni nello stesso anno [7]. La differenza è che il toolbox europeo lavora su leve più ampie e generali (sostegno ai genitori, empowerment dei giovani, benessere degli anziani, gestione delle migrazioni), restando piuttosto astratto sul piano territoriale.
La Società longeva, al contrario, porta il discorso dentro la provincia e l’area interna, con nomi di luoghi e numeri concreti. Qui il libro si innesta su un dibattito italiano che esiste da più di dieci anni e lo fa con cognizione di causa.
La Strategia Nazionale per le Aree Interne (SNAI), lanciata nel 2013 dall’allora ministro per la coesione territoriale Fabrizio Barca, classifica i comuni non per reddito ma per distanza dai servizi essenziali (scuola, sanità, mobilità) individuando come “aree interne” i territori oltre i 20 minuti di percorrenza dai centri di offerta di servizi: circa il 60% del territorio nazionale, il 52% dei comuni, ma solo il 22% della popolazione [8]. Il ciclo di programmazione 2021-2027 ha esteso la mappa a 124 aree di progetto, 1.904 comuni e oltre 4,5 milioni di abitanti [9], un perimetro enorme e in crescita, non residuale. Il quadro territoriale, del resto, conferma lo squilibrio: tra il 2025 e il 2026 la popolazione cresce al Nord (+2,2 per mille) e resta ferma al Centro, mentre il Mezzogiorno continua a perdere abitanti (-3,1 per mille) [10], un dato che da solo racconta come marginalità territoriale e spopolamento demografico si sovrappongano quasi perfettamente sulla stessa mappa.
Manfredi arriva a questo tema non da esordiente. Già nel 2019, in Provincia non periferia (Manfredi, 2019), raccontava una provincia italiana schiacciata tra urbanizzazione crescente e piattaforme digitali che appiattiscono le differenze territoriali, proponendo Milano come “città-acceleratore” per il resto del Paese.
Nel ragionamento di Manfredi questo snodo si è fatto ancora più esplicito: la creazione di valore si è spostata dalla produzione di beni ai servizi, e dunque alla conoscenza e alle competenze delle persone – un terreno su cui vincono i luoghi capaci di attrarre e aggregare talenti, non quelli che li perdono. A questo si somma una tendenza più ampia alla centralizzazione, visibile negli istituti bancari, nelle Camere di commercio, nella stessa abolizione del governo provinciale: leve decisionali che si spostano sempre più lontano dai territori, spesso verso Milano o verso l’estero, come è accaduto a molte aziende del made in Italy storicamente radicate in provincia e poi vendute. Un tassello in più a sostegno della tesi centrale del libro: la provincia rischia di svuotarsi anagraficamente prima ancora che geograficamente.
La società longeva aggiorna quel ragionamento innestandoci la variabile demografica: la provincia non rischia solo di restare periferica rispetto ai grandi centri urbani, rischia di svuotarsi anagraficamente più in fretta di quanto si spopoli geograficamente.
È qui che il libro convince di più, perché non si limita a ripetere che bisogna investire nelle aree interne: le rilegge come luoghi di nuove possibilità esistenziali, un progetto consapevole di ripopolamento piuttosto che un’operazione di pronto soccorso territoriale.
UN FUTURO PIÙ LUNGO E FELICE
Il libro si chiude con un invito diretto, quasi un appello: smettere di guardare al passato con nostalgia e rabbia, e cominciare – collettivamente – a immaginare e costruire “un futuro più lungo e felice”.
È un finale che riassume bene il tono di tutto il volume: mai remissivo, mai allarmista, sempre rivolto in avanti. La società longeva funziona perché tiene insieme una cornice concettuale solida, un radicamento territoriale che dialoga con oltre dieci anni di policy sulle aree interne, e un coraggio non scontato nel toccare la leva redistributiva del great wealth transfer.
