Allora! Online – Redazione
La crisi degli affitti sta cambiando il modo di abitare degli australiani. Con una disponibilità nazionale di immobili in locazione ferma all’1% e un affitto settimanale mediano di 700 dollari per una casa nelle capitali, aumentano le convivenze tra più famiglie, coppie e gruppi di amici. Gli esperti avvertono: le politiche abitative favoriscono soprattutto chi vuole acquistare, mentre milioni di inquilini continuano a subire l’aumento dei prezzi.
La crisi abitativa australiana sta producendo una trasformazione sempre più evidente nella vita quotidiana delle famiglie. Di fronte ad affitti elevati, disponibilità limitata di immobili e una concorrenza crescente per ogni abitazione, molti australiani stanno rinunciando a vivere da soli e scelgono, spesso per necessità, di condividere la casa con parenti, amici o altre coppie.
Non si tratta più soltanto della tradizionale convivenza tra studenti o giovani lavoratori. Il fenomeno coinvolge persone adulte, nuclei familiari multigenerazionali e cittadini che, pur avendo un’occupazione stabile, non riescono più a sostenere autonomamente il costo di un’abitazione.
Il mercato degli affitti sta così modificando la composizione stessa delle famiglie australiane, creando situazioni nelle quali più redditi devono essere combinati per ottenere un contratto di locazione.
Secondo i dati riportati da Domain, nel trimestre di settembre il tasso nazionale di immobili disponibili per l’affitto è rimasto attorno all’1%.
Questo significa che, mediamente, soltanto un immobile su cento risultava disponibile sul mercato delle locazioni.
Una situazione particolarmente difficile nelle capitali diverse da Sydney e Melbourne, dove la scarsità dell’offerta ha raggiunto livelli ancora più accentuati.
Perth, da 315 a 760 dollari alla settimana: affitto aumentato del 141%
La storia di Grady Toomath, residente a Perth, racconta concretamente quanto sia cambiato il mercato.
Nel 2019, quando si è trasferito nell’abitazione che condivide con il fratello e un altro coinquilino, il canone settimanale era di 315 dollari.
Dopo l’ultimo aumento, l’affitto ha raggiunto 760 dollari alla settimana.
In sette anni, la crescita è stata del 141%.
Un incremento che ha trasformato radicalmente la gestione delle spese domestiche.
Condividere l’abitazione è diventato indispensabile per poter continuare a sostenere il costo della locazione.
Toomath ha spiegato che vivere in tre in uno spazio relativamente piccolo richiede continui adattamenti, compromessi e attenzione reciproca.
Una soluzione economicamente necessaria, ma lontana dal modello di vita che lui e i suoi coinquilini avevano immaginato.
La sua esperienza rappresenta una tendenza sempre più diffusa nelle principali città australiane.
Brisbane, una domanda di affitto su cinque arriva da gruppi e famiglie allargate
A Brisbane, l’agente immobiliare Avi Khan ha osservato un cambiamento significativo nella tipologia delle domande presentate per ottenere una casa in affitto.
Secondo la sua esperienza professionale, circa il 20% delle richieste ricevute dall’agenzia proviene ormai da gruppi di amici, coppie che decidono di condividere un’abitazione o famiglie composte da più generazioni.
Genitori e figli adulti presentano domande congiunte, mentre coppie differenti scelgono di unire le proprie capacità economiche per risultare più competitive agli occhi dei proprietari.
Khan ritiene che il fenomeno sia soprattutto una conseguenza della scarsità di immobili disponibili.
Quando i redditi individuali non sono sufficienti per affrontare i canoni richiesti, la soluzione diventa mettere insieme più persone e più stipendi.
L’agente ha inoltre riferito un aumento della concorrenza per le singole proprietà.
Prima delle modifiche fiscali introdotte con il bilancio federale di maggio, una casa poteva ricevere mediamente una decina di domande.
Oggi, secondo Khan, le richieste per immobili analoghi possono arrivare a quindici o venti.
Si tratta di dati riferiti alla sua attività, che evidenziano le pressioni locali ma non costituiscono una misurazione rappresentativa dell’intero mercato nazionale.
Affitti a 700 dollari alla settimana nelle capitali
Uno dei dati più significativi riguarda il livello raggiunto dai canoni di locazione.
Il valore mediano settimanale per una casa nelle capitali australiane è arrivato a circa 700 dollari.
Per una famiglia, significa sostenere una spesa di circa 36.400 dollari all’anno soltanto per l’affitto, senza considerare elettricità, gas, acqua, assicurazioni, trasporti e altre necessità.
Il peso economico varia naturalmente in funzione del reddito familiare e della città.
