Quando si parla di stipendio “buono” ognuno ha in mente una cifra diversa, e per questo i dati contano più delle impressioni. In Italia non esiste una soglia ufficiale che separi un reddito scarso da uno buono o ottimo. Esistono però le statistiche sulle dichiarazioni dei redditi del Mef, i dati dell’Inps sui lavoratori dipendenti e le analisi della Corte dei conti sulle partite Iva, che permettono di costruire delle fasce basate su quanti italiani ci rientrano davvero.
Le fasce: dove finisce lo scarso e comincia l’ottimo
Per i contribuenti italiani, la distribuzione dei redditi lordi dichiarati è molto concentrata verso il basso. Su circa 42,8 milioni di contribuenti, il 36% dichiara fino a 15.000 euro lordi l’anno, quasi il 70% arriva al massimo a 29.000 euro e solo il 18,8% supera i 35.000 euro. Sono redditi che includono dipendenti, pensionati e autonomi, quindi non coincidono con il solo lavoro a tempo pieno. Partendo da questi numeri, ecco una lettura per una persona sola, con stime nostre dei netti (senza figli, con addizionali medie):
| Fascia | Reddito lordo annuo | Netto mensile (su 13 mensilità) | Quota dei contribuenti |
|---|---|---|---|
| Scarsa | sotto 15.000 euro | sotto circa 1.000 euro | circa 36% |
| Nella media | 15.000 – 29.000 euro | circa 1.000 – 1.750 euro | circa 34% |
| Buona | 29.000 – 55.000 euro | circa 1.750 – 2.700 euro | circa 24% |
| Ottima | oltre 55.000 euro | oltre 2.700 euro | circa 6% |
| Eccellente | oltre 100.000 euro | oltre 4.450 euro | 1,75% |
Queste fasce sono un criterio, non una norma: la scarsa coincide con la parte più bassa della distribuzione, la buona con il quarto superiore, l’ottima con il vertice. I netti sono approssimazioni e cambiano con carichi familiari, regione e detrazioni. Per avere un riferimento ufficiale, l’Istat fissa a 13.237 euro annui la soglia di rischio di povertà per una persona sola.
Conta poi dove si vive. La mediana del reddito familiare è di circa 43.500 euro nel Nord-Est e di circa 31.350 euro nelle Isole, secondo i dati Istat sui redditi 2024. Anche la soglia di povertà assoluta, che si calcola sulla spesa e non sul reddito, cambia con l’area: per una persona sola è di circa 940 euro al mese nelle grandi città del Nord e di circa 830 euro al Sud. A parità di stipendio, quindi, chi paga un affitto in una grande città ha un potere d’acquisto diverso da chi vive in un centro più piccolo: il netto è solo un pezzo del quadro.
Per la stessa ragione la parola “ottima” va usata con prudenza. Un reddito di 55.000 euro lordi colloca in alto nella graduatoria nazionale, ma non garantisce la stessa tranquillità a una famiglia con un solo stipendio, un mutuo e due figli come a una persona sola. Le fasce servono per confrontarsi con gli altri contribuenti, non per decidere se una cifra basta a vivere.
Dipendenti privati: la media è 24.486 euro, ma dipende dal settore
Secondo l’Osservatorio Inps, nel 2024 i 17,7 milioni di dipendenti privati hanno percepito in media 24.486 euro lordi l’anno, con 247 giornate retribuite. La media nasconde differenze molto forti. Le donne si fermano a 19.833 euro, gli uomini arrivano a 27.967: circa il 29% in meno.
Per settore, il quadro cambia moltissimo:
- Finanza e assicurazioni: 56.429 euro.
- Energia e servizi di rete: 50.015 euro.
- Informazione e comunicazione: 35.227 euro.
- Manifattura: 32.487 euro.
- Commercio: 23.577 euro.
- Alloggio e ristorazione: 11.233 euro, con soltanto 183 giornate retribuite.
