Festa dell’Unità a cura dei Giovani Democratici, Firenze. Dibattito di apertura, il confronto fra i governatori di Sardegna e Toscana, ovvero Alessandra Todde (M5S) ed Eugenio Giani (Pd). In altre parole, campo largo. In particolare, campo largo in previsione del percorso verso le elezioni nazionali. E dunque, qualsiasi domanda della bravissima Lisa Ciardi, giornalista della Nazione coordinatrice del dibattito, assume uno spessore che va al di là del confronto local-regionale, per affacciarsi immediatamente sul palcoscenico nazionale.
E l’incipit è degno delle attese: sanità. Sanità, ovvero come risolvere le ben note carenze, dalle liste di attesa alla incapacità del sistema sanitario nazionale di rispondere alle richieste dei cittadini, in particolare alle urgenze, con il solo medico di base? Come risolvere il problema dei Pronto Soccorso e della carenza di personale? Domande concrete, la risposta alle quali non può non prefigurare posizioni e punti programmatici comuni. E la convergenza c’è: più avanti la Toscana, come dice la stessa Todde, ma del tutto intenzionata a seguire la Sardegna, la chiave di volta sono le case di comunità. E le chiavi della chiave di volta sono i medici: sì, proprio i medici di famiglia, coloro che, come sottolinea Giani, sono responsabili anche di liste di oltre mille pazienti (si arriva a 1850) e che col sistema attuale non possono certo mantenere quel rapporto personale che molti di noi ricordano. Il nuovo sistema dunque ha come scopo quello di ripristinare il famoso riferimento fisico per il paziente che si sente male e non sa dove battere il capo (ricordiamo che le attese al Pronto Soccorso, per un codice bianco o verde che sia, sono infinite). Un obiettivo, quello della riforma della sanità territoriale, su cui la Toscana ha già puntato da tempo, con una cinquantina di case di comunità già inaugurate delle 70 finanziate dal PNRR e con l’obiettivo di arrivare a 120-130.
Un incoraggiamento per la Regione Sardegna, che, godendo dello status dell’autonomia, ha più libertà di spesa e decisione, come ricorda Todde. Ad esempio, immaginando e mettendo in atto sistemi incentivanti per giovani medici e infermieri per contrastare il problema della carenza di personale all’interno delle politiche di attrazione dei giovani o, altro esempio, dividendo la complessità dei grandi ospedali con i piccoli ospedali territoriali. Del resto, il problema più stringente per la sanità sarda è quello, come dice Todde, di migliorare la spesa sanitaria, funzionalizzando al massimo le risorse, utilizzando al massimo a questo fine, il confronto con altri sistemi e altre regioni.
Un altro tema, squisitamente politico, è il confronto fra l’approccio alla sanità da parte del centrodestra e del centrosinistra. Un punto che viene chiarito nelle sue origini dal presidente Giani, che vede al centro il ruolo del privato. Da parte dell’approccio della destra, i conti vengono fatti tornare mettendo inevitabilmente in evidenza il ruolo del privato: “Il Fondo Sanitario Nazionale – spiega Giani – ammonterà nel 2028 a 145 miliardi, divisi per quote regionali. Ogni regione gestisce la propria quota, che per la Toscana ammonta a oltre 8 miliardi. L’approccio del centrodestra è che, una volta esaurita la propria quota statale, entrano i privati. Per le regioni del centrosinistra, la Toscana, la fedeltà ai principi costituzionali della sanità pubblica, vuole che interveniamo con risorse regionali”. Ovviamente, senza escludere del tutto i privati: si tratta di un approccio di fondo, che tende a valorizzare, (come da Carta) la sanità pubblica, ovvero l’eguaglianza non formale dei cittadini. Del resto, offrire le prestazioni fondamentali senza differenze di ceto, condizione economica, religione o genere è davvero uno dei tratti fondanti la Repubblica Italiana.
