di Anna Balestrieri
Al Parlamento britannico, l’organizzazione guidata da Hillel Neuer denuncia lacune nella trasparenza dei finanziamenti ai relatori speciali delle Nazioni Unite. Nel mirino i contributi provenienti da Cina, Russia, Qatar e fondazioni private. Tra i nomi citati anche Francesca Albanese, per la quale UN Watch stima oltre 2,5 milioni di dollari di sostegno, in larga parte non monetario. Una ricostruzione che solleva interrogativi sull’indipendenza degli esperti, ma le cui cifre comprendono anche valutazioni economiche elaborate dall’organizzazione.
Chi finanzia gli esperti delle Nazioni Unite incaricati di vigilare sul rispetto dei diritti umani? E quanto sono trasparenti i rapporti economici tra questi funzionari indipendenti, i governi e le fondazioni private che ne sostengono le attività?
Sono le domande al centro dell’iniziativa presentata il 19 ottobre 2026 al Parlamento britannico da UN Watch,organizzazione non governativa con sede a Ginevra che monitora l’operato delle Nazioni Unite, denunciandone da anni quelli che considera doppi standard e carenze di imparzialità.
Nel corso di un incontro presieduto dalla parlamentare conservatrice Priti Patel, già ministra dell’Interno del Regno Unito, il direttore esecutivo di UN Watch, Hillel Neuer, ha illustrato i risultati di un’indagine sui finanziamenti esterni ricevuti, direttamente o indirettamente, dagli esperti indipendenti del Consiglio ONU per i diritti umani.
Accanto a Neuer sono intervenuti Daniel Radomski, responsabile della strategia e della diplomazia dell’organizzazione, e il ricercatore Luis Pelaez. L’occasione è servita anche a presentare lo studio From Watchdogs to Ideologues, dedicato al ruolo e all’indipendenza dei relatori speciali.
La novità principale è una banca dati consultabile pubblicamente, che incrocia le dichiarazioni finanziarie annuali degli esperti dell’ONU con registri fiscali statunitensi, documentazione sulle sovvenzioni delle fondazioni e altre fonti pubbliche.
Secondo UN Watch, il sistema di rendicontazione attuale non consentirebbe di ricostruire sempre con chiarezza chi finanzia le attività dei relatori, attraverso quali intermediari e con quali finalità.
88 milioni di dollari di sostegno, oltre 11 milioni non pienamente dichiarati
I numeri diffusi dall’organizzazione riguardano il periodo compreso tra il 2016 e il 2025. La banca dati censisce circa 88,2 milioni di dollari di sostegno economico e in natura, distribuiti fra 140 esperti e titolari di mandato e riconducibili a 366 donatori esterni.
Secondo l’analisi di UN Watch, circa 32,3 milioni proverrebbero direttamente da governi nazionali. Altri 11,87 milioni sarebbero stati omessi o dichiarati soltanto parzialmente nella documentazione ufficiale, mentre circa 1,42 milioni corrisponderebbero a contributi per i quali l’identità del finanziatore non risulta indicata.
Complessivamente, l’organizzazione segnala oltre 42 milioni di dollari associati ad almeno una criticità di trasparenza: dati incompleti, provenienza non sufficientemente documentata o presunte violazioni degli obblighi di dichiarazione.
Le cifre richiedono tuttavia una precisazione importante. Non si tratta di 88 milioni di dollari versati personalmente ai relatori speciali. Il totale comprende anche il valore stimato di assistenti di ricerca, viaggi, strutture universitarie, servizi logistici e partecipazioni a conferenze, talvolta finanziati da soggetti terzi.
La banca dati attribuisce inoltre valori convenzionali ad alcune forme di sostegno prive di quantificazione economica. Le sue stime, pertanto, non coincidono necessariamente con somme materialmente trasferite agli esperti, né dimostrano da sole l’esistenza di conflitti di interesse.
Il problema sollevato da UN Watch resta comunque rilevante: quanto può essere considerato indipendente un esperto internazionale se il pubblico non dispone di informazioni complete sui soggetti che sostengono le attività collegate al suo mandato?
Cina, Russia e Qatar: quando i finanziatori sono gli Stati sotto osservazione
Tra gli elementi più controversi dell’indagine figurano i finanziamenti attribuiti a governi che sono a loro volta oggetto di attenzione internazionale per le violazioni dei diritti umani.
