Era stato considerato l’avvenimento letterario di fine anno. Migliaia di copie vendute a tempi record, un prestigioso premio, il Fnac, e in lizza anche per gli altri prestigiosi riconoscimenti che animano la rentrée letteraria oltralpe. Un debutto trionfale per un autore sconosciuto in Francia, uno scrittore di 38 anni che da Haiti era emigrato in Canada il cui primo romanzo “C’était ça ou mourir” (Era questo o la morte) edito da Grasset, doveva ricevere un’accoglienza ditirambica dalla critica e furoreggiare nelle librerie con oltre 65.000 copie vendute in un paio di settimane.
Con la sua odissea di un emigrante da Haiti a Montreal Thélyson Orélien era balzato in cima alla classifica dei romanzi venduti in questa stagione in Francia. La sua opera era definita un capolavoro che con toni poetici narrava delle atrocità che funestano la via di chi è costretto a lasciare il proprio paese. Il libro ripercorre infatti il periplo che dalla natale Haiti porta in salvo in Canada attraverso un lungo e pericoloso cammino attraverso una mezza dozzina di paesi latino americani un professore di storia e geografia, costretto a fuggire dalla guerra delle gang per approdare infine, dopo mesi di mille ostacoli e sofferenze, nella città canadese che gli offre una nuova vita.
Insomma un trionfo… Finché, all’indomani della consacrazione del premio Fnac ,il 21 settembre, il successo da sogno insperato si trasforma in un incubo. In un racconto anonimo sui social – Balance ton Claude – si afferma che questo fenomeno letterario in auge è stato generato interamente o quasi dall’intelligenza artificiale. Il romanzo, si legge, è stato setacciato utilizzando Pangram, attualmente considerato il più affidabile detector dell’uso del’IA in un testo, e il responso è stato senza appello. L’accusa ha provocato un terremoto. Mentre Orélien e l’editore Grasset negavano ogni ricorso all’IA e molti critici e lettori difendevano a spada tratta romanzo e autore la polemica era ormai divampata alimentata anche da accuse di razzismo e di gelosia che per molti sarebbero all’origine del siluro lanciato contro “C’était ça ou mourir”.
Ma c’era anche chi aveva notato con sospetto la povertà orale dello scrittore nei suoi numerosi interventi alla tv francese che mal si conciliava con la qualità letteraria del suo romanzo mentre dal Canada arrivano prove di plagio in suoi precedenti scritti. Una debacle che doveva portare alla decisione della giuria del premio Goncourt a depennarlo dalla sua lista di papabili ma non quella del Renaudot e spingere l’autore a tornare in patria e allontanarsi dalla mischia senza tuttavia ricadute sulle vendite del romanzo
Al di là di ogni dubbio e perplessità – a cominciare dall’affidabilità di uno strumento come Pangram – dobbiamo comunque essere grati a Orélien di avere inaugurato il primo dibattito sull’irrompere dell’IA nella letteratura. In effetti è il primo grande caso che ci mette di fronte al terremoto provocato dal ricorrere a questo strumento destinato a influenzare in profondità anche le attività artistiche dell’uomo.
Un nodo gordiano che prima o poi si sarebbe dovuto affrontare ora che l’IA è entrata potentemente nella nostra vita provocando gran panico e obbligandoci a rimettere in discussione i nostri parametri sulla creatività nell’arte. Obbligandoci forse anche a riconoscere che l’IA possa essere creativa e coautrice di un testo letterario. Un passo difficile perché rimette in questione secoli di certezze sull’arte e la creatività. E che ci sollecita a riflettere fino a che punto un artista può far ricorso all’IA, fino a che punto creatività e IA sono compatibili, fino a che punto bisogna dissimularne il ricorso? Come si dovranno comportare gli editori: specificare già in copertina l’apporto dell’IA, precisarne la percentuale, tenerne conto nei contratti?
Sul quotidiano “Liberation” il saggista Antoine Buéno ritiene che bisogna accettare questa irruzione nella creatività e bisogna cominciare a considerare l’IA come “coautrice” da non dissimulare perché si ritiene vergognoso ricorrervi quando si entra nel campo della letteratura. Buéno sottolinea anche che bisogna tenere a mente che il testo nasce da una collaborazione, che è un lavoro di scrittura collettiva in cui è però sempre l’uomo a dare le istruzioni alla macchina che dal canto suo può dare un apporto creativo. “ Se si considera che la musica combina suoni e ritmi, che la pittura combina colori e forme.. bisogna ammettere, scrive, che l’IA è creativa e che anche, per natura, non può essere che ben più creativa di noi … potendo combinare in una frazione di secondo miliardi di suoi, colori, gusti e parole”.
Un invito ad accettare l’irrompere dell’IA nella creatività viene anche dal musicista Nellu Cohn convinto che la letteratura debba seguire l’esempio della musica che ha saputo integrare al meglio l’intervento della macchina nella musica “rispondendo non con una teoria ma con la coesistenza”. “L’intelligenza artificiale arriva nella letteratura come la “drum machine” “ arrivata nella musica “ senza far scomparire i batteristi come sequenziatori e sintetizzatori in grado di imitare un’orchestra non l’ han fatta scomparire. “Ad ognuno di queste rivoluzioni è stata annunciata la morte della musica, scrive sottolineando come alla fine “tutti siano riusciti a coabitare, ciascuno con i suoi strumenti, le sue regole , il suo livello di virtuosità e il suo talento”. La musica inoltre ha già affrontato il problema della paternità di un’opera – scrive il musicista francese riportando l’esempio dei DJ che, se ha talento, “costruisce un’opera o un’intera serata a partire di suoni che non ha prodotto: preleva, assembla, sovrappone, trasforma.. costruendo un suo universo riconoscibile”.
Anche la letteratura dunque dovrebbe fare come la musica: non arrestare le macchine ma trasformarle in strumenti ed accettare che una creazione possa essere un innovativo frutto composito.
Il romanzo di Orélien, che ho letto con grande curiosità, è sicuramente ben scritto e di scorrevolissima lettura ma mi è in fondo sembrato banale e dallo stile più artificioso che poetico. E certamente non un capolavoro. Se e quanta farina del sacco dell’IA abbiano concorso alla sua creazione sarà difficile se non impossibile da stabilire anche perché l’importante per un libro rimane soprattutto la sua qualità. E il suo potere di creare emozione. Emozione che il libro di Orélien sembra essere stato capace di suscitare, che sia ricorso o meno alla collaborazione di una macchina. La prossima tappa ora dovrebbe essere quella di accettare questa rivoluzione e quindi, come scrive Buéno, ad auspicare il momento in cui “il mondo si rallegrerà con Thélyson Orélien per aver così bene dato le sue istruzioni alla macchina e IA di averci donato una così bella opera”. Insomma l’importanza non cambia: non è il come che conta ma il risultato.
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