Tuttavia, per chi percepisce uno stipendio medio o dispone di un solo reddito, il costo può assorbire una quota considerevole delle risorse disponibili.
La conseguenza è una riduzione della capacità di risparmio, accompagnata dalla difficoltà di costruire un deposito sufficiente per acquistare una prima abitazione.
Per molti inquilini, l’affitto non rappresenta più una fase temporanea prima dell’acquisto, ma una condizione abitativa destinata a prolungarsi nel tempo.
Il 31% degli australiani vive in affitto
La questione assume una dimensione nazionale considerando che circa il 31% della popolazione australiana vive in un’abitazione in locazione.
Una percentuale che comprende giovani lavoratori, famiglie con figli, pensionati e persone che non intendono o non possono acquistare una casa.
Eppure, secondo diversi economisti del settore immobiliare, una parte significativa delle politiche pubbliche continua a concentrarsi prevalentemente sull’accesso alla proprietà.
Tra le misure introdotte dal governo Albanese figura l’ampliamento del programma che consente agli acquirenti idonei di comprare la prima abitazione con un deposito del 5%.
L’iniziativa punta ad abbattere una delle principali barriere all’acquisto.
Tuttavia, non risponde direttamente alle necessità di coloro che devono continuare a vivere in affitto, spesso senza avere la possibilità economica di accedere a un mutuo.
Gli esperti: gli inquilini rischiano di essere dimenticati
Lyndall Bryant, docente di economia immobiliare presso la Queensland University of Technology, sostiene che la crisi delle locazioni non riceva un’attenzione proporzionata alla sua gravità.
Secondo l’esperta, il dibattito politico affronta frequentemente le difficoltà di chi possiede un mutuo o desidera acquistare una casa, mentre gli strumenti destinati agli inquilini rimangono insufficienti.
Bryant riconosce gli investimenti pubblici realizzati nell’edilizia sociale e comunitaria, ma sottolinea che queste abitazioni rappresentano soltanto una quota limitata del patrimonio immobiliare nazionale, stimata tra il 3% e il 5%.
La maggior parte degli inquilini dipende quindi dal mercato privato.
Quando l’offerta privata si riduce o cresce più lentamente della domanda, le conseguenze si traducono in maggiore competizione e pressioni sui canoni.
Per Bryant, questo rappresenta uno dei principali punti critici della politica abitativa australiana.
Negative gearing e capital gains tax: la controversia sulle modifiche fiscali
Un altro elemento al centro del confronto riguarda le modifiche introdotte nel bilancio federale di maggio alla disciplina del negative gearing e alla tassazione delle plusvalenze immobiliari, conosciuta come capital gains tax.
Il negative gearing consente, nei limiti previsti dal sistema fiscale, di compensare determinate perdite derivanti da un investimento immobiliare con altri redditi imponibili.
Le modifiche fiscali hanno l’obiettivo di rivedere gli incentivi agli investimenti e il funzionamento del mercato abitativo.
Tuttavia, alcuni operatori immobiliari ritengono che possano aver ridotto l’interesse degli investitori verso gli immobili destinati alla locazione.
Avi Khan sostiene che una parte dei proprietari stia abbandonando il mercato senza essere sostituita da nuovi investitori.
Anche Lyndall Bryant ritiene che le modifiche abbiano contribuito a scoraggiare alcuni investimenti residenziali.
Queste valutazioni sono oggetto di dibattito economico.
La vendita di una proprietà da parte di un investitore può favorire un acquirente che desidera abitarvi, ma gli effetti complessivi sull’offerta di case in affitto dipendono da diversi fattori, tra cui il numero di nuove costruzioni, la domanda abitativa e le decisioni degli investitori.
Non è quindi possibile attribuire automaticamente l’attuale scarsità di immobili alle sole modifiche fiscali.
Anche i proprietari denunciano l’aumento dei costi
La crisi non coinvolge esclusivamente gli inquilini.
Anche alcuni proprietari di immobili destinati alla locazione segnalano difficoltà legate all’aumento dei costi di gestione.
Keegan Du Preez, commercialista di Sydney di 24 anni, possiede nove immobili da investimento distribuiti in Australia, ma vive personalmente in affitto.
Una situazione conosciuta come rentvesting, nella quale una persona investe in proprietà immobiliari pur scegliendo di abitare in una casa presa in locazione.
Du Preez ha spiegato di conoscere le difficoltà del mercato sia dal punto di vista del proprietario sia da quello dell’inquilino.
Secondo il giovane investitore, gli aumenti dei tassi d’interesse, i costi di manutenzione e la crescente spesa per artigiani e riparazioni incidono direttamente sulla sostenibilità economica degli immobili.