Secondo la banca dati, oltre 2,4 milioni di dollari di sostegno sarebbero riconducibili alla Cina e a enti collegati, 2,1 milioni alla Russia e complessivamente 174.000 dollari al Qatar e all’Arabia Saudita.
Una parte di questi contributi sarebbe stata destinata a mandati specifici, compresi quelli riguardanti il contrasto al terrorismo, il razzismo e la violenza contro le donne.
Il caso più significativo evidenziato da UN Watch riguarda Ben Saul, relatore speciale sul contrasto al terrorismo. L’organizzazione sostiene che il suo mandato abbia beneficiato di 150.000 dollari provenienti dalla Cina e accusa l’esperto di non aver denunciato adeguatamente la persecuzione degli uiguri, che Pechino giustifica ufficialmente attraverso la propria politica antiterrorismo.
UN Watch richiama inoltre il caso di George Katrougalos, presidente del comitato di coordinamento delle procedure speciali delle Nazioni Unite, indicando un finanziamento cinese di 100.000 dollari nel 2025. L’organizzazione mette questo dato in relazione con le dichiarazioni pubbliche favorevoli espresse da Katrougalos sul pensiero e sulla visione politica del presidente Xi Jinping.
Si tratta di collegamenti avanzati da UN Watch che richiedono di distinguere il dato finanziario dalla valutazione del comportamento dell’esperto. Il fatto che un governo sostenga un determinato mandato non prova, di per sé, che le conclusioni del relatore siano state condizionate dal finanziamento.
Rimane però la questione della prevenzione dei conflitti di interesse, particolarmente delicata quando un finanziatore è anche un possibile destinatario delle valutazioni dell’esperto.
Il caso Francesca Albanese: 2,56 milioni di sostegno stimato
Un capitolo centrale dell’indagine riguarda Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967, figura al centro di un acceso confronto internazionale per i suoi rapporti e le sue prese di posizione su Israele.
Secondo UN Watch, Albanese non avrebbe indicato valori monetari per il sostegno esterno alle proprie attività. La banca dati dell’organizzazione le attribuisce tuttavia un valore complessivo stimato di 2.563.753 dollari, comprendente assistenza alla ricerca, viaggi, sponsorizzazioni, supporto logistico e altri servizi.
Nel comunicato diffuso dopo la presentazione londinese, UN Watch sostiene che una parte del sostegno sarebbe collegata ad Al Jazeera, emittente finanziata dal Qatar, e a gruppi di advocacy impegnati sulla questione palestinese.
La newsletter dell’organizzazione parla inoltre di circa 600.000 dollari riconducibili a fonti non adeguatamente identificate e formula accuse riguardanti contributi attribuiti a organizzazioni che UN Watch descrive come vicine a Hamas.
Il dato dei 2,56 milioni non deve però essere interpretato come un compenso personale percepito da Albanese, né come la prova che abbia ricevuto direttamente quella somma. È una stima del valore complessivo del sostegno associato alle sue attività, calcolata secondo la metodologia elaborata da UN Watch.
La questione sollevata dall’indagine riguarda quindi, innanzitutto, la possibilità di ricostruire in modo trasparente e verificabile il sostegno economico e organizzativo collegato al mandato di una figura che esercita un’influenza significativa sul dibattito internazionale relativo a Israele e ai territori palestinesi.
Open Society Foundations e Ford Foundation: il ruolo delle fondazioni private
L’indagine non si concentra esclusivamente sui finanziamenti governativi. Una parte considerevole dell’attenzione è dedicata al ruolo delle grandi fondazioni filantropiche, in particolare le Open Society Foundations e la Ford Foundation, che finanziano progetti accademici, organizzazioni non governative e programmi sui diritti umani.
Secondo UN Watch, questi finanziamenti possono raggiungere gli uffici e le attività dei relatori attraverso università, associazioni e altri soggetti intermediari, rendendo difficile ricostruire il percorso originario delle risorse.
Tra i casi evidenziati figura quello di Tlaleng Mofokeng, già relatrice speciale sul diritto alla salute. L’organizzazione sostiene che nelle dichiarazioni all’ONU non comparisse una sovvenzione di 200.000 dollari delle Open Society Foundations destinata a OurEquity NPC, organizzazione fondata dalla stessa Mofokeng.