Per un dipendente privato, quindi, una cifra “buona” dipende anche dal comparto: sopra i 32.500 euro circa si supera la media della manifattura, oltre i 50.000 si entra nella fascia dei settori più pagati. Nella ristorazione, invece, la media bassa risente anche delle sole 183 giornate retribuite, segno di un lavoro discontinuo.
Statali: media più alta, ma tanto dipende dal comparto
Per i dipendenti pubblici, i dati Inps 2024 indicano una media lorda di 35.350 euro, che sale a 39.087 per il tempo indeterminato e scende a 13.635 euro per il determinato. Anche qui il divario di genere è marcato: 41.117 euro per gli uomini, 31.679 per le donne.
Nei singoli comparti i valori sono molto diversi: 30.767 euro per la scuola a tempo indeterminato, circa 36.000 per gli infermieri, 55.289 per università ed enti di ricerca. Oltre il 60% dei lavoratori pubblici guadagna meno di 35.000 euro, e solo il 12,6% supera i 50.000.
Attenzione però a un confronto troppo diretto con il privato: i due dati non sono comparabili in modo semplice, perché cambiano settori, giornate retribuite e mix di contratti. Nel decennio 2014-2024 gli stipendi sono cresciuti del 16,3% nel privato e del 12,2% nel pubblico.
Partite Iva: medie alte, ma lo scarto tra i redditi è enorme
Per gli autonomi il discorso è più complicato. Nelle dichiarazioni del 2025, il reddito medio dei lavoratori autonomi risulta di 67.510 euro, ma al lordo dei contributi previdenziali, che in media superano i 10.900 euro, e con un’avvertenza: una piccola quota di redditi molto alti alza la media. Tra i contribuenti sottoposti agli indici sintetici di affidabilità fiscale, il reddito medio è di 56.100 euro, in crescita dell’8,6%.
Il divario tra categorie è enorme: i notai arrivano a una media di 336.900 euro, le farmacie a 142.000, i servizi di ingegneria a 126.000, mentre bar e gelaterie si fermano intorno a 22.000 euro e il commercio al dettaglio resta sotto i 20.000.
Quasi 2 milioni di partite Iva aderiscono al regime forfettario, e per loro la fotografia è molto diversa. Secondo la Corte dei conti, il 46% dichiara fino a 20.000 euro, il 36% tra 20.000 e 50.000, il 13,6% tra 50.000 e 80.000 e soltanto il 4% oltre 80.000. Nel Nord il dichiarato medio si colloca tra 18.000 e 20.000 euro, al Sud tra 14.000 e 15.000. Anche questi numeri sono da leggere con cautela, perché l’analisi usa “ricavi” e “redditi” quasi come sinonimi.
Quanti arrivano davvero a una cifra buona o ottima
Il quadro finale è meno incoraggiante di quanto la parola “media” faccia pensare:
- Il 36% dei contribuenti è sotto i 15.000 euro lordi.
- Quasi il 70% non supera i 29.000 euro.
- Solo uno su cinque circa, il 18,8%, supera i 35.000 euro.
- Una persona su 57, l’1,75%, supera i 100.000 euro.
Per ricordare, infine, quanto pesino i redditi più alti: chi dichiara più di 35.000 euro versa circa il 65% dell’Irpef, mentre il solo 1,75% sopra i 100.000 euro ne paga più del 22%. Una cifra “buona” è raggiunta da circa un contribuente su quattro, una “ottima” da meno di uno su quindici, e la maggior parte del Paese si colloca nella fascia centrale o più in basso. Per chi lavora in proprio il confronto è ancora più delicato, perché a parità di guadagno le imposte possono essere molto diverse a seconda del regime scelto, un punto che la stessa Corte dei conti ha messo in evidenza.
Dott.ssa Marianna Bassetti
La Dott.ssa Marianna Bassetti � una consulente esperta in ambito lavoro con oltre 10 anni di esperienza nel settore delle risorse umane. Laureata presso l�Universit� degli Studi di Milano in Giurisprudenza, attualmente opera a Milano e si � specializzata nell�analisi delle dinamiche lavorative dal punto di vista dei dipendenti, con particolare attenzione ai contratti collettivi e alle indennit�…
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