Mentre l’eco dei droni ucraini riecheggiava nei cieli di San Pietroburgo, oltre 20 mila delegati provenienti da più di 130 paesi si riunivano all’ExpoForum per partecipare alla ventinovesima edizione del St. Petersburg International Economic Forum (SPIEF). Mai come quest’anno il principale appuntamento economico della Federazione Russa ha assunto un significato che va ben oltre la dimensione commerciale. Lo SPIEF 2026 ha rappresentato un vero manifesto geopolitico, destinato a misurare lo stato di avanzamento della transizione dall’ordine economico unipolare dominato dall’Occidente a un sistema internazionale sempre più frammentato e multipolare. Nato nel 1997 e spesso definito il Davos russo, il forum si è svolto in 4 giornate sotto il tema “Dialogo pragmatico: un percorso verso un futuro stabile.” Un titolo che riflette la volontà del Cremlino di presentarsi come attore protagonista in un contesto internazionale segnato da guerre, sanzioni, tensioni commerciali e crescente competizione strategica.
Al Summit hanno preso parte delegazioni governative, imprenditoriali e accademiche provenienti da oltre 130 Stati, molti dei quali appartenenti al Sud Globale
Secondo gli organizzatori, al Summit hanno preso parte delegazioni governative, imprenditoriali e accademiche provenienti da oltre 130 Stati, molti dei quali appartenenti al cosiddetto Sud Globale. Un dato particolarmente significativo riguarda la rappresentatività demografica dei partecipanti: gran parte delle delegazioni presenti provenivano infatti da paesi che, complessivamente, rappresentano oltre l’80% della popolazione mondiale. Un elemento che Mosca ha utilizzato per rafforzare la propria narrazione secondo cui l’isolamento della Russia sarebbe limitato esclusivamente all’Occidente politico e non al resto del pianeta. L’elemento più rilevante emerso dai lavori è stato il consolidamento della proiezione internazionale della Russia verso Asia, Africa, Medio Oriente e America Latina. La presenza di figure di primo piano come il vicepresidente cinese Han Zheng, il presidente uzbeko Shavkat Mirziyoyev, la presidente tanzaniana Samia Suluhu Hassan e il ministro dell’Energia saudita Abdulaziz bin Salman, ha confermato il progressivo spostamento del baricentro delle relazioni economiche russe verso il Sud Globale.
L’elemento più rilevante emerso dai lavori dello SPIEF è il consolidamento della proiezione internazionale della Russia verso Asia, Africa, Medio Oriente e America Latina
Non è un caso che l’Arabia Saudita sia stata designata paese ospite dell’edizione 2026, con una delegazione composta da circa duecento rappresentanti istituzionali e imprenditoriali. La partecipazione saudita assume un significato che va oltre la dimensione economica: Riyadh rappresenta infatti uno degli esempi più evidenti di diplomazia multi-allineata, capace di mantenere relazioni strategiche simultanee con Washington, Mosca e Pechino. Quanto ai numeri e ai contratti della “svolta a Est”, lo SPIEF 2026 si è concluso con la firma di 1.084 accordi commerciali, per un valore complessivo astronomico di oltre 6.480 miliardi di rubli (circa 70 miliardi di dollari). Questa cifra dimostra che non si è trattato di una passerella politica o di semplice retorica anticapitalista, ma di una macchina contrattuale che ha girato a pieno ritmo. A margine del forum, il ministro dell’Energia Abdulaziz bin Salman ha annunciato la firma di ben 30 accordi bilaterali di cooperazione che spaziano dall’energia all’istruzione fino al turismo. Uno dei contratti più rilevanti in assoluto ha riguardato l’aviazione civile russa (UAC). L’India ha formalizzato l’interesse per l’acquisto di un blocco tra i 100 e i 200 velivoli civili russi (i modelli Il-114-300 e SJ-100), firmando un pre-accordo con la società di Stato indiana HAL per la produzione su licenza. Un risultato di rilievo per Mosca, che cerca di dimostrare l’autosufficienza tecnologica dei suoi aerei commerciali rimasti senza pezzi di ricambio occidentali.
Un ambizioso obiettivo dello SPIEF è la costruzione di un’architettura finanziaria alternativa a quella dominata dagli Stati Uniti
Un attore chiave di questa edizione è stato senza dubbio il Vietnam. La delegazione di Hanoi è stata guidata dal Vice Primo Ministro Pham Gia Tuc, che ha tenuto un discorso di peso durante la sessione di apertura. Il Vietnam ha proposto una strategia in tre punti per l’integrazione economica globale, ponendosi ufficialmente come ponte logistico e commerciale tra la Federazione Russa e l’intera area ASEAN (il mercato del Sud-Est asiatico), in particolare promuovendo corridoi di scambio energetico a prezzi competitivi e cooperazione tecnologica. Oltre le sanzioni, a San Pietroburgo ha preso forma la nuova geoeconomia del Sud Globale. Ma dietro la retorica ufficiale della cooperazione economica si intravede tuttavia un obiettivo più ambizioso: la costruzione di un’architettura finanziaria alternativa a quella dominata dagli Stati Uniti.
