Ci sono uomini che lasciano un segno nella storia e altri che riescono a trasformare una visione in un patrimonio collettivo. Arnaldo Rivera, scomparso nel 1987, appartiene a entrambe le categorie. Maestro elementare, partigiano, sindaco di Castiglione Falletto per quasi quarant’anni e fondatore nel 1958 della cooperativa Terre del Barolo, Rivera intuì molto prima di altri che il futuro delle Langhe non sarebbe dipeso dall’individualismo, ma dalla capacità dei piccoli viticoltori di unirsi attorno a un progetto comune. La sua intuizione nacque in un momento in cui il Barolo non era ancora il simbolo mondiale dell’enologia italiana.
Rivera intuì molto prima di altri che il futuro delle Langhe non sarebbe dipeso dall’individualismo, ma dalla capacità dei piccoli viticoltori di unirsi attorno a un progetto comune
Le Langhe erano tra le aree agricole più povere del Nord Italia: una terra difficile, dove la vite conviveva con noccioleti, allevamenti e boschi, e dove il vino rappresentava soprattutto un alimento quotidiano, non ancora un prodotto di pregio. La maggior parte della produzione era costituita dal Dolcetto e dalla Barbera, mentre il Nebbiolo destinato al Barolo occupava una porzione limitata delle colline più vocate. In quegli anni il mercato delle uve si svolgeva ad Alba, nell’allora Piazza Savona, dove i viticoltori erano spesso costretti a vendere il raccolto a prezzi imposti dagli intermediari. Il prezzo dell’uva poteva sfiorare quello delle patate, i contadini erano costretti a stazionare in quella piazza per mesi per vendere tutto il raccolto. La vendemmia diventava così il momento di maggiore vulnerabilità economica per molte famiglie contadine. Fu in questo contesto che Arnaldo Rivera decise di riproporre il modello cooperativo, già conosciuto nelle campagne piemontesi ma in larga parte screditato dalle difficoltà vissute tra la Grande Depressione, le guerre mondiali e il fallimento di numerose esperienze associative. La sua fu una scelta coraggiosa: non solo rilanciò la cooperazione, ma la costruì attorno al vino più prestigioso del territorio, il Barolo, facendone il nome stesso della nuova cantina.
Arnaldo Rivera non solo rilanciò la cooperazione, ma la costruì attorno al vino più prestigioso del territorio, il Barolo,
L’otto dicembre 1958 ventuno viticoltori firmarono l’atto costitutivo della cooperativa. Rivera pose una condizione precisa: ogni socio avrebbe dovuto conferire il 100% delle proprie uve. Una richiesta impegnativa, perché significava affidare completamente il proprio futuro a un progetto ancora tutto da costruire. Nel giro di pochi mesi quella fiducia venne ripagata. Quando nella primavera del 1959 iniziarono gli scavi della nuova cantina, il progetto divenne finalmente concreto agli occhi del territorio. Alla vendemmia dello stesso anno i soci erano già diventati circa 250. Non mancarono le difficoltà: banche diffidenti, intermediari ostili e un mercato poco disposto ad accogliere un nuovo protagonista. Rivera riuscì però a portare avanti il suo disegno anche grazie al sostegno morale di alcuni dei grandi interpreti del Barolo tradizionale. Oggi quello spirito continua a vivere nel progetto Arnaldo Rivera, la linea di punta di Terre del Barolo dedicata ai grandi cru della denominazione. A raccontarne filosofia e prospettive è Gabriele Oderda, responsabile del progetto.
Che cosa rappresenta oggi Arnaldo Rivera per il territorio delle Langhe?
Arnaldo Rivera ha avuto una visione straordinariamente moderna. Ha capito che il Barolo poteva diventare il punto di riferimento attorno al quale costruire il riscatto economico e sociale di centinaia di famiglie. Negli anni Cinquanta oltre l’80% del vino prodotto in zona non era Barolo, ma soprattutto Dolcetto e Barbera. Eppure lui decise di identificare la cooperativa proprio con il vino che allora rappresentava la massima espressione qualitativa del territorio, intuendone le potenzialità future.
Perché la scelta cooperativa fu così innovativa?
Perché arrivava in un momento in cui molti consideravano quel modello ormai superato. Le cooperative nate tra la fine dell’Ottocento avevano attraversato crisi profonde e molte erano scomparse. Rivera ebbe il coraggio di riproporre quel sistema con un’impostazione diversa: mettere insieme tanti piccoli viticoltori per valorizzare il loro lavoro e sottrarli alla speculazione del mercato delle uve.
Qual era la situazione dei viticoltori in quegli anni?
Il conferimento delle uve avveniva ad Alba, dove gli intermediari esercitavano un forte potere contrattuale. Spesso il lavoro di un’intera stagione veniva remunerato con prezzi molto bassi. Rivera offrì un’alternativa concreta: costruire una filiera capace di trasformare direttamente le uve in vino e creare valore per chi le produceva.
Perché chiese ai soci di conferire l’intera produzione?
Perché voleva costruire una comunità prima ancora che un’impresa. Chiedere il conferimento del 100% delle uve significava domandare fiducia assoluta. Ogni famiglia metteva nelle mani della cooperativa il proprio futuro. Era una scelta coraggiosa sia per Rivera sia per i soci.
Come reagì il territorio?
All’inizio con prudenza. Poi, quando partirono i lavori della nuova cantina, molte famiglie capirono che quel progetto sarebbe davvero diventato realtà. Nel giro di pochi mesi si passò da poche decine di soci a circa duecentocinquanta conferitori. Naturalmente non mancarono resistenze: alcuni operatori del mercato cercarono di ostacolare il progetto e anche l’accesso al credito fu complicato. Ma Rivera non si fermò. La cooperativa arrivò a contare oltre 500 famiglie associate ad inizio anni Novanta. Oggi sono 280 famiglie e 600 ettari, un numero stabile negli anni grazie ad una ventina di famiglie con significative rispetto alla media.
Qual è oggi l’eredità di quella scelta?
Terre del Barolo è ancora oggi l’unica cantina cooperativa presente nella Langa del Barolo. Negli anni molti soci hanno sviluppato aziende autonome che sono diventate marchi importanti del territorio. Anche questo rappresenta una parte dell’eredità di Rivera: aver creato le condizioni perché tante famiglie potessero crescere e sviluppare una propria imprenditorialità.
Il progetto Arnaldo Rivera interpreta questa eredità?
Certo, durante ogni vendemmia vinifichiamo separatamente le diverse vigne con l’obiettivo di valorizzarne le identità. Non inseguiamo l’omologazione, ma la diversità dei cru e dei terroir. È un approccio che nasce dalla stessa filosofia di Rivera: valorizzare ogni viticoltore e ogni parcella, facendo emergere le peculiarità del territorio.
Che cosa cerca oggi il consumatore nel Barolo?
Sempre di più autenticità. Dopo anni in cui l’attenzione era concentrata soprattutto sulle grandi personalità del vino, oggi gli appassionati vogliono conoscere la storia delle persone, delle famiglie e dei territori. Il vino torna a essere il racconto di una comunità, del lavoro e del legame con la terra.
Se dovesse riassumere l’eredità di Arnaldo Rivera in una frase?
Non ha lasciato figli, ma centinaia di eredi morali. Le famiglie che ancora oggi vivono grazie a quella intuizione rappresentano il risultato più concreto della sua visione. Rivera ha dedicato la propria vita alla comunità e ha dimostrato che la cooperazione può essere uno strumento di crescita economica, sociale e culturale. È questa l’eredità che continua a vivere ogni giorno nelle Langhe.
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