Ha inoltre sottolineato che gli aumenti dei canoni dovrebbero rappresentare una soluzione da adottare soltanto quando necessario.
Contratti di due anni per proteggere gli inquilini
Du Preez ha raccontato di cercare accordi di locazione di durata più lunga con i propri inquilini.
In particolare, considera i contratti di 24 mesi uno strumento utile per garantire maggiore prevedibilità dei costi.
Bloccare il canone per un periodo prolungato permette agli inquilini di pianificare meglio il bilancio familiare ed evita l’incertezza di possibili aumenti annuali, quando le condizioni contrattuali lo consentono.
Anche per i proprietari può rappresentare un vantaggio, riducendo il rischio di periodi senza affittuari e i costi associati alla ricerca di nuovi inquilini.
Le associazioni degli inquilini e diverse organizzazioni sindacali hanno chiesto negli ultimi anni misure più incisive per rafforzare la stabilità abitativa, comprese limitazioni agli aumenti e contratti pluriennali.
Il governo federale ha incrementato il Commonwealth Rent Assistance nel 2023 e nel 2024 e ha concordato con Stati e Territori un percorso verso diritti degli inquilini più uniformi.
Resta però aperta la questione fondamentale della disponibilità di immobili.
La convivenza forzata cambia la società australiana
Il fenomeno delle abitazioni condivise da più nuclei familiari produce conseguenze che vanno oltre il mercato immobiliare.
La scelta di abitare insieme a parenti e amici può favorire la solidarietà e ridurre le spese individuali, ma quando deriva da una necessità economica può comportare problemi di privacy, sovraffollamento e perdita di autonomia personale.
Giovani adulti rimangono più a lungo nelle abitazioni dei genitori, coppie rinviano il trasferimento in una casa indipendente e persone già occupate cercano coinquilini per affrontare l’aumento del costo della vita.
In alcuni casi, più famiglie condividono un unico immobile per distribuire le spese.
Questa trasformazione rischia di incidere sulle scelte familiari, sulla mobilità lavorativa e sulla qualità della vita.
La casa, tradizionalmente considerata uno spazio di indipendenza e stabilità, diventa per molti australiani un costo da condividere per necessità.
Sydney, Melbourne e le città regionali: una crisi con caratteristiche diverse
Sebbene Sydney e Melbourne continuino a rappresentare i mercati immobiliari più grandi del Paese, la pressione sulle locazioni è particolarmente evidente anche in altre capitali.
Perth, Brisbane e diverse città regionali stanno sperimentando una forte domanda abitativa rispetto alla disponibilità di immobili.
Le differenze territoriali sono importanti.
In alcune zone il problema principale riguarda il costo assoluto dell’affitto, mentre in altre è soprattutto la mancanza di abitazioni disponibili.
I due fenomeni possono comunque rafforzarsi reciprocamente.
Una disponibilità estremamente ridotta permette agli immobili di attirare numerose richieste, rendendo più difficile la ricerca di una casa e aumentando la pressione sui prezzi.
Per rispondere alla crisi, gli economisti sottolineano l’importanza di considerare insieme nuove costruzioni, investimenti privati, edilizia sociale, infrastrutture e tutela degli inquilini.
La sfida del governo: costruire più case e rendere sostenibili gli affitti
L’Australia si trova di fronte a una sfida che richiede interventi su più livelli.
Le politiche per favorire l’acquisto della prima casa possono aiutare una parte della popolazione, ma non risolvono automaticamente le difficoltà di chi continua a dipendere dal mercato delle locazioni.
Allo stesso tempo, la presenza di investitori privati rappresenta una componente importante dell’offerta di immobili in affitto.
Il nodo politico ed economico consiste nel trovare un equilibrio tra l’accessibilità all’acquisto, la sostenibilità degli investimenti e la tutela di milioni di famiglie che non possiedono un’abitazione.
In assenza di una crescita dell’offerta abitativa sufficiente a rispondere alla domanda, la pressione sui canoni rischia di rimanere elevata.
La crisi degli affitti sta quindi modificando la struttura delle famiglie australiane. Con il 31% della popolazione in locazione e soltanto l’1% degli immobili disponibili sul mercato, condividere una casa non rappresenta più soltanto una scelta personale, ma sempre più spesso una necessità economica.
E dietro le statistiche si nasconde una realtà quotidiana: persone che lavorano, pagano le tasse e contribuiscono all’economia nazionale, ma che devono rinunciare a parte della propria indipendenza semplicemente per potersi permettere un tetto sopra la testa.
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