Nei numerosi panel dedicati ai BRICS, alle valute nazionali e ai sistemi di pagamento internazionali, il tema della de-dollarizzazione è stato onnipresente
Nei numerosi panel dedicati ai BRICS, alle valute nazionali e ai sistemi di pagamento internazionali, il tema della de-dollarizzazione è stato onnipresente. Ma la de-dollarizzazione non riguarda soltanto la scelta della valuta utilizzata negli scambi commerciali; essa rappresenta il tentativo di sottrarre una parte crescente del commercio internazionale all’influenza del sistema finanziario occidentale, riducendo l’impatto delle sanzioni e della giurisdizione statunitense. Mosca continua a promuovere meccanismi commerciali e finanziari fondati sulle monete nazionali, sistemi di compensazione alternativi e nuove infrastrutture finanziarie multilaterali. In questo contesto i BRICS vengono presentati come il nucleo centrale di un futuro ordine economico multipolare. L’obiettivo non è necessariamente sostituire il sistema economico esistente, ma ridurne la centralità creando canali paralleli capaci di garantire maggiore autonomia strategica ai Paesi aderenti.
Washington osserva con crescente preoccupazione il consolidamento dell’asse russo-cinese
Se Mosca punta a costruire nuove reti economiche e finanziarie attraverso i BRICS, Washington osserva con crescente preoccupazione il consolidamento dell’asse russo-cinese. Un elemento passato quasi inosservato nel dibattito europeo, ma particolarmente significativo, è stata la presenza di una delegazione ufficiale statunitense al forum, la prima dall’inizio della guerra in Ucraina. La partecipazione del rappresentante dell’amministrazione Trump, Rodney Mims Cook Jr. e l’organizzazione di un dialogo commerciale tra imprese americane e russe hanno alimentato le speculazioni su un possibile tentativo di riapertura dei canali economici tra Washington e Mosca. Dietro questa scelta si intravede una valutazione strategica sempre più diffusa negli ambienti geopolitici statunitensi: la crescente integrazione (seppur asimmetrica) tra Russia e Cina rappresenta una delle principali sfide all’ordine internazionale guidato dagli Stati Uniti. Negli ultimi tre anni Pechino è diventata il principale partner commerciale, tecnologico e finanziario della Federazione Russa, rafforzando un rapporto che i leader dei due Paesi definiscono una cooperazione “senza limiti”. In questa prospettiva, un eventuale alleggerimento delle tensioni con Mosca potrebbe rappresentare, almeno nelle intenzioni di Washington, uno strumento per ridurre la dipendenza russa dalla Cina e contenere l’espansione dell’influenza geopolitica di Pechino.
Le profonde trasformazioni economiche prodotte dalle sanzioni occidentali hanno accelerato il radicamento cinese nell’economia russa
Si tratta tuttavia di una strategia che appare difficile da realizzare. Le profonde trasformazioni economiche prodotte dalle sanzioni occidentali hanno accelerato il radicamento cinese nell’economia russa, creando interdipendenze commerciali, finanziarie e tecnologiche che difficilmente potranno essere scalfite nel breve periodo. In questa cornice va letto anche il ritorno, dopo anni di assenza, di una delegazione ufficiale statunitense allo SPIEF. La scelta di affidarne la guida a Rodney Mims Cook Jr., presidente della US Commission of Fine Arts, conferma il carattere prudente e circoscritto del contatto: non un negoziato politico formale, né un segnale immediato di revisione del regime sanzionatorio, ma un canale di soft diplomacy fondato sul dialogo culturale e su scambi a bassa esposizione istituzionale. Parallelamente, il Russia-Usa Business Dialogue promosso da Roscongress e dalla American Chamber of Commerce in Russia ha offerto uno spazio tecnico per sondare possibili collaborazioni economiche, pur entro i limiti imposti dalla guerra e dalle sanzioni.
Mosca utilizza lo SPIEF come palcoscenico per mostrare che, accanto allo scontro militare e finanziario con l’Occidente, esistono ancora corridoi laterali di dialogo economico e diplomatico
Ancora più simbolico è il ritorno nel dibattito del progetto di collegamento nello Stretto di Bering, rilanciato da Kirill Dmitriev come possibile “Putin-Trump Tunnel”. Anche in questo caso la prudenza è necessaria: si parla di un accordo di progettazione, non dell’avvio dei lavori. Tuttavia, il valore politico dell’annuncio è evidente. Mosca prova a trasformare un’ipotesi infrastrutturale quasi visionaria in un simbolo di cooperazione selettiva con Washington, utilizzando lo SPIEF come palcoscenico per mostrare che, accanto allo scontro militare e finanziario con l’Occidente, esistono ancora corridoi laterali di dialogo economico e diplomatico. Al di là della sua effettiva realizzabilità, il progetto assume una valenza geopolitica significativa, poiché richiama il tema della competizione per i grandi corridoi infrastrutturali del XXI secolo, destinati a collegare Asia, Europa e Nord America attraverso nuove rotte terrestri e artiche. In questa prospettiva, “il dossier Bering” si inserisce nel più ampio confronto tra le grandi potenze per il controllo delle future direttrici della globalizzazione.
