La pellicola si dimostra “Una curiosità culturale che, in questo tempo di imbarbarimento progressivo, non può che essere salutata con piacere”
Legnanese Rhodense – Il regista Christopher Nolan – il film più recente del quale, “The Odyssey”, sta sbancando il box office con oltre 900 milioni di dollari incassati in tutto il mondo, dopo poche settimane dall’uscita nelle sale cinematografiche e dopo essere costato circa 250 milioni di dollari – è entrato a far parte di quella ristretta categoria di operatori della VII Arte che viene definita dei Maestri.
Da un maestro all’altro
Ne deriva che, in quanto Maestro del Cinema (le maiuscole sono d’obbligo!), goda di un’assoluta “licenza poetica”.
In virtù della quale gli è consentito di “interpretare” un poema classico del calibro dell’Odissea omerica (al netto del fatto, va precisato, che la figura del poeta Omero sia avvolta nella leggenda, tanto da mettere in dubbio l’esistenza stessa di Omero).
La premessa di cui sopra è necessaria per sgomberare il campo da fastidiosi equivoci: il film di Nolan utilizza (nel senso migliore del termine, sia chiaro) il contenuto del poema – ossia il lungo e periglioso viaggio di Odisseo, alias Ulisse, nelle acque del Mediterraneo, dopo la distruzione di Troia tramite lo stratagemma del Cavallo, verso casa: l’isola di Itaca – per descrivere le pene, i rovelli, le inquietudini, i patemi d’animo, le paure, le nefandezze, gli scatti d’orgoglio e nobiltà, i rimpianti, le nostalgie struggenti dell’uomo contemporaneo.
In un contesto irto d’insidie e d’incertezze, mutevole come un mare in tempesta e parimenti letale, al cui interno tutto e il contrario di tutto viene messo in discussione e sovvertito; Ulisse, divenuto “del mondo esperto, e degli vizi umani e del valore”, mise se stesso “per l’alto mare aperto” (Inferno, Canto XXVI) e, spronati i suoi compagni a considerare la propria “semenza”, ossia quella scintilla che impedisce loro “a viver come bruti”, intraprende il viaggio di ritorno agognando di rivedere e riabbracciare la moglie Penelope e il figlio Telemaco.
Un’Odissea decisamente moderna
Nolan trasforma l’Odissea, intesa come percorso di rigenerazione e riscoperta dei valori più nobili dell’esistenza, in una metafora dei nostri tempi in cui il materialismo più gretto, la miopia più egoista, l’insensibilità più acuta sembrano essere diventati i (dis)valori di riferimento.
L’Odisseo di Christopher Nolan (interpretato da un legnoso Matt Demon, che fa rimpiangere non poco sia Kirk Douglas nell’”Ulisse” di Mario Camerini del 1954 sia Bekim Fehmiu nello sceneggiato televisivo “Odissea” del 1968 diretto da Franco Rossi, Piero Schivazappa e Mario Bava), dilaniato dalla responsabilità di aver provocato la fine di una civiltà attraverso la distruzione di Troia, evidenzia con efficacia il disorientamento profondo dell’uomo contemporaneo e la sua paura di essere travolto dagli eventi.
Gli dei della mitologia greca sono stati sostituiti da quelli della nuova religione digitale, e la fragilità e l’incompletezza dell’eroe omerico preda delle proprie pulsioni (rimpianto degli affetti familiari, desiderio di andare oltre l’orizzonte, voglia di vendetta) vengono amplificate nell’uomo contemporaneo rendendolo dolorosamente consapevole della propria caducità, simile a quella delle ungarettiane foglie “d’autunno”.
Il “distruttore di mondi”
L’Odisseo del regista britannico appare come un “distruttore di mondi”, antesignano quasi del fisico Oppenheimer, l’inventore della bomba atomica, nel film omonimo del 2023 diretto guarda caso sempre da Nolan.
Una coerenza filmografica, per così dire, che sottolinea l’indagine diuturna del Maestro riguardo le incredibili vastità dell’animo umano, nonché le costanti dello stesso nel corso dei secoli: perennemente in bilico fra il divino e il bestiale.
La capacità di cavalcare l’onda
Detto questo, sia consentito formulare anche una considerazione tanto maliziosa quanto legittima: Nolan, oltre ad essere un regista di livello superiore, è anche un gran furbastro attento al box office (gli eccellenti risultati del quale sono sotto gli occhi di tutti!), nonché alla moda culturale del momento (che dello stesso box office è una formidabile leva propulsiva).
In che senso?
E’ presto detto: strizzare l’occhio al politically correct (vedi le innumerevoli sottolineature della cosiddetta Legge di Zeus sull’ospitalità, nota nell’antica Grecia come xenia, di cui il film è infarcito) e vellicare con abilità consumata le basi della cultura woke (la bella Elena “dalle bianche braccia” e “dai capelli d’oro” è interpretata dall’attrice Lupita Nyong’o di origine messicano-kenyota-americana e l’attore transgender Elliot Page incarna il ruolo di Sinone) dimostra quanto il buon Christopher sappia mirabilmente cavalcare l’onda, con o senza l’approvazione di Poseidone.
Al netto di quanto scritto finora, va detto che il grande merito di “The Oddisey” è ascrivibile all’enorme interesse di pubblico e di critica che il film ha suscitato e sta suscitando inducendo non pochi a scoprire il poema omerico oppure a riprenderlo in mano.
Una curiosità culturale che, in questo tempo di imbarbarimento progressivo, non può che essere salutata con piacere e riconoscenza, polemiche comprese (anch’esse propellente ideale del e per il box office).
Del resto, come ha scritto Paolo Mereghetti sul Corriere della Sera lo scorso 16 luglio: “Altro che elmi creativi e pigmentazioni non regolamentari (ma secondo quale regola? Quella che ha fatto della britannica Elizabeth Taylor una regina egiziana?)”.
Buona visione a tutti.
Luciano Landoni
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