È scaduta mercoledì 17 l’esenzione dalle sanzioni che consentiva l’acquisto di petrolio russo trasportato via mare. Non è la prima volta che Washington adotta questa linea: nei mesi scorsi l’amministrazione Trump aveva già lasciato decadere l’esenzione in due occasioni, salvo poi prorogarla pochi giorni dopo. Durante il conflitto con il regime iraniano, la Casa Bianca aveva infatti scelto di mantenere temporaneamente la deroga per consentire alle economie maggiormente colpite dalla crisi dello Stretto di Hormuz di continuare l’approvvigionamento di greggio russo.
Dopo la firma del memorandum d’intesa tra Washington e Teheran, Donald Trump ha menzionato al vertice del G7 in Francia la possibilità di reintrodurre le sanzioni al petrolio russo via mare, e ha specificato che l’amministrazione «sta valutando la questione» e che sta osservando l’andamento del mercato energetico: «Stiamo guardando quanto scenderà il prezzo del petrolio. Sta davvero crollando».
Già il giorno precedente Trump aveva lasciato intendere che gli Stati Uniti potrebbero annullare l’esenzione e ripristinare le sanzioni: «Presto potremo farlo, dato che ora il petrolio sta fluendo dal Medio Oriente».
L’anno scorso Washington aveva imposto sanzioni alle principali compagnie petrolifere russe, tra cui Rosneft e Lukoil, nel tentativo di spingere il Cremlino alla pace in Ucraina. Giovedì 18 il ministro al Tesoro Scott Bessent aveva annunciato una nuova proroga di 30 giorni per l’acquisto di petrolio russo via mare, giustificandola con la necessità di sostenere i Paesi «vulnerabili dal punto di vista energetico» a causa della guerra.
Nel frattempo, il memorandum d’intesa raggiunto tra Stati Uniti e Teheran ha aperto la strada alla ripresa delle esportazioni petrolifere iraniane sui mercati internazionali. L’accordo, che non costituisce ancora un trattato di pace definitivo, è stato firmato digitalmente da Donald Trump e dal presidente iraniano Masoud Pezeshkian. Il testo prevede un periodo di 60 giorni di negoziati durante il quale le ostilità militari resteranno sospese, lo Stretto di Hormuz sarà riaperto al traffico commerciale e Teheran potrà riprendere le esportazioni di petrolio grazie a specifiche deroghe alle sanzioni americane.
Teheran ha confermato che l’attuazione dell’intesa è già iniziata: «Il nostro monitoraggio mostra che le nostre navi sono entrate e uscite dai porti senza problemi». Lo ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, come riporta l’agenzia Mehr.
Anche da Washington sono arrivati segnali di conferma; il vicepresidente JD Vance ha riferito che il Comando Centrale degli Stati Uniti ha autorizzato il passaggio di «più di una decina di navi» attraverso l’area: oltre 12 milioni e 500 mila barili di petrolio hanno attraversato lo Stretto di Hormuz nella sola notte successiva alla firma del memorandum. Il vicepresidente ha definito questi sviluppi le prime prove concrete dell’attuazione dell’accordo da parte di entrambe le parti: «Anche noi stiamo rispettando la nostra parte dell’intesa nella fase iniziale sul piano militare».
E i dati raccolti dalle società di monitoraggio marittimo stanno già confermando la valutazione del vicepresidente: diverse società hanno infatti registrato un aumento del traffico nello Stretto di Hormuz meno di 24 ore dopo la firma dell’accordo. La società specializzata Windward ha riferito che sette navi, rimaste bloccate per oltre tre mesi dall’inizio del conflitto, hanno ripreso la navigazione. Lloyd’s List Intelligence ha invece registrato almeno 14 transiti attraverso lo Stretto giovedì 18, contro appena due nello stesso giorno della settimana precedente.
Ma nonostante i primi segnali positivi, gli analisti ritengono che potrebbero essere necessari diversi mesi prima che i flussi di petrolio e gas tornino ai livelli precedenti al conflitto. Nel frattempo il mercato ha reagito positivamente. Giovedì 17 il prezzo del greggio è sceso sotto la soglia dei 78 dollari al barile per la prima volta dall’inizio della guerra. Nella mattinata del venerdì i futures sul Brent perdevano 1,59 dollari, pari al 2 percento, attestandosi a 77,96 dollari al barile. Il West Texas Intermediate statunitense cedeva invece 1,83 dollari, pari al 2,38 percento, scendendo a 74,96 dollari al barile.
Per il momento i dati sul traffico marittimo indicano che la navigazione commerciale sta gradualmente tornando alla normalità. In un messaggio pubblicato su X, Windward ha sottolineato che «sette navi bloccate da 109 giorni dall’inizio della guerra sono ora in movimento», definendo questo sviluppo il segnale di una rapida riapertura delle rotte. La società ha inoltre osservato che cinque delle prime navi ripartite erano collegate ad operatori cinesi, mentre anche diversi armatori europei hanno ripreso le proprie attività. Per la società, questi primi riscontri sono sintomo di crescente fiducia dell’industria marittima nella tenuta dell’accordo.
Tra le navi che hanno ripreso la navigazione figurano una metaniera francese diretta in Pakistan, una petroliera battente bandiera di Hong Kong gestita dal gruppo cinese Cosco, una portarinfuse battente bandiera italiana, una portarinfuse di Hong Kong e una superpetroliera giapponese. Lloyd’s List Intelligence ha confermato che tra le navi in movimento figurano anche unità controllate da grandi gruppi internazionali come Grimaldi e il gruppo giapponese Nyk.
Un’analisi condotta da Reuters ha inoltre evidenziato che tre superpetroliere saudite della compagnia Bahri, cariche complessivamente di circa 6 milioni di barili di greggio, hanno attraversato lo Stretto di Hormuz poche ore dopo la firma dell’intesa. Durante il conflitto, molte navi avevano disattivato i transponder per occultare parte delle proprie rotte; la ripresa dei transiti rappresenta quindi un segnale evidente del graduale ritorno alla normalità nel principale corridoio energetico del mondo.
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Redazione ETI/Guy Birchall
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