Putin ha ribadito che la Russia intende perseguire un modello di sviluppo fondato sulla sovranità economica, sull’innovazione tecnologica e sulla resilienza industriale
La sessione plenaria del 5 giugno, alla presenza del leader russo, ha rappresentato il momento culminante del forum. Nel suo intervento, Vladimir Putin ha ribadito che la Russia intende perseguire un modello di sviluppo fondato sulla sovranità economica, sull’innovazione tecnologica e sulla resilienza industriale. Particolare attenzione è stata dedicata allo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale, delle infrastrutture digitali e delle tecnologie strategiche, considerate dal Cremlino strumenti essenziali per ridurre la dipendenza tecnologica dall’Occidente. Significativo è stato il passaggio dedicato al congelamento delle riserve valutarie russe da parte dei paesi occidentali. Secondo Putin, infatti, tale decisione avrebbe compromesso la fiducia globale nel dollaro e nell’euro come strumenti neutrali di riserva internazionale, accelerando la ricerca di alternative da parte di numerosi Stati.
L’immagine di una Russia proiettata verso il futuro si intreccia con quella di un conflitto che continua a influenzare profondamente la vita economica e politica del paese
Le dichiarazioni del presidente russo si collocano tuttavia in un contesto economico complesso. Nonostante il Cremlino continui a rivendicare la tenuta dell’economia nazionale, diversi indicatori segnalano crescenti difficoltà. Nel primo trimestre del 2026 l’economia russa ha registrato una lieve contrazione, mentre il peso della spesa militare, l’inflazione persistente e le restrizioni tecnologiche derivanti dalle sanzioni continuano a rappresentare fattori di pressione strutturale. A rendere ancora più evidente il carattere geopolitico dell’evento è stata la guerra. Lo SPIEF si è aperto e concluso sotto il segno degli attacchi ucraini contro infrastrutture energetiche e militari nell’area di San Pietroburgo. Nelle ore immediatamente precedenti all’inaugurazione, droni hanno colpito il terminal petrolifero cittadino e installazioni navali nella zona di Kronstadt. Nei giorni successivi, nuove incursioni hanno interessato obiettivi strategici nella regione di Leningrado. L’immagine di una Russia proiettata verso il futuro si è così intrecciata con quella di un conflitto che continua a influenzare profondamente la vita economica e politica del paese. Durante la plenaria, Putin ha inoltre respinto la proposta avanzata dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky di avviare colloqui diretti per una soluzione negoziata del conflitto, confermando la distanza che separa le parti e la volontà del Cremlino di perseguire i propri obiettivi strategici.
Lo SPIEF 2026 ha evidenziato i limiti della strategia occidentale di isolamento economico: Cina, India e numerosi altri paesi continuano a mantenere rapporti economici significativi con Mosca
Lo SPIEF 2026 ha inoltre evidenziato i limiti della strategia occidentale di isolamento economico. Cina, India, Arabia Saudita, Brasile, Turchia, Emirati Arabi Uniti e numerosi paesi africani continuano infatti a mantenere rapporti economici significativi con Mosca. Allo stesso tempo, dietro la narrativa della sovranità economica emerge una realtà più complessa: la crescente integrazione dell’economia russa con quella cinese, che rischia di trasformare una partnership strategica in una relazione sempre più asimmetrica. In questo senso, il Forum di San Pietroburgo non è stato soltanto una vetrina dell’economia russa, ma uno dei luoghi nei quali si è manifestata con maggiore chiarezza la competizione strategica tra Washington e Pechino per la definizione dei futuri equilibri globali. La vera sfida che emerge dal forum non riguarda soltanto il commercio o gli equilibri energetici, ma il controllo delle infrastrutture finanziarie globali, delle tecnologie strategiche e delle regole che disciplineranno la futura globalizzazione. Più che decretare la nascita di un nuovo ordine mondiale, il Forum di San Pietroburgo ha mostrato come il vecchio ordine stia progressivamente perdendo il proprio monopolio. La sfida tra Occidente e Sud Globale non riguarda soltanto il commercio o la finanza, ma la definizione stessa delle regole che governeranno la globalizzazione del XXI secolo. E proprio a San Pietroburgo, tra droni, BRICS e de-dollarizzazione, è apparso evidente che la competizione per scrivere quelle regole è già iniziata.
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