Lo Stabilicum ha scoperchiato il Vaso di Pandora della destra


Non si affievolisce  nel centrodestra la questione delle preferenze che, dopo il flop delle preferenze alla Camera, sposta tutto il peso sul voto di Palazzo Madama. Ma dentro la coalizione di Governo le posizioni restano opposte. E se prima lo erano in maniera velata, impalpabile e nascosta oggi lo sono in modo del tutto palese, a causa della proposta di reintrodurre l’emendamento al Senato, dove il voto sarà appunto palese.

A mettersi di traverso è Forza Italia, che ha fatto sapere che il testo uscito dalla Camera «è perfetto» e che non presenterà emendamenti. Una posizione che, sommata alla freddezza di Tajani e delle posizioni categoriche della Craxi subito dopo il voto a Montecitorio, lascia poco spazio a interpretazioni: Forza Italia, di permettere agli elettori di scegliere i parlamentari non ne vuole sapere.

Da Palazzo Chigi, invece, filtra la paura che insistere sulle preferenze senza un accordo tra alleati «esponga la maggioranza a rischi notevoli», prima fra tutte quella della mancanza di tenuta se dovesse verificarsi un voto simile su un emendamento speculare al Senato: sarebbe crisi, questa volta palese. Sulla questione delle preferenze, quindi, il Governo rischierebbe persino di cadere, e non per un principio o un impegno assunto davanti agli elettori (tutt’altro) ma per una mera questione “partitocratica”.

E, sullo sfondo, pesa anche la seconda debolezza della maggioranza: il rischio di una pronuncia a sfavore della nuova legge elettorale da parte della Corte Costituzionale. Da qui l’idea di rallentare i tempi e spostare il dibattito in aula a ridosso dell’autunno. La commissione Affari costituzionali del Senato ha incardinato formalmente il provvedimento, il che fa partire la corsa contro il tempo per l’approvazione. L’approvazione della riforma elettorale è destinata a passare sicuramente visto che con l’attuale Rosatellum si consegnerebbe il Paese all’ipotesi di governo di larghe intese.

La riforma che metterà a breve lo Stabilicum al posto del Rosatellum, è spiegata dalla maggioranza come strumento per ridurre la probabilità di larghe intese post-elettorali. Un aspetto connaturato al nostro sistema parlamentare, che però la riforma stessa non scalfisce nemmeno in superficie, perché il premio di maggioranza premia le coalizioni forti e pre-formate che riescano a superare il 42 percento dei voti. Ma vista la situazione attuale di profonde divisioni nella maggioranza (che comunque è “compatta” rispetto all’opposizione, il che è tutto dire) l’unico effetto concreto dello Stabilicum è quello di anticipare la stessa identica dinamica delle larghe intese a prima del voto invece che dopo, basandosi sui sondaggi e non sui voti reali presi alle urne.

La nuova legge elettorale non elimina quindi la necessità di alleanze: le rende solo più rigide e le anticipa. E siccome il centrodestra si presenta diviso e oltretutto indebolito dalla (sgradita) presenza di Roberto Vannacci, l’effetto finale dello Stabilicum, potrebbe essere peggiore del Rosatellum: un governo ancora più debole e instabile. Perché la nuova legge elettorale è pensata sulla fotografia degli attuali sondaggi: assume che la “coalizione Meloni” riuscirà a presentarsi unita (il che già non è vero, come si vede) e forte abbastanza da superare il 42 percento; ma senza Futuro Nazionale, i sondaggi stessi su cui tutta questa impalcatura si fonda dicono che per la destra sarà molto difficile ottenere il fatidico premio di maggioranza. E a quel punto essere passati dal Rosatellum allo Stabilicum sarà stato inutile. Per non dire controproducente, perché senza il premio lo Stabilicum è un sistema proporzionale puro, mentre l’attuale Rosatellum ha perlomeno il piccolo correttivo maggioritario dei collegi uninominali.

Vista dall’esterno, la situazione fa immaginare che il Governo voglia cambiare le regole ora mentre ha i numeri in Parlamento – per riportare l’attuale vantaggio alle elezioni 2027; e che stia nel frattempo sottovalutando (se il livello degli scontri verbali di questi giorni è “reale”) il problema Vannacci. Ma senza generose concessioni al Generale, visto il livello di frammentazione della destra, la nuova legge potrebbe essere persino più rischiosa per la governabilità rispetto al Rosatellum attuale. Ovvio quindi che in questo contesto il tema di un serio stabile e patto pre-elettorale Vannacci-Meloni sia il più importante. Ma l’architettura del sistema istituzionale italiano, per come è concepita, rende un simile patto molto difficile da rispettare. Lo dimostrano sia la Storia che la cronaca del nostro Paese.

Sul tutto incombe poi l’obbligo dello Stabilicum di indicare il/la “premier” prima delle elezioni, a voler rafforzare l’idea di un mandato chiaro prima del voto, ma che presenta seri rischi di incostituzionalità.

Sia come sia, al momento Roberto Vannacci sta cercando un’alleanza elettorale con Giorgia Meloni (che a sua volta ha disperato bisogno del Generale), a cui ha proposto un «accordo programmatico scritto, pubblico e verificabile» su temi come immigrazione, nucleare, tasse e carceri, ma anche su un cambio di linea sull’Ucraina. Un patto che il Governo ora definisce inaccettabile.

Intanto, la Camera è alle prese con la discussione e il voto degli schemi di intesa preliminare dell’autonomia differenziata, la riforma che permette alle Regioni di ottenere maggiori poteri e competenze sottratte allo Stato centrale ad esempio su sanità, ambiente o istruzione. Il ministro per gli Affari regionali Roberto Calderoli ha annunciato che il Governo procederà con un disegno di legge distinto per ciascuna Regione, corredato da due allegati su sanità e coordinamento della finanza pubblica.
L’opposizione contesta le pre-intese già firmate con Liguria, Lombardia, Piemonte e Veneto, testi definiti dal centrosinistra «letteralmente identici tra loro», più vicini a un progetto unico che ad accordi calibrati sui singoli territori. Al Sud la protesta è più netta: il presidente della Puglia Antonio Decaro ha annunciato ricorso alla Corte Costituzionale, mentre quello della Campania Roberto Fico chiede un «fronte comune» tra le Regioni del Sud. Calderoli replica di aver aperto un dialogo anche con Calabria e Abruzzo, per dimostrare che la riforma non penalizza il Sud e accusa gli oppositori di «fake news» sui divari territoriali.

Questi diversi fuochi hanno due macro effetti politici. Il primo investe il campo largo che, compattandosi nelle pieghe dell’antimelonismo, si trova a procrastinare il momento in cui dovrà trovare una quadra su programmi, assetti interni e, soprattutto, sul leader della coalizione, che dovrà essere indicato prima del voto. Dall’altro, invece, tiene sotto scacco il centrodestra, a sua volta impegnato nella fuga in avanti dello Stabilicum (come se dovesse “risolvere tutto”) che sta però dimostrando quando la destra sia, nella realtà, divisa. Resta quindi la domanda di quanto possa essere solida la maggioranza davanti a spinte che arrivano da ogni direzione: dalla coalizione stessa, dalle Regioni e da Vannacci. Ossia dagli elettori, visto che la forza del Generale ora è speculare alla debolezza del governo Meloni, su problemi e promesse rispetto a cui una buona parte dell’elettorato di destra si sente tradito e/o non rappresentato.




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 Guglielmo Macavò

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