ieri 60 feriti, il cantiere brucia ancora


Ieri pomeriggio la Val di Susa è tornata ad essere un campo di battaglia No TAV. 60 feriti tra polizia, carabinieri e guardia di finanza, 4 mezzi incendiati, 2 completamente distrutti. L’autostrada A32 Torino-Bardonecchia chiusa tra Oulx e Susa Est. La circolazione ferroviaria fermata a Bruzolo per la presenza di circa 350 manifestanti sui binari. Una scena che si ripete ogni anno, con la stessa coreografia, gli stessi luoghi, la stessa ferocia

Come ogni anno in questo periodo, il festival Alta Felicità a Venaus ha radunato migliaia di persone contrarie alla linea Torino-Lione. Un gruppo di oltre cinquecento incappucciati appartenenti all’area antagonista, nel quale sarebbero presenti anche francesi, si è trovato al presidio dei Mulini e da lì, attraverso sentieri, ha raggiunto il cantiere di Chiomonte in Val Clarea. Prima della manifestazione le forze dell’ordine avevano sequestrato alla stazione di Bardonecchia fionde, razzi, biglie, petardi e fuochi d’artificio. Il prefetto di Torino aveva imposto limitazioni e divieti, il questore aveva emesso quattordici provvedimenti tra Daspo urbani e fogli di via. Non è servito a niente.

Mattarella ha chiamato Piantedosi per esprimere solidarietà agli agenti feriti. Meloni ha pubblicato un video: “Chi lancia bombe carta attacca lo Stato”. Salvini ha parlato di frutti avvelenati della sinistra. Tajani di connivenza. L’opposizione ha condannato la violenza senza aggiungere molto altro. Il copione è identico a quello degli anni scorsi.

Una valle, un treno, trent’anni di conflitto

La storia del movimento No TAV inizia prima ancora che il progetto della linea Torino-Lione avesse una forma definitiva. Siamo nei primi anni Novanta, quando l’Unione Europea comincia a disegnare i corridoi ferroviari transeuropei e la Val di Susa viene individuata come il tracciato naturale per collegare Torino a Lione attraverso le Alpi. I comuni della valle iniziano a organizzarsi. Nel 1995 nasce il Comitato Habitat che aggrega amministratori locali, cittadini, associazioni ambientaliste. La protesta è civile, istituzionale, radicata nel territorio.

Per tutti gli anni Novanta e i primi Duemila, il No TAV è un movimento di valle: sindaci, parroci, agricoltori, insegnanti che si oppongono a un’opera che ritengono inutile, dannosa per l’ambiente e devastante per le comunità locali. Le ragioni sono concrete: impatto sul territorio, costo dell’opera, dubbi sull’effettiva utilità di una linea che si sovrappone a una già esistente e sottoutilizzata. Il Coordinamento dei comitati si struttura, i presidenti di Comunità montana portano la battaglia nelle sedi istituzionali.

Il 2005: la svolta di Venaus

La svolta arriva nella notte tra il 5 e il 6 dicembre 2005. Il governo Berlusconi decide di procedere con i sondaggi geologici preliminari nel comune di Venaus. All’alba, duemila persone bloccano i lavori e vengono caricate dalla polizia. Le immagini di quella notte fanno il giro d’Italia: anziani, donne, bambini caricati dalle forze dell’ordine nel buio della val di Susa. Il governo fa un passo indietro, i sondaggi vengono sospesi. Per il movimento è una vittoria che consolida e radicalizza insieme.

Da quel momento la protesta cambia natura. Rimane radicata nella valle, con il sostegno popolare che non viene mai meno, ma attira progressivamente una componente antagonista esterna: centri sociali, anarchici, autonomi da tutto il nord Italia e dalla Francia. Le due anime del movimento, quella civica dei valligiani e quella antagonista degli outsider, convivono per anni in una tensione che il tempo non ha mai risolto.

Il cantiere di Chiomonte e gli anni della guerriglia

Nel 2011 il governo Berlusconi decide di procedere con la costruzione del cunicolo esplorativo a Chiomonte, primo passo concreto verso la realizzazione della galleria di base. A giugno le forze dell’ordine sgomberano il presidio No TAV in Val Clarea. Sono gli scontri più violenti fino a quel momento: lacrimogeni, idranti, decine di feriti da entrambe le parti. Il cantiere viene recintato e presidiato militarmente in modo permanente, com’è ancora oggi.

Da lì in poi, ogni estate diventa l’occasione per un’escalation. I manifestanti trovano sentieri alternativi per aggirare i presidi, affinano le tecniche di attacco, importano pratiche dai cortei francesi. Le forze dell’ordine adeguano le contromisure, sequestrano materiale, emettono Daspo. Il risultato è una guerra di posizione che si ripete con variazioni minime ogni anno, con feriti da entrambe le parti e danni materiali crescenti.

La questione di fondo: serve davvero questo treno?

Dietro trent’anni di scontri c’è una domanda che la politica non ha mai risolto in modo definitivo. La linea Torino-Lione serve? La risposta dipende da chi si interroga.

I sostenitori dell’opera, da Bruxelles a Roma, sostengono che il collegamento ferroviario ad alta velocità attraverso le Alpi sia indispensabile per spostare il traffico merci dalla gomma al ferro, ridurre le emissioni, connettere l’Italia al cuore dell’Europa. I costi, lievitati nel corso degli anni fino a oltre venti miliardi di euro per la sola sezione italiana, vengono giustificati con i benefici a lungo termine.

I critici, che includono non solo gli antagonisti ma economisti, ingegneri e persino la Corte dei Conti in alcune relazioni, sostengono che la linea esistente è sottoutilizzata, che i flussi di merci previsti non giustificano l’investimento, che quei miliardi potrebbero essere spesi meglio in manutenzione ordinaria e trasporto locale. È un dibattito serio, con argomenti seri da entrambe le parti, che la violenza degli scontri ha contribuito a rendere impossibile nel discorso pubblico.

Il nodo che nessuno scioglie

Quello che è accaduto ieri a Chiomonte non è la continuazione di un dibattito. È la sua negazione. Quando si lanciano mortai artigianali contro le forze dell’ordine e si incendiano camionette dei carabinieri, non si sta protestando. Si sta facendo altro, che ha poco a che vedere con le ragioni originarie di un movimento nato da una valle che non voleva essere devastata da un cantiere. Quelli erano i No TAV.

Il problema è che questa distinzione tra il movimento civico No TAV dei valligiani e la componente antagonista che arriva da fuori ogni estate, è diventata impossibile da fare nel discorso pubblico. La politica usa la violenza degli incappucciati per screditare l’intera opposizione all’opera. I difensori del movimento faticano a condannare gli scontri senza sembrare traditori. Nel mezzo, i sindaci e i cittadini della Val di Susa che trent’anni fa avevano ragioni concrete e legittime per opporsi a quest’opera si trovano rappresentati, loro malgrado, da chi lancia razzi contro i carabinieri.

Mattarella ha chiamato Piantedosi. Meloni ha detto che lo Stato non si piegherà. Il cantiere di Chiomonte domani mattina riapre i battenti. E l’anno prossimo, al festival Alta Felicità di Venaus, andrà in scena la stessa scena.


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 Luca Messi

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