Un secondo caso riguarda Philip Alston, professore di diritto alla New York University ed ex relatore speciale sulla povertà estrema. Secondo UN Watch, non sarebbero stati dichiarati 600.000 dollari di sovvenzioni delle Open Society Foundations assegnati alla NYU per attività collegate al suo mandato.
In entrambi gli episodi, il destinatario formale dei contributi sarebbe stato un ente o un’organizzazione, non necessariamente il relatore come persona fisica.
È proprio la distinzione tra finanziamento personale, finanziamento istituzionale e sostegno indiretto a costituire uno dei nodi della controversia. Una distinzione essenziale per valutare correttamente gli eventuali obblighi di dichiarazione, ma anche per comprendere il grado effettivo di autonomia degli esperti rispetto ai loro finanziatori.
L’indipendenza dei relatori speciali e le regole delle Nazioni Unite
I relatori speciali non sono funzionari ordinari delle Nazioni Unite. Sono esperti indipendenti nominati nell’ambito delle procedure speciali del Consiglio per i diritti umani e svolgono attività di monitoraggio, documentazione, consulenza e denuncia delle violazioni dei diritti fondamentali.
Il loro lavoro può contribuire a influenzare il dibattito pubblico, le decisioni dei governi e le iniziative degli organismi internazionali. Per questo motivo l’indipendenza, l’imparzialità e l’assenza di pressioni indebite rappresentano requisiti fondamentali del mandato.
Il sistema ONU ammette contributi volontari e risorse supplementari destinate alle procedure speciali, pur sottolineando la necessità della massima trasparenza e la preferenza per finanziamenti non vincolati a specifici mandati.
Ricevere sostegno esterno non costituisce quindi automaticamente una violazione delle regole ONU. Le questioni decisive sono la provenienza delle risorse, le condizioni poste dal finanziatore, le modalità con cui vengono dichiarate e l’eventuale influenza esercitata sull’attività dell’esperto.
UN Watch ritiene che gli attuali strumenti di controllo non siano sufficienti a garantire una verifica pubblica completa di questi rapporti finanziari.
Le riforme richieste da UN Watch
Alla presentazione dei dati, Hillel Neuer ha affiancato una serie di proposte per modificare il funzionamento del sistema delle procedure speciali.
L’organizzazione chiede innanzitutto un controllo periodico dell’operato dei relatori da parte di una coalizione di Stati democratici, accompagnato da valutazioni pubbliche e da maggiori strumenti di responsabilità individuale.
Propone inoltre il divieto di finanziamenti esterni destinati a specifici mandati, un meccanismo indipendente di revisione contabile e la possibilità di sottoporre gli esperti a verifiche e sanzioni in caso di irregolarità.
UN Watch sollecita anche un controllo esterno delle candidature e standard probatori più rigorosi nella produzione dei rapporti, contestando l’uso di fonti anonime o non sufficientemente verificabili.
Sono proposte che aprono a loro volta interrogativi sul futuro delle procedure speciali: rafforzare la trasparenza senza compromettere l’indipendenza degli esperti, e introdurre maggiori controlli senza assoggettarli alla pressione politica dei governi chiamati a valutare.
La questione di fondo: chi controlla chi controlla?
Il lavoro presentato da UN Watch non dimostra che l’intero sistema dei relatori speciali sia condizionato dai finanziatori, né consente di considerare accertate tutte le irregolarità denunciate. Offre però uno strumento di consultazione e una serie di contestazioni specifiche che richiedono risposte documentate.
Il suo principale contributo è quello di richiamare l’attenzione sulla distanza che può esistere tra l’indipendenza formale di un incarico internazionale e la complessità delle risorse economiche necessarie a esercitarlo.
Chi indaga sulle violazioni dei diritti umani e chiede trasparenza agli Stati deve poter dimostrare, a sua volta, la trasparenza delle risorse che sostengono il proprio lavoro.
È su questo principio che UN Watch costruisce la propria iniziativa. E sarà soprattutto la capacità delle istituzioni delle Nazioni Unite, dei singoli relatori e dei finanziatori di rispondere alle contestazioni con informazioni verificabili a determinare se la nuova banca dati rappresenterà l’inizio di un confronto concreto sulle regole dell’indipendenza internazionale oppure un ulteriore terreno di scontro politico.
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