Prodi e Draghi hanno torto


Economia

di Giovanni Vasso

Romano Prodi aveva torto. E non se ne avrà mica a male l’ex premier, già presidente della Commissione Ue nonché dell’Iri. Parlò all’Italia più profonda, parlò alle nostre mamme, alle nostre nonne, ai nostri zii. Solleticando quella furberia da scarpe grosse e cervello fine: “Vedrete, con l’euro sarà come aver guadagnato per un giorno in più lavorandone uno in meno”.

Un arzigogolo, a tutta prima. Una precisa dichiarazione d’intenti, in realtà. L’Italia sarebbe uscita dalla liretta, saremmo diventati tutti più ricchi. A distanza di quasi un quarto di secolo dalla moneta unica, però, le cose sono andate in maniera nettamente diversa.

I salari sono sempre più bassi e tenerli ancorati al suolo rappresenta una precisa scelta strategica da parte della classe dirigente europea. Una direzione precisa che ha coinvolto tutto il Vecchio Continente e che è stata temperata, solo dal punto di vista politico, dall’istituzione e dalle battaglie per il salario minimo. Un punto di caduta oltre il quale non si può scendere.

Che, in realtà, ha istituito un parametro di riferimento su cui ancorare (va da sé al basso) le paghe e le retribuzioni. In Italia, per fortuna, c’è ancora la centralità della contrattazione nazionale ed è questa che sta spingendo a una lieve, ma inevitabile, risalita del livello generale dei salari.

Nel nostro Paese, come abbiamo imparato (a nostre spese) nel corso del tempo, le retribuzioni restano tra quelle più basse di tutta Europa. In pratica, in un Continente che ha abbassato i salari per tentare di incentivare la competitività, l’Italia ha fatto peggio di tutti. Ritrovandosi, adesso, con una caterva di problemi, irrisolti, che vanno dalla produttività stagnante (in mancanza di una domanda adeguata) al gelo demografico. Romano Prodi aveva torto. Ma era in buona, anzi ottima, compagnia.

Aveva torto pure Mario Draghi e, difatti, l’ex presidente di Bankitalia e Bce, nonché già premier, l’ha pure ammesso. Sia nel ponderoso rapporto sulla competitività europea, sia nel suo ultimo libro Competere o Sparire. Ha ammesso di aver “perseguito una strategia volta a ridurre in ogni Paese i salari, rispetto a quelli altrui”, e ha sperimentato che l’effetto, combinato con politiche fiscali procicliche, “è stato solo di indebolire la nostra domanda interna e minare il nostro modello sociale”. Insomma, per inseguire il modello della Cina che s’andava imponendo quale fabbrica del mondo, l’Europa del Welfare State s’è venduta l’anima.

Rinunciando alle sue peculiarità. Senza ottenerne nulla in cambio e, anzi, giungendo adesso a dover considerare che persino la (ex?) ricca Germania s’avvia a ridimensionare (eccome!) il suo modello di capitalismo, quello renano, che l’aveva resa la grande potenza economica e sociale che è (stata). Era il 2011, al governo c’era Berlusconi e l’Europa ci chiedeva le (solite e improcrastinabili) riforme. Le abbiamo fatte. Il risultato è stato quello che abbiamo, oggi, davanti agli occhi.

Secondo i dati di Bankitalia, la Lombardia è la Regione italiana in cui le retribuzioni restano le più alte d’Italia. Ma il diavolo si nasconde nei dettagli. Già, perché dall’analisi di Palazzo Koch è emerso che le paghe di oggi (dato 2023) sono nettamente inferiori, in termini reali, rispetto a quelle corrisposte nel 2008. Prima, insomma, che la Commissione di Juncker (ve lo ricordate?) e la Bce (a cui si sarebbe affacciato proprio Draghi) decidesse di smorzare i salari.

Oltre al danno, la beffa: sono crescite, davvero, solo le retribuzioni per le paghe che erano già alte di loro. Manager, dirigenti, pezzi grossi. Per tutti gli altri, a cominciare da chi percepiva stipendi medi, i guadagni si sono assottigliati. Addio, classe media.

Romano Prodi, a cui proprio quella classe media prestò ascolto credendo di aver svoltato, aveva torto. E ne ebbe pure Mario Draghi. Che, almeno, adesso lo ammette. A differenza di quanto si faccia, ancora, alla Bce.

Già, perché i dati del wage tracker dell’Eurotower segnalano un rallentamento della crescita delle retribuzioni che s’è fermato al 2,6% dopo aver toccato il 3% nel 2025. A Francoforte, questo, sembra essere interpretato come un dato positivo. Ma la Bce sta resta in campana. E i suoi (ferocissimi) tecnici stanno monitorando attentamente queste dinamiche per verificare se non si materializzino effetti dovuti ai rincari dell’energia e ai rialzi dell’inflazione, innescati dalla guerra in Iran.

Insomma, i salari non devono salire. A differenza di quello corrisposto a madame Lagarde, la governatrice più pagata al mondo. Altrimenti esploderebbe, dicono, l’inflazione. Sembra, dunque, palese che i modelli restino gli stessi anche se cambiano gli anni e le scuse. Ieri era la produttività, oggi l’inflazione. Domani sarà il salario minimo. L’importante è tenere le paghe basse e compensare con il risparmio sui costi del lavoro l’impatto dell’euro forte che piace ai tedeschi e a chi sogna di farne una valuta globale di riserva. Mentre la domanda interna si appiattisce e nessuno si assume più alcuna responsabilità. A cominciare da quella dei figli.


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