Il nodo dell’integrazione compare anche nelle aule scolastiche.
A Mestre, all’Istituto comprensivo “Caio Giulio Cesare” di via Cappuccina, i dati delle iscrizioni per il prossimo anno scolastico raccontano una realtà che interroga, ancora una volta, il sistema educativo italiano.
Nelle due scuole dell’infanzia dell’istituto, su 102 nuovi iscritti soltanto due sono figli di famiglie italiane; alla secondaria di primo grado, tra i 118 iscritti alle future prime i cognomi italiani sono soltanto dieci e quattro delle sei nuove sezioni risultano formate esclusivamente da ragazzi di origine straniera.
Lo scorso anno la scuola primaria “Cesare Battisti”, parte dello stesso comprensivo, aveva registrato 61 iscritti nelle classi prime: appena due i bambini di famiglia italiana, mentre una decina possedeva la cittadinanza pur avendo genitori stranieri. Il comprensivo, che conta complessivamente oltre 1.100 alunni, sorge in un quartiere a ridosso della stazione ferroviaria, da decenni punto d’incontro di famiglie giunte dall’Est europeo, dal continente africano e da quello asiatico.
Scuola e integrazione
Dietro i dati si intreccia un doppio fenomeno; da un lato la denatalità, che riduce ovunque i nuovi nati italiani, dall’altro una tendenza meno visibile ma altrettanto incisiva, quella delle famiglie italofone che scelgono di iscrivere i figli in altri plessi, temendo classi a più velocità di apprendimento. Diverse famiglie, come già avvenuto lo scorso novembre, si starebbero muovendo per sollecitare un incontro con l’Usr sul tema dell’equilibrio didattico.
Le regole
Una circolare del Ministero dell’istruzione, la n. 2 dell’8 gennaio 2010 firmata dall’allora ministra Mariastella Gelmini, fissava già “di norma” un tetto del 30 per cento di alunni con cittadinanza non italiana per classe, per evitare la formazione di scuole e classi omogenee. La stessa circolare, tuttora in vigore, prevede però eccezioni: il limite può salire quando gli studenti possiedono adeguate competenze linguistiche – come spesso avviene per chi è nato in Italia – o essere ritoccato in situazioni di oggettiva assenza di alternative, come nei quartieri ad alta concentrazione di residenti stranieri.
Recentemente, la legge 29 luglio 2024 n. 106 ha introdotto, dall’anno scolastico 2025-2026, la possibilità per il Ministero di assegnare docenti dedicati all’insegnamento dell’italiano nelle classi con almeno il 20 per cento di alunni iscritti per la prima volta al sistema nazionale e privi delle competenze di base della lingua.
Scuola e integrazione: i dati
Secondo il Dossier statistico immigrazione di Idos e i rapporti della Fondazione Ismu, gli alunni con cittadinanza non italiana nelle scuole del Paese sono circa 930 mila, l’11,6 per cento del totale nell’anno scolastico 2023-2024, in crescita costante da vent’anni. Un dato che ridimensiona la percezione di un’emergenza improvvisa: quasi due terzi di questi studenti – oltre il 65 per cento – sono nati in Italia, cittadini di fatto in attesa di esserlo anche di diritto.
La Lombardia accoglie circa un quarto degli alunni di origine straniera, seguita da Emilia-Romagna, Veneto, Lazio e Piemonte. Nel solo Veneto la quota regionale sfiora il 17 per cento, con maggiore concentrazione nelle province di Verona, Padova, Venezia e Treviso.
Il background migratorio
Le criticità segnalate a Mestre – difficoltà linguistiche, ritardo scolastico, integrazione a rischio – trovano riscontro nei dati nazionali: gli studenti con background migratorio registrano tassi di ritardo e dispersione più alti dei coetanei. Ma gli esperti invitano alla prudenza: la ricerca mostra che a incidere sugli apprendimenti non è tanto la quantità di alunni stranieri, quanto la qualità dell’accoglienza e delle risorse in campo. L’obiettivo da raggiungere, allora, non è contare i cognomi – stranieri e non – nei registri, ma garantire ad ogni bambino – qualunque sia la sua origine – condizioni di partenza eque e una didattica imparziale.
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Priscilla Rucco
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