Ma la convergenza, vera, senza se e senza ma, è sulla questione della legge sul fine vita. Si parte dall’apprezzamento di Alessandra Todde per Luca Zaia, presidente del consiglio regionale del Veneto che ha portato la legge all’assemblea, dove è passata. Una scelta coraggiosa, dice Todde, che rivela anche di aver voluto “scrivere personalmente a Zaia per ringraziare lui e il governatore Stefani per questa scelta coraggiosa”, sottolineando come il Veneto sia, dopo Toscana, Sardegna ed Emilia-Romagna, la quarta regione italiana ad aver approvato una legge sul fine vita, e la prima amministrata dal centrodestra. Un punto su cui coincidono le posizioni, dalla “scelta di libetà per la propria dignità personale”, come sottolinea la governatrice sarda, alla vicenda giuridica che ha portato, attraverso la Corte Costituzionale, la Toscana ad essere la prima regione a regolamentare la procedura, aprendo così la strada, pur nell’assenza odierna di un intervento del legislatore pur sollecitato fortemente dalla stessa Corte. Sollecitazione ad ora caduta nel vuoto. Eppure, come dice Giani, l’opinione pubblica è ormai fortemente sensibilizzata alla questione, naturalmente tenendo fermi i paletti che la Suprema Corte ha ribadito, primo fra tutti la non delegabile volontà del richiedente. Un tema che, conclude Todde, travalica gli schieramenti politici e chiama in causa il rispetto della dignità e dell’autodeterminazione delle persone che vivono condizioni di sofferenza estrema.
Dalla sanità alla sicurezza, che comprende non solo la questione fondamentale della sensazione del cittadino di non sentirsi “al sicuro”, ma anche quella, altrettanto fondamentale, dei femminicidi. Una mattanza che non sembra dar segnali di voler finire, come ricorda la coordinatrice, riportando la notizia del giorno, ovvero l’uccisione di una giovane donna da parte del proprio ex, nonostante la donna fosse riuscita a mettersi in contatto con il 112. Due questioni apparentemente slegate, ma che tuttavia marciano insieme, nascendo da disagio, odio, risposte culturali inadeguate, bassa attenzione sociale. E mentre sulla questione della violenza sulle donne il governatore toscano, pur sottolineando l’attività della regione in tema (28 centri antiviolenza in Toscana), mette in luce anche le carenze istituzionali, la governatrice sarda parla della necessità di rimuovere la demagogia, andando alla radice dei problemi. Tanto più che “il fatto della sicurezza è un tema che bisogna affrontare in maniera chiara – ha spiegato – bisogna far capire ai cittadini che noi lavoriamo per l’integrazione, per l’inclusione, ma allo stesso tempo non tolleriamo il fatto che non ci sia sicurezza, perché senza sicurezza non si vive”. Di fatto, sembra di capire che sul punto sia necessaria una riflessione che coniughi da un lato politiche sociali verso l’immigrazione, ma dall’altro rigore circa reati e comportamenti illegali da parte di cittadini italiani e non. Insomma, essere migrante non sia una giustificazione, ma neppure un’aggravante.
Infine, fra i tanti temi trattati, compreso quello del diritto delle donne di congelare i propri ovuli in attesa del momento in cui decideranno la maternità, proposta di legge accolta con favore da entrambi i governatori, o quello della censura in particolare verso la stampa, lo snodo fatidico viene affrontato con una domanda diretta: come sta il campo largo? “Bisogna guardare ai valori condivisi”, è la prima risposta di Todde. Sì, ma sono tanti anche i punti non condivisi e non di poco conto. “Tuttavia, il compito della politica è la sintesi – spiega Todde – se non riusciamo a fare sintesi, è meglio andare a casa”. Forse resta però vero quel che si dice dopo, ovverossia che da un lato bisognerebbe smettere di “guardare agli altri e bisognerebbe cominciare a parlare di noi stessi”, come osserva la governatrice, e soprattutto, parlare dell’alternativa.
Perché un’alternativa serve al Paese, dal momento che il momento dell’autocelebrazione del governo Meloni coincide con “una produzione industriale al palo, salari con sempre meno potere d’acquisto, problemi della vita reale delle persone non affrontati“. Dunque, sanità, scuola, lavoro. O meglio, accesso all’educazione, accesso al lavoro, accesso alla sanità. Siamo davvero sicuri che le disuguaglianze non sono cresciute, non si sono rafforzate, non hanno creato steccati fra classi sociali degni di altri tempi e altri sistemi? Del resto, incalza Giani, “campo largo non è solo una tecnica elettorale, ma nasce da esperienze comuni, come quelle portate avanti con Todde”. Il rischio, se non si addiviene alla sintesi” è quello di privare il mondo progressista di una rappresentanza forte”. Un rischio che non deriva necessariamente dal voto. come ricorda il governatore toscano, che spiega i risultati elettorali di ottobre 2022, quando sommando i voti delle forze che formano attualmente il campo largo, si arrivò al 46%, contro un 45% e spiccioli del centrodestra. Ma il centrodestro era unito e presentava un solo candidato nel collegio, dove si concentravano i voti di tutti. “Fu una stupidaggine”, dice Giani. Purtroppo ripetibile, dice qualcuno in platea.
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