È un libro che merita di essere letto non solo da chi si occupa di welfare, ma da chiunque voglia capire perché la provincia italiana, più che un problema da tamponare, potrebbe essere la chiave per affrontare la transizione demografica più impegnativa d’Europa.
PER APPROFONDIRE
Il libro ha anche una vita digitale che vale la pena seguire: sul sito ufficiale [11] Bandini e Manfredi sintetizzano le tre sfide del volume — lavoro, territori, tecnologia — e rimandano alla newsletter collegata, La società longeva su Substack [12], curata da Paolo Manfredi. È lì che il ragionamento del libro prosegue in tempo reale: dati e ricerche aggiornate sulla transizione demografica globale, dagli sviluppi più recenti sulla denatalità in India e Cina alle analisi sui territori italiani, con lo stesso registro fattuale e mai allarmistico del volume. Per chi ha trovato interessante La società longeva, è probabilmente il modo migliore per continuare a seguire il tema oltre le 160 pagine del libro.
NOTE
[1] Eurostat, Population structure and ageing, Statistics Explained, dati al 1° gennaio 2025: https://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/SEPDF/cache/1271.pdf; Eurostat, Population projections in the EU (EUROPOP2025), aprile 2026: https://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php?title=Population_projections_in_the_EU
[2] ISTAT, Rapporto annuale 2026. La situazione del Paese, maggio 2026: https://www.istat.it/pubblicazione/rapporto-annuale-2026/
[3] Format Research / Eurostat, divario occupazionale di genere 2025-2026, Italia al 19,1 punti percentuali: https://formatresearch.com/2026/04/17/il-tasso-di-occupazione-nellue-ha-superato-il-76-eurostat/
[4] Format Research / Eurostat, divario occupazionale di genere 2025-2026: https://formatresearch.com/2026/04/17/il-tasso-di-occupazione-nellue-ha-superato-il-76-eurostat/
[5] AGE Platform Europe, Green Paper on Ageing della Commissione europea, 2021: https://www.age-platform.eu/eu-green-paper-on-ageing-a-key-opportunity-to-make-concrete-steps-towards-a-more-inclusive-future-for-all-ages/
[6] Parlamento europeo, EPRS briefing, Demographic change in Europe: a toolbox for action: https://epthinktank.eu/2024/05/21/demographic-change-in-europe-a-toolbox-for-action/
[7] Getting ahead of the ageing curve, proiezioni demografiche globali: https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC12575190/
[8] Agenzia per la Coesione Territoriale, Strategia Nazionale per le Aree Interne (SNAI): https://it.wikipedia.org/wiki/Strategia_nazionale_per_le_aree_interne
[9] OpenCoesione, dati sul ciclo di programmazione SNAI 2021-2027: https://opencoesione.gov.it/it/SNAI/
[10] Istat, Indicatori demografici – Anno 2025, dinamiche territoriali: https://www.istat.it/comunicato-stampa/indicatori-demografici-anno-2025/
[11] Bandini e Manfredi, La società longeva – sito ufficiale: https://www.lasocietalongeva.it/
[12] Paolo Manfredi, La società longeva – newsletter su Substack: https://lasocietalongeva.substack.com/
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
Bandini, S., & Manfredi, P. (2026). La società longeva. Appunti per un futuro che ci riguarda. Egea.
Manfredi, P. (2019). Provincia non periferia. Innovare le diversità italiane. Egea.
ABSTRACT
This article reviews “La società longeva” by Stefania Bandini and Paolo Manfredi, a volume that frames demographic transition not as an emergency, but as an opportunity to rethink the future. Focusing on work, territories, and technology, the book argues for a society capable of embracing longer lives by addressing issues such as lifelong learning, the recognition of unpaid caregiving, digital innovation, and the regeneration of Italy’s inner areas. The review places the authors’ arguments within the context of recent demographic evidence and European and Italian policy developments, highlighting the book’s original contribution: a vision of longevity as a driver for reimagining economic, social, and territorial development.
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