L’economia non osservata in Italia vale 218,2 miliardi di euro e il lavoro irregolare torna a crescere più rapidamente di quello regolare. È il quadro tracciato dall’Istat sui conti del 2024: le unità di lavoro non regolari sono salite a 3 milioni e 277mila, 145mila in più in un anno. Il dato ha un apparente paradosso: la quota complessiva sul Pil è diminuita, ma il valore assoluto è leggermente aumentato. Capire la differenza aiuta a leggere correttamente il nuovo rapporto e a vedere dove si concentra il fenomeno.
Il rilascio aggiornato dell’Istituto, pubblicato il 16 ottobre, riguarda l’insieme delle attività produttive che non vengono osservate direttamente nei normali flussi statistici. Non equivale quindi a una stima dei soli pagamenti in contanti né a un conteggio individuale delle persone senza contratto: dentro ci sono componenti diverse, dal lavoro irregolare alla sotto-dichiarazione dei ricavi, fino alle attività illegali incluse nei conti nazionali.
Il dato Istat: perché il valore sale e la quota sul Pil scende
Nel 2024 il valore aggiunto dell’economia non osservata raggiunge 218,2 miliardi, contro i 217,6 miliardi del 2023: un incremento dello 0,3%. Nello stesso periodo il Pil a prezzi correnti è cresciuto del 3,2%. Poiché il denominatore è aumentato più del numeratore, l’incidenza dell’economia non osservata sul Pil si è ridotta dal 10,2% al 9,9%. Il calo percentuale non significa dunque che siano diminuiti i miliardi prodotti fuori dall’osservazione diretta.
La parte più ampia è l’economia sommersa, al netto delle attività illegali: 198,4 miliardi, in aumento di 0,8 miliardi. Le attività illegali considerate nei conti valgono invece 19,8 miliardi, in lieve flessione. All’interno del sommerso, la componente legata alla sotto-dichiarazione di fatturato e costi si attesta a 107,6 miliardi; quella associata al lavoro irregolare arriva a 80,3 miliardi, con 3,1 miliardi in più rispetto al 2023.

Il rapporto misura il valore aggiunto prodotto, non una perdita equivalente per ciascun contribuente e nemmeno un ammontare che possa essere sommato direttamente a imposte non versate. Le stime servono a rappresentare attività che sfuggono alla rilevazione diretta e a ricondurle ai conti nazionali. È una distinzione importante: i 218,2 miliardi descrivono una componente della produzione economica, non un “buco fiscale” di pari importo.
3,27 milioni di unità irregolari: che cosa significa
Il numero centrale sul lavoro è di 3 milioni e 277mila unità di lavoro a tempo pieno equivalenti non regolari, in aumento del 4,6% sull’anno precedente. Le Ula sono una misura statistica del volume di lavoro: aggregano le ore lavorate e le riportano a un equivalente a tempo pieno. Per questo non corrispondono automaticamente allo stesso numero di persone distinte. L’Istat stima che 2 milioni e 396mila unità siano dipendenti.
La crescita interessa sia il lavoro dipendente sia quello indipendente, ma con ritmi diversi: +5,4% per i dipendenti e +2,7% per gli indipendenti. Il tasso di irregolarità, cioè la quota delle Ula non regolari sul totale delle Ula, passa dal 12,7% al 13,1%. Nello stesso anno il lavoro regolare cresce dell’1,6%: ecco perché il fenomeno aumenta anche in proporzione all’occupazione complessiva, non soltanto nei valori assoluti.
Per i lavoratori, l’assenza o la parziale irregolarità del rapporto può tradursi in contributi previdenziali mancanti, tutele più deboli e difficoltà nel far valere orari e retribuzione. Per imprese e famiglie, i rapporti non dichiarati alterano inoltre la concorrenza e rendono meno leggibile il costo reale di servizi e produzione. Il rapporto quantifica l’estensione statistica, ma non attribuisce a ogni singolo caso le stesse conseguenze: le condizioni concrete variano e richiedono verifiche specifiche.
I settori più esposti: servizi alla persona, agricoltura, costruzioni
Le differenze tra attività sono marcate. Il tasso di irregolarità raggiunge il 41,4% negli altri servizi alle persone, comparto nel quale l’Istat colloca anche una parte del lavoro domestico; è pari al 18,4% in agricoltura, al 15,5% nel commercio, trasporti, alloggio e ristorazione e al 13,6% nelle costruzioni. Questi valori indicano la quota di unità di lavoro irregolari sul totale del settore: non la percentuale di aziende irregolari.

Il movimento annuale aiuta a distinguere il livello dalla tendenza. In agricoltura il tasso sale dal 17,6% al 18,4%; nelle costruzioni e nei servizi alle persone l’aumento è di 0,8 e 0,9 punti percentuali. Il valore aggiunto sommerso, invece, pesa maggiormente sugli altri servizi alle persone, sul commercio-ospitalità-ristorazione e sulle costruzioni. Le due misure raccontano aspetti collegati ma diversi: la prima riguarda quanto lavoro non regolare è presente, la seconda quanto valore economico resta non osservato.
La distribuzione non autorizza a identificare un intero settore con il lavoro nero. Segnala piuttosto dove il controllo statistico rileva un’esposizione più alta e dove possono essere utili politiche di emersione, verifiche e contratti trasparenti. Per leggere il dato servono anche la dimensione locale, la stagionalità e la composizione delle attività: il rapporto nazionale non sostituisce queste analisi.
Cosa cambia per la lettura del mercato del lavoro
Il nuovo rapporto sposta l’attenzione dal semplice numero degli occupati alla qualità e alla regolarità del lavoro. Una crescita dell’occupazione complessiva, da sola, non dice quante ore siano coperte da un rapporto pienamente dichiarato né quanto siano tutelati i lavoratori. Le Ula aggiungono questo livello di lettura, pur senza misurare da sole salari, stabilità o condizioni individuali.
Il dato interessa anche la lettura dei conti pubblici: contributi e imposte dipendono dalla corretta dichiarazione delle attività, ma il rapporto Istat non fornisce una cifra unica delle entrate potenzialmente recuperabili. Presentare il totale di 218,2 miliardi come gettito mancante confonderebbe produzione non osservata, ricavi dichiarati solo in parte e attività illegali. La conclusione utile è più circoscritta: nel 2024 il valore aggiunto legato all’irregolarità del lavoro è aumentato e il tasso di irregolarità è salito.
Conclusioni finali
La fotografia Istat consegna due segnali da tenere insieme: l’economia non osservata resta appena sotto il 10% del Pil, mentre il lavoro irregolare cresce del 4,6% e arriva a 3,277 milioni di unità equivalenti a tempo pieno. La quota sul Pil in calo non cancella l’aumento del valore assoluto, perché nel frattempo il Pil nominale è cresciuto più rapidamente. E il dato sulle Ula non coincide con il numero di persone coinvolte.
Per famiglie, lavoratori e imprese, la questione concreta riguarda la regolarità dei rapporti, i contributi e le tutele, con una presenza più alta in alcuni servizi, in agricoltura e nelle costruzioni. I numeri indicano dove concentrare l’attenzione; non descrivono ogni singolo caso né sostituiscono le verifiche sul territorio. Il prossimo confronto utile sarà con le successive rilevazioni, per capire se la crescita del lavoro irregolare si arresta o continua a correre più del lavoro regolare.
Fonti
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